I tagli hanno fallito: il pericolo è continuare, non cambiare

Il 9 novembre 2011, per l’Italia, ha significato l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie (triplicata); l’introduzione della tassa sui patrimoni finanziari sopra i 5.000 euro (conti correnti e conti deposito inclusi) e la legalizzazione della tassa patrimoniale sulla prima casa e sui terreni agricoli su un’eventuale seconda.

Ciò che non è aumentato a livello erariale si è trasformato in un taglio ai servizi. La riforma Fornero, in tal senso, è un esempio emblematico. Disoccupazione giovanile al 40% e il blocco del turnover per i dipendenti pubblici, costretti a subire adeguamenti di stipendi perché più vecchi, quindi meno produttivi. La questione è semplice.

Appoggiare il 2.4% di deficit del governo gialloverde, con tutti i suoi limiti, significa rinegoziare il debito con criteri più giusti, scardinando quella strana condizione in cui riversiamo: l’unico Paese in avanzo primario dell’eurozona dopo la Germania ma più indebitato. Questo nonostante le ricette della Commissione UE.

Diversamente significherebbe la continuazione dello status quo di cui sopra, con tutte le ipocrisie del caso. A meno che non si voglia negare che, nel 2012, Pierre Moscovici, allora Ministro delle Finanze del governo Hollande, spinse il deficit della Francia al 5% del PIL francese. Ma sarebbe fare un torto alla storia.

(di Davide Pellegrino)