Volontà e certezza: una disamina filosofica in individui e società

La certezza: un cielo in tempesta che sputa fulmini intimorendo gli spettatori, violentando la loro ragione attraverso il potere insuperabile del sublime. Chi sollecita eccessivamente la volta delle idee in auge per chieder loro di giustificare la loro supremazia, per tutta risposta viene investito da torrenti di luce e fragore, empio che osa interrogare invece di deferire. Il solo domandare la ragione d’essere di tali idee è passibile della punizione del collettivo: domandare è infatti già in qualche modo dubitare, e non c’è niente che gli uomini odino ed evitino più del dubbio.

È risaputo che le società poggiano su un insieme di credenze sottratte all’investigazione e beneficianti del possente sigillo dell’assenso comune. Ciò vale certamente anche per l’odierna democrazia, a dispetto dei distinguo e delle sottigliezze dei suoi apologeti, che in essa vedono una forma politica svincolata da ogni fondamento e da ogni progetto precostituiti, un “luogo vuoto” suscettibile di una continua “invenzione” da parte delle maggioranze che di volta in volta accedono al potere. Nessuna forma politica può tuttavia reggere sull’indeterminato; il Nulla Creatore può valere per l’eroico Unico stirneriano, non certo per i grandi insieme umani, i quali senza solidi fondamenti non riescono a muovere nemmeno un passo.

Per funzionare i collettivi hanno bisogno dei dogmi come per camminare si ha bisogno della terra; toglieteli loro da sotto i piedi e li vedrete rovinare disordinatamente nel vuoto, in cerca di appigli per resistere al suo risucchio. È comprensibile perciò che essi sacralizzino il suolo sul quale vivono facendo calare su certe nozioni un silenzio reverenziale, sempre pronto a trasformarsi in un assordante accusa generale nel caso esso venga indebitamente perturbato.

Il silenzio si trasforma in pathos elegiaco oppure guerriero (due modalità espressive intercambiabili: quando non funziona il pianto, si ricorre alle mani, e quando l’avversario pare saperle usare meglio, si ripiega sul pianto); ma il pathos ci rivela che abbiamo colto nel segno e che l’interlocutore si sente ferito e minacciato.

Quando si ode suonare il corno e le frecce incominciano a volare, o quando viene dispiegata la lamentosa legione delle donne (preferibilmente gravide o malate) e dei bambini (preferibilmente poveri e neri), si può star certi dell’esattezza delle proprie intuizioni; Dávila, il filosofo-aforista di Bogotà, dice che «far infuriare l’uomo tipicamente moderno è indizio sicuro di aver visto giusto». Le nozioni di libertà e di uguaglianza, prima ancora di essere nozioni politico-filosofiche, sono il sostrato identitario dell’epoca attuale.

Rari sono coloro che si danno battaglia per le idee astratte; l’aggressività davvero terribile che si scatena ogniqualvolta i principi generalmente accetti vengono macchiati o messi in discussione (il che a ben vedere per lo stolto è la stessa cosa: non si può accettare un’idea ed al contempo essere seriamente disposti a discuterla!) ci dice che essi sono molto più che idee astratte. Essi sono autentici articoli di fede, e ciò malgrado la loro eventuale avversione ai principi delle religioni tradizionali.

Prima di essere “homo sapiens”, l’uomo è difatti “homo religiosus”: la sua vocazione fondamentale non è quella del conoscere, ma quella del vivere, e vivere diventa problematico quando si inizia a dubitare delle certezze che fanno vivere. Nell’escludere dal campo dell’investigazione, ad esempio, i diritti umani o la parità tra le razze o i sessi, l’uomo contemporaneo reitera uno degli automatismi più primitivi dell’intelletto, ossia quello di proteggere le sue certezze dalle minacce sia dell’esperienza che dell’argomentazione.

Automatismo che, a ben vedere, ha una radice ancora più profonda: una radice di tipo naturale, riconducibile all’istinto di autodifesa presente non solo negli animali, ma persino nelle piante. Schopenhauer avrebbe molti insegnamenti sulla derivazione naturale dell’intelletto che, nei tipi umani inferiori, non ha altra ruolo che di favorire la soddisfazione degli impulsi elementari, quali la nutrizione, la conservazione e la riproduzione.

Per essenza, l’intelletto «non è destinato a nient’altro che alla comprensione dei motivi, cioè alla conoscenza degli scopi dell’individuo ed al reperimento dei mezzi per realizzarli. Per questo esso si pone originariamente e costantemente al servizio della volontà». La grande maggioranza degli uomini sussiste in uno stato semi-animale, legata ai bisogni impersonali della specie; ma tra questi bisogni figura anche quello di certezze esistenziali, le quali quanto alla loro origine non differiscono da quelli fisici immediati.

L’intelletto della massa è sviluppato quel tanto che basta ad assicurare il buon funzionamento dei meccanismi naturali della specie: esso deve servire, e non certo contraddire, la volontà, perciò attribuisce il carattere dell’indubitabilità a talune nozioni le quali gli consentono di perseverare tranquillamente in questa sudditanza.

Non a caso la libertà e l’uguaglianza sono concetti che lusingano la volontà. Il primo perché maschera la verità che l’uomo, da un punto di vista empirico, non è libero nel senso dell’esistenza di un “liberum arbirtrium indifferentiae”: quando vuole, egli non può anche scegliere di volere, ma l’illusione di poterlo fare gli consente di non tormentarsi per la propria determinatezza restando cionondimeno perfettamente determinato. Per quanto riguarda l’uguaglianza, essa è senz’altro vera nell’ambito del carattere, in cui si riscontrano presso tutti gli uomini le stesse fondamentali disposizioni e inclinazioni, ma si annulla quando si prende in considerazione la ragione.

Nel caso di singoli uomini, essa si emancipa dal volere ed all’intuizione le cose si presentano oggettivamente, libere da ogni proiezione. Ma quelle “teste di angelo senza corpo”, quei puri soggetti di conoscenza che sono i geni ed i santi, giungono alla liberazione attraverso la negazione della natura, e perciò non deve sorprendere che gli uomini che sono invece sprofondati in essa considerino con avversioni gli spirituali e insistano con prepotenza sull’altro aspetto, quello della similitudine dei caratteri.

Resta da sottolineare che mai come oggi le nozioni vitali sottratte alla rappresentazione e alla ragione furono nozioni così bene adeguate alla volontà. Matrimonio e famiglia furono santificati per secoli perché senza dubbio questi istituti soddisfacevano gli interessi riproduttivi della natura. Ma ciò non impedì agli uomini di riconoscere la superiorità della vita dello spirito e di riservare i posti più onorevoli della società a coloro che erano capaci di dedicarsi esclusivamente ad essa.

L’attacco moderno e contemporaneo all’istituto famigliare, condotto sotto il vessillo delle nozioni di uguaglianza e di libertà, è un attacco che mira ad abolire i confini faticosamente conquistati tra l’ambito della volontà e quello della ragione, e a scatenare l’immondo mare della naturalità sulle terre franche dello spirito.

La sessualizzazione totale dell’esistenza è l’effetto dello stravolgimento delle forme regolative tradizionali della volontà: lo scopo di questa sessualizzazione, invece, è la sottomissione senza riserve ad essa. Sono bastati tre secoli per cancellare le nobili e ardue conquiste di dieci millenni, rapidità che è l’ennesima conferma che all’opera dietro i mutamenti recenti vi è la furiosa volontà.

Gli uomini di spirito del nostro tempo sono chiamati a unirsi per invertire con risolutezza la tendenza attuale, compiendo un nuovo miracolo neolitico, che cacci indietro l’oscura istintualità tracciando nuove frontiere ed erigendo nuovi muri. Al contrario dei nostri eroici progenitori, noi disponiamo di modelli, e perciò l’ascesi totale che oggi si impone può contare sugli insegnamenti di secoli di storia e cultura. Non saranno i padri a salvarci, ma quel che è certo è che ci salveremo soltanto ripartendo dai padri.

(di Daniele Zanghi)