Filosofia della rivolta: critica dell’ideologia della sinistra radicale

Pubblicato per la prima volta in Unione Sovietica nel 1973, Filosofia della rivolta vede solo oggi una traduzione in italiano; ciò nonostante l’analisi dei movimenti del ‘68 da parte di Batalov mantiene inalterata la propria validità e può servire da punto di partenza per una riflessione non solo sulle cause delle rivolte che agitarono il mondo occidentale cinquant’anni fa, ma anche sui loro effetti a lungo termine, che oggi possiamo e dobbiamo valutare con un occhio particolarmente critico.

A tal proposito, l’opera di Batalov ci permette di considerare un punto di vista passato inosservato nel panorama culturale italiano: la sua critica parte infatti da un’analisi marxista-leninista e rispecchia la profonda diffidenza che regnava negli ambienti comunisti (che oggi molti definiscono “ortodossi”) nei confronti del ‘68 e dei suoi ispiratori, diffidenza risalente a ben prima degli anni che furono il centro della cosiddetta Grande Contestazione. Già nel 1946, lo scrittore sovietico Frid metteva in luce il ruolo ambiguo e, in ultima analisi, distruttivo della filosofia di Sartre. Secondo Frid, una delle cause principali della notorietà di Sartre sta nel suo presentarsi «come partecipe del movimento della Resistenza, e qualche cosa nella sua opera, qualche cosa nel suo “sistema”, può interessare quella gioventù le cui aspirazioni, forse, sono anche oneste ed umanistiche, ma che si orienta molto male sia nella realtà che nella filosofia».

In queste parole, scritte oltre vent’anni prima che la rivolta studentesca infuocasse le strade di Parigi, si trova una descrizione profetica dell’effetto che la filosofia non solo di Sartre, ma anche di Marcuse e di altri pensatori ad essi affini. Come il lettore avrà modo di notare, Batalov dedica diversi passaggi a mettere in luce le analogie esistenti fra le correnti di pensiero alla base della Nuova Sinistra e le filosofie “ribelli” del passato contraddistinte da un forte spontaneismo unito a una grave debolezza ideologica e a una scarsa capacità di presa sulle masse. Lungi dall’essere un’evoluzione o un superamento del marxismo-leninismo, infatti, la spinta filosofica alla base del ‘68 era infatti un indefinito mare magnum di rivendicazioni piccolo-borghesi e anarchiche, inficiate da una conoscenza scarsa o nulla delle condizioni reali dell’epoca e volte a un’utopia indefinita.

La Grande Contestazione fu quindi lo sfogo di quella categoria che Batalov definisce sottoborghesia, uno strato sociale «che non è più la borghesia ma, allo stesso tempo, non è ancora il proletariato». Tale era la condizione della maggior parte degli studenti universitari coinvolti nelle contestazioni: la specializzazione intellettuale si univa ad una posizione sociale intermedia, nella quale essi erano privi del controllo del quale godeva la borghesia ma non si percepivano come parte del proletariato. Il comunista francese George Marchais li descrisse nei seguenti termini: «Non contenti dell’agitazione che conducono nell’ambiente studentesco – agitazione che va contro gli interessi delle masse studentesche e favorisce le provocazioni fasciste – ecco che questi pseudo-rivoluzionari si arrogano la pretesa di impartire lezioni al movimento operaio. […] Questi falsi rivoluzionari devono essere energicamente smascherati perché oggettivamente, essi servono gli interessi del potere gollista e dei grandi monopoli capitalistici».

Erano, insomma, quanto di più lontano fosse possibile dal ruolo di autentica avanguardia, ma ciò non impedì a questa corrente di impossessarsi progressivamente della sinistra fino a corrompere ideologicamente anche i partiti comunisti occidentali, i quali si trovavano già in una situazione incerta a causa dei rapporti con l’Unione Sovietica che andavano deteriorandosi e la conseguente ricerca di punti di riferimento alternativi quali, ad esempio, la Cina maoista.

Nell’epilogo all’edizione originale, Batalov esprime un giudizio non del tutto negativo nei confronti dell’allora neonata Nuova Sinistra, riconoscendo ad essa la capacità di risvegliare, seppur in modo approssimativo, le coscienze sui problemi che stavano interessando la situazione mondiale. Vedeva inoltre nella gioventù militante del nuovo potenziale per i partiti comunisti che fossero stati capaci di avvicinarla e istruirla, fornendole uno scopo e una preparazione ideologica. Guardando alla situazione attuale, bisogna purtroppo constatare il fallimento dei partiti occidentali nello svolgere quel compito. È avvenuta invece una trasformazione in senso opposto, che ha raggiunto il compimento con la caduta del Muro e la scissione dell’Unione Sovietica.

Se ai contestatori del ‘68 si deve riconoscere almeno l’opposizione alla guerra in Vietnam e, più in generale, al dominio violento esercitato dagli Stati Uniti nella loro sfera di controllo mondiale, negli anni della “fine della storia” la sinistra si è fatta invece portavoce delle istanze imperialiste e liberiste, facendole passare in modo subdolo come qualcosa di progressista, addirittura socialista. Basti pensare al progressivo smantellamento dello stato sociale in ambito interno o, su scala internazionale, all’appoggio incondizionato fornito alle aggressioni statunitensi, incluse le cosiddette rivoluzioni colorate che ancora oggi insanguinano la Libia, il Donbass e la Siria.

Allo stesso tempo, tuttavia, si sta imponendo un sostanziale cambiamento nei rapporti internazionali. Oggi l’egemonia degli Stati Uniti è messa sempre più in discussione dalla Russia (dove, lungi dall’essere scomparso, il Partito Comunista rappresenta attualmente la seconda forza politica) e dalla Cina, mentre in Sud America diversi Paesi si stanno liberando, pur con tutte le difficoltà che un tale sforzo comporta, dagli “artigli del condor”. Una volta acquisita la sicurezza grazie agli armamenti nucleari, la Corea del Nord ha potuto dare inizio a un percorso di distensione con la Corea del Sud, una prospettiva che negli ultimi sessant’anni era parsa impossibile.

Un simile panorama è pieno di opportunità per chiunque sostenga la causa socialista, a patto che ci si liberi dall’avvelenamento ideologico che ha segnato il declino della vecchia sinistra. Questo libro permette di far luce su un punto cruciale di tale declino, analizzando i fatti e le idee da una solida prospettiva marxista che sfata la dannosa equiparazione del pensiero socialista alle idee del ‘68, un’equiparazione che unisce coloro che a sinistra vedono ingenuamente il coronamento delle idee marxiste nella Grande Contestazione e nei suoi derivati, e coloro che a destra cercano furbescamente di denigrare il socialismo attaccandosi alla critica dei moti sessantottini. Per quanto possano sembrare opposte, queste due parti si ritrovano nel proporre modelli e soluzioni che sono di gran lunga più arretrati del “problema” che si erano preposte di risolvere.

Allo stesso tempo, la validità della critica espressa da Batalov riafferma la validità del pensiero marxista-leninista che ancora oggi, nelle sue varie evoluzioni particolari, continua a rappresentare un punto di riferimento ideologico e pratico, con buona pace di chi vorrebbe archiviarlo nel Novecento, secolo nel quale invece possiamo lasciare senza alcun rimpianto quella “filosofia della rivolta” che di marxista non aveva nulla, assomigliando invece molto di più a un cavallo di Troia per le forze della reazione, a una filosofia «scaltra, sofistica, che aiuti ad infettare quanti più uomini è possibile, fra quelli che sognano la giustizia e una vita migliore, con la sfiducia nelle proprie forze, con l’indifferenza verso le idee, con la diffidenza verso il partito dell’avanguardia, col dubbio sulla riuscita delle forze dei lavoratori e di tutta l’umanità progressiva, con stati d’animo di smarrimento, come se fosse possibile soltanto un’attività da avventurieri, destinata all’insuccesso».

I lettori potranno constatare come tale giudizio emerga anche dall’analisi compiuta in questo libro. Se non è corretto imputare alla Grande Contestazione tutte le storture ideologiche subite dal movimento socialista occidentale, non si può nemmeno pensare che l’Italia possa veder risorgere un’autentica realtà socialista – l’unica alternativa al rimpiattino fra liberali e conservatori, all’interno del quale si può trovare solo qualche soluzione temporanea – senza che i suoi potenziali fautori si liberino da una zavorra così opprimente.

(di Elia Ansaloni)