I misfatti del clan Bush

Immaginate un George H. W. Bush accolto a braccia aperte da tre membri dei sei membri, criminali coi colletti bianchi, della Gang of Six che ha graziato durante la vigilia di Natale del 1992, poco prima di lasciare l’Ufficio. Ad attenderlo c’erano l’ex segretario della difesa Casper Weinberger, e i direttori delle operazioni segrete della CIA “Dewey” Clarridge e Clair George – tutti accusati (e Clair George condannato) di falsa testimonianza.

Che festa sarà, quando anche gli altri tre membri della gang si uniranno a loro. Si tratta di Robert McFarlane, Alan Fiers della CIA, e l’ex vicesegretario di stato Elliot Abrams – tutti rei confessi di avere nascosto informazioni al Congresso prima che Bush Sr. decidesse di mollare la presa su di loro.

Come ha riportato il New York Times, la cosa ha creato un bel polverone in alcuni circoli: “Bush grazia i sei coinvolti nell’affare Iran, evitando un processo Weinberger. I giudici accusano una copertura”.

E una copertura c’è stata. George H. W. Bush era dentro fino al collo ai crimini dell’affare Iran-Contra, e così anche il suo protetto, Bobby Gates. Le prove contro Gates erano così schiaccianti che non aveva alcuna speranza di essere eletto direttore della CIA, la prima volta che ci ha provato. Nel 1991, Bush ha dovuto smuovere le montagne per farlo eleggere. Gates sapeva, per modo di dire, dove erano sepolti i corpi, e si poteva contare su di lui perché rimanessero tre metri sotto terra.

UNA LEZIONE PER OGGI

A rischio di dire una cosa ovvia, non è chiaro che, nel momento in cui la Corte Suprema appuntava Bush Jr. presidente, i capi della CIA si erano già da tempo convinti che potessero farla sempre franca? Non è molto conosciuto, ma molti dei detenuti della CIA a seguito dell’11 settembre sono morti a causa delle torture, nonostante le linee guida decise dal consigliere capo del centro antiterroristico della CIA Jonathan Fredman.

Il 2 ottobre 2002 Fredman ha fatto un briefing con gli addetti agli interrogatori per risolvere i dubbi che avevano sulle tecniche di interrogatorio, come il waterboarding. Con inquietante nonchalance, Fredman ha sostenuto (falsamente) che “il linguaggio dello statuto [sulle torture]” fosse scritto “in maniera vaga”, e riassunse il tutto così: “è una cosa soggetta alla percezione. Se il detenuto muore, la stai facendo male”.

Inutile dire che i Contras del Nicaragua, cui Bush Senior e la CIA hanno fornito supporto, non hanno prestato molta attenzione a queste quisquilie nei crimini compiuti durante il caso Iran-Contra.

Non dobbiamo dare ai figli la colpa dei padri, e vice versa. Nonostante ciò è difficile dare a Bush Primo una assoluzione totale in questo caso, come ho scoperto dopo avere scritto a Bush Senior suggerendo che Bush Jr. fosse in cattiva compagnia che le conseguenze avrebbero potuto essere molto serie.

SCRIVENDO A BUSH

George H. W. Bush e io abbiamo avuto una relazione cordiale e professionale di lunga data. Per molti anni, dopo avere smesso di essere presidente, siamo stati in contatto, principalmente per posta. L’11 gennaio 2003, quando si stava prospettando l’invasione dell’Iraq, ho scritto una lettera a Bush senior chiedendogli di parlare in privato a suo figlio George sui pazzi che vogliono spingerlo a muovere guerra all’Iraq, aggiungendo: “Sono sconvolto dal modo in cui Richard Perles del Pentagono sta promuovendo l’uso di armi nucleari come opzioni accettabili contro l’Iran”.

La mia lettera continuava così: “Che persone del genere vengano ascoltate dal Presidente è spaventoso. Credo che sapere perché tu ti sei impegnato per tenere certa gente alla giusta distanza (e, come sai, stanno esercitando una forte pressione sugli analisti della CIA per offrire una risposta “giusta”. Sai come funziona!)”

La sua risposta rassicurante – quella di non preoccuparmi dell’influenza che i “pazzi” avrebbero potuto avere su suo figlio – fu una enorme delusione.

Il vecchio Bush potrebbe non essersene reso conto, ma si stava illudendo che le cose fossero meno gravi di quanto non lo fossero, dal momento in cui aveva deciso di lasciare il compito di illustrare pubblicamente la follia di un attacco all’Iraq al suo ex consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft e il suo ex segretario di stato James Baker.

Oppure il padre potrebbe averci provato pubblicamente. Chi lo sa. È stata, dal mio punto di vista, una tragedia che lui non abbia parlato pubblicamente. Era perfettamente conscio del fatto che lui era l’unica speranza per impedire a suo figlio di commettere quello che il Tribunale di Norimberga aveva definito “il supremo crimine internazionale”.

Dopo l’invasione, Bush è ritornato sulla scena, incolpando gli “idioti consiglieri” di suo figlio – per la precisione Cheney e Rumsfeld – del disastro. Ma la cosa non assolve Bush Senior. Molti dei danni causati da W. possono essere semplicemente attribuiti al fatto che suo padre non lo ha educato correttamente.

(da Consortium News – Traduzione di Federico Bezzi)