Addio Apu: anche i Simpson cedono al politicamente corretto

Addio, Apu Nahasapeemapetilon, addio. Dopo ventotto anni e trenta stagioni de I Simpson – è apparso per la prima volta il 25 febbraio 1990, nell’ottavo episodio della prima stagione – il celeberrimo emigrato indiano e gestore del Jet Market verrà eliminato dalla serie senza tanti complimenti, senza nemmeno creare un espediente per la sua scomparsa, così come annunciato dai produttori della serie due giorni fa.

Perché, all’improvviso, il personaggio di Apu, al quattordicesimo posto tra i 100 personaggi più amati de I Simpson secondo il sito ranker.com, e spesso molto attivo nelle avventure del protagonista Homer, è diventato scomodo, eccessivamente stereotipico, se non apertamente razzista?

La controversia attorno ad Apu nasce dal comico indo-americano Hari Kondabolu, il quale nel 2017 ha prodotto il documentario “The problem with Apu”. Il film “esplora gli stereotipi negativi, il razzismo e le microaggressioni contro le persone indiane e sudest asiatiche” del personaggio dei Simpson, coinvolgendo altre celebrità di origine indiana nello spiegare come la rappresentazione di Apu abbia avuto un impatto negativo sulle loro vite; nel documentario viene inoltre criticato il fatto che il doppiatore del personaggio sia un bianco (Hank Azaria, di origine ebrea sefardita).

Lo staff de I Simpson ha risposto alle critiche con un episodio trasmesso l’8 aprile 2018, in cui Lisa chiede: “Una cosa iniziata decenni fa che era applaudita ed inoffensiva, ora è politicamente scorretta. Che cosa si fa?”, mentre il creatore della serie Matt Groening ha invece commentato: “Siamo in un momento, nella nostra cultura, in cui le persone amano fingere di essere offese”. Da due anni, quindi, il “problema di Apu” dà forti grattacapi ai produttori dei Simpson, che pochi giorni fa hanno deciso di eliminare il problema alla radice, tagliando dalla serie un personaggio importante ma oggi “scorretto”.

E veniamo al punto: Apu, pur essendo fin dalla sua creazione volutamente stereotipato, si è dimostrato nel corso della serie uno dei pochi personaggi genuinamente positivi. Istruito (è laureato in informatica), instancabile lavoratore al Jet Market (pur vendendo spesso cibo scaduto), vegano e amico di Paul McCartney, marito e padre di otto gemelli (anche se in un episodio ebbe una amante, mettendo in crisi il suo matrimonio), in trent’anni si è ritagliato spesso il ruolo di co-protagonista delle disavventure di Homer. Lungi dall’essere un personaggio di contorno fine a se stesso, dunque, ben trenta episodi della serie sono incentrati esclusivamente su di lui.

Arriviamo poi ad un’altra questione: Apu è un personaggio stereotipato? Si. È l’unico della serie? Neanche per idea. La maggior parte dei personaggi “etnici” della serie occupa ruoli marginali e molto più stereotipici. L’Uomo Ape, l’unico personaggio messicano della serie, di certo non rappresenta il 27% di messicani attualmente parte della popolazione americana. Gli unici personaggi italiani sono, rispettivamente, un cuoco pacione e un boss mafioso. Willie, scozzese (ma con forte accento sardo in italiano), è rozzo, manesco e iracondo. Cletus, stereotipo della white trash, è analfabeta e ha numerosi figli con sua sorella, e Homer stesso, assieme alla sua famiglia, sono il perfetto spaccato della working class bianca: povera, mediocre, incapace di elevare la propria condizione.

Insomma, il giudizio migliore sull’intera controversia lo ha dato proprio un indiano, il produttore Adi Shankar, il quale ha offerto diverse alternative per ristrutturare il personaggio di Apu, tutte respinte in toto: “Se produci uno show che commenta la società, ma sei troppo impaurito all’idea di criticare una cultura, specialmente quando un membro di quella stessa cultura ti vuole dare una mano, allora il tuo show è codardo”. Da un cartone che da trent’anni, pur essendosi molto diluito, ha sempre criticato la società, spesso anticipandone gli eventi, i fan si aspettavano qualcosa di più. Nel frattempo, caro Apu, “thank you and come again”.

(di Federico Bezzi)