Povertà africana: è davvero tutta colpa del colonialismo?

«È colpa nostra se scappano». Nell’attuale dibattito sull’immigrazione, questa è, ahimè, una frase che sentiamo fin troppo stesso. Nella sua semplicità e perfino banalità racchiude un intero modus pensandi: quello di chi sostiene che ci “meritiamo” l’immigrazione di massa (e quindi saremmo obbligati ad accogliere chiunque, per lavarci le coscienze) perché siamo stati noi a causarla! Insomma, un tentativo di risolvere la diatriba logica e morale dell’accoglienza “alla radice”, con un ragionamento fondamentalmente errato.

LASCITO DEL COLONIALISMO?

Uno dei fenomeni che ci renderebbe “colpevoli” delle migrazioni è il vecchio colonialismo otto-novecentesco. Quante volte avete visto le cartine dell’Africa colonizzata del primo Novecento con scritte del livello di “gli abbiamo portato via tutto, ora non stupitevi se fuggono da noi”? Senza fare alcuna apologia del colonialismo europeo in Africa, che di danni ne ha provocati, bisogna comunque vederci chiaro: quale peso ha un colonialismo finito da oltre mezzo secolo nel fenomeno migratorio?

Il ragionamento degli immigrazionisti è semplice: gli Stati africani sono poveri e arretrati (e quindi inducono chi ci vive a scappare) per colpa dei misfatti del colonialismo europeo, che sarebbero stati così atroci da impedire a questi popoli di svilupparsi in tutti questi anni. Per verificare questa tesi, bisognerebbe porre un esempio che ne rovesci i presupposti: senza il colonialismo europeo, come sarebbe diventata l’Africa?

Un esempio perfettamente calzante è lo Stato della Liberia, l’unico Stato africano mai sottoposto a colonialismo. Creato nella prima metà del XIX secolo da un gruppo di ex schiavi autoctoni, ha sempre vissuto durante tutta la sua esistenza in piena sovranità territoriale. Eppure, nonostante questo Stato autogestito dai nativi sia sopravvissuto indenne a due secoli di colonialismo bianco, nel XXI secolo lo ritroviamo con: due guerre civili negli ultimi 30 anni, uno dei maggiori tassi di stupro in rapporto agli abitanti a livello mondiale, un PIL/pro capite tra i più bassi al mondo, una popolazione che vive sotto la soglia di povertà tra il 60 e l’80%. Insomma, pieno terzo (se non quarto) mondo. In questo caso, a chi dovremmo dare la colpa?

La Liberia non è tuttavia l’unico caso studio. Potremmo prendere come esempio anche Haiti, diventato Stato indipendente e sovrano nel 1796 a seguito di una ribellione degli schiavi neri (mai soggetto al colonialismo classico ottocentesco), o anche l’Etiopia, la cui storia coloniale si limita ai pochi anni del fascismo e dell’occupazione inglese. Tutti esempi di Stati che convivono quotidianamente con gravissime forme di sottosviluppo, ma tutt’altro che opera del “cattivo colonialismo bianco”.

Considerando che il colonialismo classico è terminato tra gli anni ’50 e ’60 del XX secolo, e che quasi tutti gli Stati africani hanno un’indipendenza ben superiore ai 50 anni, non si capisce perché il loro sottosviluppo dovrebbe ancora essere considerato come “colpa europea”. Ci sono numerosi esempi di Stati che, sottoposti a colonialismo, nell’ultimo mezzo secolo sono comunque riusciti a svilupparsi: il Vietnam (per secoli sottoposto al sistema tributario cinese, poi da metà ottocento al colonialismo francese, e infine all’occupazione americana), la Corea (anch’essa sottoposta al sistema tributario e poi alla durissima occupazione giapponese), ma anche Cina, India, Egitto. Insomma, la scusa del “colonialismo bianco” che ha fatto così tanti danni da costringere, oltre mezzo secolo dopo, le popolazione autoctone a migrare non sta in piedi alla prova dei fatti.

Certo, di crimini in territorio africano gli europei ne hanno commessi: dai massacri nel Congo belga al genocidio dei popoli Herero in Namibia, la coscienza di alcuni Stati europei non è affatto pulita. Ma tali fatti, seppur tragici e ripugnanti, non mutano l’intricato rapporto tra colonialismo e sviluppo mancato: l’Africa nera, prima dell’arrivo degli europei, era un continente poverissimo, diviso in tribù in lotta tra di loro, tecnologicamente all’età della pietra e senza qualunque forma di moderna istituzione (leggi, alfabeto, Stato, ecc.). Gli europei non hanno puntato massicciamente sullo sviluppo di quei territori, ma non hanno distrutto nessun paese del Bengodi né danneggiato le strutture essenziali per lo sviluppo di tali civiltà: tra il XIX e il XX secolo presero il controllo di un continente ancora allo stato tribale e pre-moderno e tale lo lasciarono.

E IL NEOCOLONIALISMO?

“Neocolonialismo”, anch’esso un feticcio spesso usato dagli immigrazionisti per puntare il dito, è un termine che descrive rapporti di penetrazione economica e politica da parte dell’Occidente (e non solo) nei paesi del Terzo Mondo. Dietro questo termine vi è una sterminata letteratura, che passa dalle “teorie della dipendenza”, al marxismo, fino a Choamsky e alla globalizzazione, a riprova che si tratta di una questione mondiale altamente seria e dalla mutevole lettura. Eppure il “neocolonialismo” viene usato a sproposito come scaricabarile sull’Occidente per il sottosviluppo africano, privandolo della sua efficacia e del suo reale significato. Ma come funziona questo fenomeno? Ed è davvero il “colpevole” del sottosviluppo del continente nero?

Prima di trattare esempi di “neocolonialismo”, è opportuno rilevare che anche quegli Stati africani che, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, hanno condotto politiche nazionaliste e fieramente anti-coloniali, anti-bianche ed anti-occidentali, si trovano sostanzialmente allo stesso grado di sviluppo di tutta l’Africa nera.  A partire dal ghanese Nkrumah, filo-socialista e nazionalista, passando per il guineano Sékou Touré, filo-sovietico e al potere per oltre un ventennio, fino allo Zimbabwe di Robert Mugabe, nell’Africa nera ci sono stati diversi esempi di leader terzomondisti, panafricani ed anti-occidentali, che potremmo prendere come esempio di “Stati non soggetti per lunghi periodi alle politiche neocoloniali”. Tutti questi Presidenti hanno in comune la nazionalizzazione delle compagnie straniere, la cacciata delle multinazionali, nel caso di Mugabe perfino la cacciata degli europei bianchi e la spartizione delle loro terre tra gli autoctoni.

A livello di dati, però, è difficile rintracciare significative differenze nello sviluppo tra questi Stati e gli altri: i livelli di povertà, sviluppo umano, stabilità, sicurezza e forza economica di questi paesi non si discostano affatto (anzi, in alcuni casi peggiorano, come per esempio la questione valutaria nello Zimbabwe) dagli altri Stati africani soggetti al “neocolonialismo”.

Addentrandoci invece nei rapporti più classicamente “neocoloniali” prendiamo, come esempio, la Nigeria e le sue riserve petrolifere (il più grande produttore di petrolio in Africa, 11esimo a livello mondiale). Il petrolio è una risorsa vitale per l’economia nigeriana, la prima e la più redditizia. Eppure la Nigeria rimane poverissima ed uno dei centri dell’immigrazione verso l’Europa. Colpa delle “multinazionali cattive” che si accaparrano tutto il petrolio nigeriano lasciando ai poveri abitanti locali le briciole? Beh, non proprio.

L’industria petrolifera è stata nazionalizzata nei primi anni ’70, ed è controllata dalla Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC) che acquisisce i redditi derivanti dal petrolio (oltre il 60% delle rendite attuali finiscono nelle tasche di questa Corporation, quasi il 40% dell’intero PIL nazionale). In Nigeria operano ovviamente numerose compagnie d’estrazione occidentali (d’altronde, la Nigeria non possiede né il know-how né i capitali sufficienti per fare tutto da sé), eppure è lo Stato nigeriano (con la formula della joint-venture) a mantenere il controllo sostanziale e maggioritario delle operazioni estrattive e delle rendite. Le percentuali di gestione con le compagnie sono così ripartite: con la Shell la NNPC controlla il 55% della joint-venture e la Shell il 30%, con la Chevron la NNPC il 60% e la Chevron il 40%, con la Exxon-Mobil percentuali identiche, con la Agip il rapporto è 60-20 per la NNPC, sempre il 60% con la Total e stessa percentuale con la Texaco.

Cosa implica tutto ciò? Implica che, per quel che riguarda una risorsa essenziale ed estremamente redditizia e richiesta sul mercato quale il petrolio, la situazione non è che “le cattive multinazionali si prendono tutto”, ma è quella di un governo che mantiene il suo controllo su tali beni e sugli introiti, sfruttando le multinazionali del settori quali asset imprescindibili per il know-how e la logistica. Certamente c’è la presenza di multinazionali del settore, necessarie per diverse fasi di estrazione e vendita, ma non c’è un Occidente che “si ruba tutto” non lasciando nulla al governo locale. Anzi, la Nigeria da tale risorsa ricava ingenti cifre che rimpolpano lautamente le casse dello Stato – ed è qui che bisognerebbe porre la domanda: come vengono gestiti dai governi africani gli introiti ricavati dallo sfruttamento delle proprie risorse?

Si potrebbero fare esempi contrari: l’Arabia Saudita sfruttando le proprie risorse naturali (sempre con la presenza occidentale, precisiamo) è riuscita a diventare uno Stato ricco e a far partecipare a questa ricchezza anche la cittadinanza. Senza elogiarne la struttura socio-politica, la differenza è macroscopica: alcuni Stati (quelli del Golfo ne sono il primo esempio) sono riusciti a costruire qualcosa di duraturo e a migliorare la qualità di vita attraverso le proprie risorse, gli Stati africani, in gran parte no.

L’esempio del petrolio nigeriano non è nemmeno l’unico: i diamanti del Botswana sono controllati interamente dalla compagnia Debswana (co-gestita col Sudafrica), e prima produttrice mondiale del settore. Eppure, anche qui, il controllo e lo sfruttamento delle proprie risorse non ha portato affatto ad un arricchimento generalizzato o ad un miglioramento cospicuo e durato degli standard di vita della popolazione.

Certo, il neocolonialismo nasconde anche lati oscuri e di vera e propria dipendenza: ne è un esempio l’area africana legata, a livello monetario, al Franco CFA, che coinvolge diversi Stati dell’Africa centrale ex colonie francesi. Una piena limitazione delle possibilità valutarie e della sovranità finanziaria, ed in questo caso sì, possiamo parlare di dannose ingerenze neocoloniali – senza che tuttavia i rispettivi governi, dalla sua istituzione in poi, abbiano mai fatto nulla per opporvisi. Anzi, occorre far presente che il Mali nel 1962 era uscito dall’area del Franco (salvo poi rientrarne nel 1984), mentre Stati non ex-colonie francesi come la Guinea Equatoriale e la Guinea-Bissau hanno scelto consapevolmente di aderirvi negli anni ’90.

Probabilmente, invece che individuare nel mondo occidentale l’unico deplorevole colpevole per il neocolonialismo che “mantiene poveri gli africani”, sarebbe ora che si guardasse anche a come gli stessi governi locali gestiscono la propria politica pubblica, le proprie risorse e i propri rapporti con l’Occidente.

I PROBLEMI DELL’AFRICA NERA

Gli europei che arrivarono in Africa nel XVIII e XIX secolo non trovarono un Eden che poi distrussero, ma una situazione non troppo diversa da quella attuale. La loro colpa più grave (oltre ai crimini contro l’umanità) è in realtà il non aver saputo organizzare il Continente nero, creando Stati dai confini incerti e “sbagliati”, spartendo e dividendo a proprio piacimento terre e coste, interessati più a costruire dei domini stabili più che a creare delle forme nazionali che in futuro sarebbero potute diventare dei veri Stati. Il processo di decolonizzazione non ha fatto altro che mettere a nudo la cattiva gestione delle questioni nazionali e di state-building.

Essenziale però è la colpa delle élite africane. Le presidenze spesso si sono rivelate dei regimi corrotti ed eterni, incapaci di dare un vero futuro al paese o promuovere strategie di sviluppo a lungo termine. Nel 2018, per esempio, troviamo al potere in Camerun Paul Biya (43 anni di governo), Obiang Nguema in Guinea Equatoriale (39), Sassou Nguesso in Congo (34), Museveni in Uganda (32), al-Bashir in Sudan (29), Déby in Ciad (27), solo per citare i più longevi. La questione però non è la durata monstre dei loro governi, quanto i numerosi problemi che nel corso del loro lunghissimo mandato non sono mai riusciti a risolvere – spesso anzi acutizzandoli.

Tra la cattiva gestione delle proprie risorse (in alcuni casi davvero redditizie), sperperate tra apparati corrotti, esorbitanti spese militari (spesso per guerre di natura tribale o politica), e clan di potere, le risorse che l’Africa dispone già di per sé non sono state davvero mai investite per un’opera di crescita, modernizzazione e risoluzione dei grandi problemi continentali. Uno degli esempi peggiori (e più conosciuti) delle stolidità dell’impiego delle risorse nazionali da parte dei governi africani è la famosa incoronazione ad “Imperatore del Centrafrica” del Generale Bokassa che, per lo sfarzo delle cerimonie e dei mezzi impiegati dissanguò le casse statali (circa un terzo delle finanze del paese) in uno dei paesi più poveri al mondo. Un monito (purtroppo non unico) sulle reali e gravose responsabilità dei governi africani per la situazione del Continente nero.