Manovra: Bloomberg, Ft e Wsj difendono il governo, “UE irragionevole”

Per il governo giallo-verde arrivano degli endorsement forse inattesi ma senza alcun dubbio autorevoli sulla manovra economica. Parliamo dei quotidiani finanziari espressione dell’élite finanziaria come Bloomberg, Financial Times e Wall Street Journal,  che nei rispettivi editoriali hanno difesa l’operato del governo Conte e criticato l’ottusità ordoliberista dell’establishment europeista.

“I leader europei – scrive Bloomberg – hanno criticato duramente l’Italia per i suoi piani di aumentare le spese con l’obiettivo di stimolare la crescita e aiutare i poveri. Quello che non riescono a riconoscere è che un piccolo stimolo potrebbe essere proprio quello di cui l’economia italiana ha bisogno”. Sempre secondo Bloomberg, l’austerità promossa dall’UE non può che peggiorare la situazione: “Se l’economia italiana è in stallo, lo stimolo fiscale potrebbe essere l’unico modo per evitare una pericolosa recessione, che potrebbe far cadere l’Italia in una crisi ingestibile. Certamente, l’insistenza della Commissione Europea sul fatto che il governo italiano onori l’impegno del suo predecessore a ridurre il deficit di bilancio è assolutamente irragionevole. L’austerità peggiorerà la crisi e, quindi, aumenterà l’onere del debito pubblico (espresso in percentuale del PIL). Ciò, a sua volta, aggraverà piuttosto che alleviare le tensioni del mercato”.

Dello stesso avviso il Wall Street Journal: “I mandarini di Bruxelles martedì hanno reso pubblica una richiesta senza precedenti: che l’Italia riscriva il suo cattivo badget in linea con gli scadenti princìpi fiscali di Bruxelles. […] Nessuno alla Commissione Europea sembra essere in grado di distinguere tra decurtazione delle tasse che aumentano gli incentivi per la crescita e spese che la impediscono. Parte della richiesta di Bruxelles è stata che l’Italia debba aumentare l’imposta al valore aggiunto fino al 25% nel 2021 dalla attuale pari al 22%. Dal momento che suggerire di bilanciare i conti attraverso l’aumento delle tasse è controproducente, gli stanziatori europei devono aver sbagliato ricerca economica […]

“Il rischio maggiore – prosegue il Wsj –  è che venga imposta all’Italia una sanzione pari allo 0,2% del Pil o che Roma venga costretta a rinunciare alla flat-tax pro-crescita. In entrambi i casi Roma potrebbe dire con ragione che i burocrati non eletti di Bruxelles sono di ostacolo alla volontà degli elettori italiani. Se Bruxelles vuole davvero vincere la battaglia del ‘budget’, dovrebbe preoccuparsi meno dei suoi dubbi target fiscali e di più di politiche che aiutino la crescita dell’Italia”.

Anche il Financial Times si è espresso sulla manovra, osservando che “Bruxelles deve stare attenta a non giocare il gioco dei populisti italiani dando l’impressione che un governo regolarmente eletto non possa perseguire le politiche economiche di sua scelta”, anche perché “non tutte le idee del governo italiano sono sbagliate”.

Per quanto riguarda Standard’s Poor’s che,  al contrario di Moody’s non declassa l’Italia e conferma il giudizio «BBB» attribuito al grado di affidabilità dei titoli, interessante la riflessione di Thomas Fazi, autore del libro Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale (Meltemi, 2018): “Comunque i dubbi di Standard & Poor’s e delle altre agenzie di rating sulla solvibilità del debito italiano sono perfettamente giustificati. Come spiega la stessa S&P:

I rating dei debiti sovrani emessi in valuta locale tendono ad essere più alti di quelli dei debiti in valuta estera, poiché nel primo caso la solvibilità del debito emesso in valuta locale può essere supportata da una serie di poteri unici di cui dispongono gli Stati all’interno dei loro confini, compreso il potere di emissione della valuta locale. Per questo motivo, i rating degli Stati che appartengono ad una unione monetaria e che dunque hanno ceduto l’emissione della moneta e il controllo del tasso di cambio a una banca centrale sovranazionale, sebbene questi emettano debito in quella che formalmente può essere considerata una valuta locale, secondo i nostri criteri sono uguali ai rating degli Stati che emettono debito in una valuta estera

Più chiaro di così si muore. Insomma, il problema dell’Italia non è la politica fiscale del governo (che infatti presenta un avanzo primario da vent’anni) ma unicamente il fatto di aver rinunciato al potere di emissione monetaria, che pone il paese nella stessa condizione di quelle economie emergenti che sono costrette a contrarre prestiti in una valuta estera. Ovviamente quando le agenzie di rating indicano la luna, lo stolto se la prende con le agenzie di rating” .

(di Roberto Vivaldelli)