La falsa immagine del liberista Bolsonaro

Partiamo da una fondamentale premessa: non si ha intenzione, con quanto segue, di esprimere un parere né sul risultato delle elezioni brasiliane né sulle componenti politiche del Paese. Una precisazione però, per quanto riguarda la figura del neopresidente Bolsonaro, è necessario farla.

Il personaggio è di quelli inevitabilmente controversi, che fanno discutere e quasi sempre con toni più da tifo che da parere politico. I media e gli osservatori  in generale hanno avuto gioco facile anche questa volta, tanto per cambiare, ad etichettare il leader del PSL come  “fascista”, ad avvicinarlo all’estrema destra o, nei casi più “moderati” ad attribuirgli il ruolo di “Trump sudamericano”.

Ebbene tutte le declinazioni presentate non solo non combaciano con la figura di Jair Bolsonaro, ma ci entrano spesso in palese contraddizione.  Una cosa di cui non si sono accorti – o più probabilmente hanno volutamente ignorato – nemmeno due figure spesso accostate all’uomo forte della destra brasiliana, vale a dire Matteo Salvini e Donald Trump. Sia il ministro dell’interno italiano che il presidente USA si sono infatti subito sperticati in complimenti ed endorsement che, se visti dal punto di vista dell’opportunismo economico e politico hanno sicuramente un senso, ma non ne hanno affatto sotto il profilo ideologico.

Andiamo per gradi.

Iniziamo col dire che, a scorrere il programma di Bolsonaro, le influenze fasciste tanto decantate paiono completamente assenti.  Se, infatti, in Italia l’esperienza del ventennio ha visto una forte iniziativa statale assistiamo, nelle intenzioni del presidente eletto brasiliano, a una privatizzazione selvaggia a vantaggio di grandi aziende e multinazionali. E anche i temi etici e sociali che potrebbero spingerlo verso “l’estrema destra”  non sono di certo esclusiva di quell’area e paiono ispirati invece, nel caso di specie, dalla visione delle chiese evangeliche. Insomma Jair sembra sicuramente molto più cresciuto a sermoni e Ronald Reagan che non a Gentile ed Ezra Pound.

Col fascismo le affinità, in definitiva, sono vicine allo zero. Ma, si sa, il termine viene spesso usato – in maniera approssimativa e superficiale – per indicare qualsiasi cosa abbia una parvenza di intolleranza e, dunque, l’etichetta non stupisce più di tanto.

È completamente sballata invece, e non ha nemmeno la scusa della distorsione semantica, la visione di un “Trump brasiliano”. A conti – ed endorsement –  fatti Bolsonaro ha molto poco in comune sia con Donald Trump che col sovranismo in generale. Ferma restando la comune battaglia per la chiusura delle frontiere, le due visioni del mondo si scontrano apertamente sul tema economico: coi sovranisti europei per quanto riguarda l’intervento statale e la tutela dei beni pubblici, col tycoon su tutto ciò che è protezionismo e regolamentazione.

Donald Trump è l’uomo simbolo dell’America profonda, della rust belt, della produzione industriale americana bloccata dalla globalizzazione di un capitalismo vorace, che è proprio quello a cui aspira Bolsonaro, che, spostandolo nella politica statunitense, si inserirebbe di certo senza alcun problema nel prototipo ideale del candidato repubblicano. Cosa che non è mai stato l’attuale presidente USA, che è anzi entrato in aperta guerra col suo partito (al punto che uno degli uomini chiave del  GOP, John McCain, in punto di morte, lo ha espressamente estromesso dal suo funerale).

Se proprio c’è bisogno di trovare una somiglianza con la politica a stelle e striscie, dunque, questa è decisamente più orientata verso il Tea Party evangelico alla Ted Cruz che non verso il protezionismo “rivoluzionario” del vecchio Donald.

Questo è il mito del “Trump fascista” Bolsonaro:  più che fascista pare thatcheriano, più che sovranista pare liberista e più che Donald Trump sembra un Ted Cruz che ha mal digerito Rambo.  Un mito costruito sul nulla.

(di Simone De Rosa)