Sangiuliano direttore TG2: ora, per favore, il contradditorio anche per Saviano

Quella di Gennaro Sangiuliano come direttore del TG2 è stata una scelta di qualità: forse tra tutti i direttori che si sono succeduti alla guida dei telegiornali è quello che può vantare la produzione saggistica più interessante e documentata. Le sue biografie su Putin, Trump e la Clinton hanno rappresentato il tentativo di interpretare quei personaggi di primaria grandezza al di fuori dei clichés che erano stati imposti all’informazione ufficiale da poteri forti.

Non tutti sono d’accordo col punto di vista di Sangiuliano, ma solo un megalomane potrebbe arrogarsi il diritto di condannare in maniera sprezzante la nomina di un giornalista solo perché non appartiene alla propria parrocchia ideologica. Quel megalomane è Roberto Saviano, sempre più cupo e autoreferenziale, sempre più lontano dal dibattito delle idee e sempre più immerso nel culto narcisistico della propria personalità.

Saviano manda scomuniche e si atteggia a martire. L’impressione è che la scorta che il contribuente italiano gli paga serva ormai solo per aumentare la distanza tra lui e la plebe che disprezza, ad alzare un muro molto più ampio di quello che i sovranisti vengono accusati di voler erigere.

Saviano si sta chiamando un “editto bulgaro bis”, una riedizione ad personam dell’infausta sentenza di esclusione che qualche anno fa colpì personaggi più significativi dell’informazione pubblica come Enzo Biagi e Michele Santoro. Siamo fiduciosi nel fatto che i protagonisti della attuale stagione governativa siano meno impulsivi dell’imprenditore meneghino assurto nel 1994 a dominus/villain della politica italiana.

Di tutto abbiamo bisogno tranne che di un “editto newyorkese” che trasformi l’autore di Gomorra in martire. Quel che ci vuole per Saviano è il contraddittorio: l’Italia ha bisogno anche di ascoltare la sua voce, e questo diritto se lo è guadagnato con le notevoli tirature dei suoi libri, comunque li si voglia valutare. E tuttavia per piacere, basta monologhi. In tutti questi anni Saviano ha “monologato”, attenzione lo ha fatto non come un’opinionista (alla Giuliano Ferrara, alla Sgarbi), ma lo ha fatto come un attore di teatro, mescolando prosa romanzesca e giudizi apodittici inappellabili.

Ma la cosa non riguarda solo Saviano, a ben vedere il PD negli anni Duemila ha sfruttato la sua assoluta egemonia sui media ripescando dalle profondità del passato (ad essere precisi dai secoli della controriforma) un genere che apparteneva all’ordine dei gesuiti: il teatro pedagogico. Ha creato cioè dei teatri ideologici, metà intrattenimento metà indottrinamento, lo ha fatto accendendo i riflettori su due personaggi come Benigni e appunto Saviano. L’obiettivo era quello di creare un teatro ideologico con leggerezza televisiva.

Con Benigni il meccanismo si è rotto, in maniera davvero comica, durante la campagna referendaria per l’approvazione della riforma Renzi-Boschi. Il vate della costituzione del ’48 fu costretto per ordine di scuderia a fare endorsement per la riforma e fu travolto dalla sconfitta referendaria. Da allora Benigni è l’ombra di sé stesso, Saviano invece ancora non si rassegna.

Il suo personaggio è usurato per le troppe imitazioni (pensiamo ai Saverio Tommasi, alla Murgia col fascistometro, a Lucano con la sua “legge del cuore” …), ed è ridotto ormai a pura espressione di rancore. Ci libereremo dal suo rancore prolisso? Magari no, e tuttavia come abbonati Rai chiediamo che almeno venga messo in contradditorio con Roberto d’Agostino o con qualcuno che osi infrangere il suo ieratico monologo.

Se ne faccia una ragione: il teatro gesuita della sinistra ha fatto bancarotta.

(di Alfonso Piscitelli)