Il paradosso di Macron: voleva rilanciare l’Europa ma ora l’Europa lo affossa

L’impopolarità del presidente Emmanuel Macron rappresenta un fenomeno, un dato di fatto che, a partire dalle elezioni francesi del 2017 e dalla sua ascesa all’Eliseo, è andato progressivamente estendendosi. Gli impietosi risultati dei sondaggi confermando questo andamento. I dati raccolti da sei istituti di ricerca, ivi compresi Ifop ed Ipsos, hanno registrato, di media, un calo del 5% nella popolarità durante il mese di settembre (dal 35% al 30,2%) ed un crollo del 26% dal giorno della sua elezione [le differenze nelle percentuali registrate dagli istituti sono determinate dalla metodologia applicata all’inchiesta da ciascuno di essi].

Un altro recente sondaggio, condotto dall’istituto Odoxa per France Info e Le Figaro nel mese di settembre, sulle intenzioni di voto in vista delle elezioni europee di maggio 2019, indica un tête-à-tête fra il partito di Macron, La République en Marche, attestato al 21,5% dei consensi, e il Rassemblement National di Marine Le Pen, dato al 21%.

Risultati a dir poco insufficienti per “l’uomo della provvidenza”, colui che avrebbe dovuto rilanciare il progetto d’integrazione europea attraverso l’implementazione di un’agenda riformista intesa ad arginare e contrastare l’ascesa dei populismi ed il diffondersi di sentimenti nazionalisti. Presentatosi come una figura pragmatica e post-ideologica, “l’enfant prodige” si è riciclato, in maniera indubbiamente perspicace, come “il nuovo che avanza” – pur essendo stato, per l’appunto, rappresentante del governo socialista di François Hollande in qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze dal 2014 al 2016.

Un eccelso prodotto di marketing elettorale, la cui nascita è stata facilitata dalla crisi dei partiti tradizionali: da una parte i socialisti, dall’altra i conservatori repubblicani. Il giovane Macron, inoltre, ha goduto (e gode tuttora) tanto dell’appoggio esterno di diversi leader stranieri, europei e non – tra cui Matteo Renzi (che ha indicato in Macron “il nuovo referente per l’Europa”), Barack Obama ed Angela Merkel -, quanto di quello dell’apparato sovranazionale dell’Unione Europea. Era stato addirittura proclamato “nuovo leader del mondo libero” dal quotidiano americano Politico.

Nei primi mesi del suo mandato presidenziale, Macron ha dato l’impressione di poter assumere la dimensione di statista e diventare quindi il punto di riferimento per gli europeisti, sottraendo così alla Germania di Angela Merkel, paralizzata nello stallo istituzionale post-elettorale, il ruolo di principale interlocutore europeo vis-à-vis con il palcoscenico internazionale. La parabola discendente della Merkel veniva così compensata da quella ascendente di Macron.

Come sottolineato dal Professor Sergio Fabbrini, direttore della LUISS School of Government, Macron aveva previsto e desiderato un piano riformista  sia per l’Unione Europea che per l’Eurozona. Per quanto riguarda l’UE, l’obiettivo sarebbe stato quello di spingere per una maggiore sovranità continentale su settori molto importanti quali la protezione, la crescita, lo sviluppo sostenibile, la tecnologia digitale, la politica estera e quella di sicurezza.

Sempre secondo il Professor Fabbrini, su diversi di questi punti vi è «un consenso formale ma divisioni sostanziali» tra gli Stati membri, poiché è complesso rendere gli interessi nazionali compatibili con quelli comunitari, e viceversa. Sulla riforma dell’Eurozona, invece, l’intenzione di Macron era di istituire un budget europeo gestito da un ministro delle finanze per l’area della moneta unica. Tuttavia, un piano dalle ambizioni comunitarie richiede il sostegno di partner disposti a sottoscriverlo e, dal punto di vista degli alleati, il presidente transalpino ne è risultato – ed ancora ne risulta – privo. Il suo isolamento in Europa è, infatti, sempre più visibile, conclamato e tangibile.

Difatti, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, pur riconoscendo in Macron un importante interlocutore, si trova oggi ad affrontare il momento più buio della sua carriera politica. I risultati emersi dalle elezioni bavaresi di domenica 14 ottobre hanno scosso la politica nazionale, provocando un terremoto le cui ripercussioni, con ogni probabilità, giungeranno direttamente a Berlino. Come se non bastasse, alcuni analisti pronosticano un altro fallimento incombente: il voto nella Regione dell’Assia, previsto per il 28 ottobre. Diversi sondaggi, infatti, danno la Cdu della Merkel al 29% dei consensi, ben 13 punti in meno rispetto al 42% ottenuto nel 2012, ed il partito socialista (Spd), umiliato alle elezioni bavaresi, in calo dal 29 al 23%.

Nel caso in cui questo scenario dovesse avverarsi, la fine prematura della Grande Coalizione non sarebbe, dopotutto, un’ipotesi così remota. In un contesto di crisi nella politica interna del governo e del suo stesso partito, la Merkel non è perciò in grado, almeno per il momento, di sostenere le ambizioni europeiste del collega transalpino. Con una Germania inerte, il sogno europeista di Macron è destinato a rimanere nei corridoi di Bruxelles.

L’Italia è in rotta di collisione con l’Unione Europea, sia per quel che riguarda il Documento di Economia e Finanza (Def) proposto dal governo, sia in merito alla linea politica adottata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in tema d’immigrazione. Su quest’ultimo aspetto, Macron ha contribuito, senza ombra di dubbio, ad alimentare le già esistenti frizioni tra i due Paesi: il rapporto tra il governo italiano e quello francese è, infatti, ridotto ai minimi termini. Il tentativo di impartire lezioni umanitarie al governo giallo-verde sul tema dell’immigrazione, combinato con i recenti episodi di sconfinamento della gendarmeria francese sul suolo italiano, non ha fatto altro che enfatizzare l’ipocrisia di chi, in materia di frontiere e protezione dei confini, predica bene e razzola male. Il governo Lega-Cinque Stelle non è di sicuro l’alleato naturale di Macron.

La situazione nella Mitteleuropa non è migliore, anzi. L’europeista Macron non troverà, di certo, nel gruppo di Visegrad un alleato su cui contare per il rilancio del progetto d’integrazione europea. Nonostante le divergenti radici storico-ideologiche dei partiti politici al governo nei rispettivi Stati, i membri del V4 (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) condividono il sentimento che più di tutti sta alterando gli equilibri dell’apparato politico europeo: l’euroscetticismo.

La “visione di Europa” del gruppo Visegrad si basa su pilastri inamovibili: la difesa delle frontiere comunitarie; la tutela dell’identità nazionale; la lotta al multiculturalismo, all’immigrazione di massa ed alla globalizzazione; l’opposizione ad un crescente trasferimento dei poteri dagli Stati nazionali alle istituzioni comunitarie. Il nuovo obiettivo dei V4 è quello di allargare il bacino di utenza agli altri partiti politici europei, in sintonia con la loro visione, creando una sorta di Visegrad 2 che comprenda, in particolar modo, il Rassemblement National di Marine Le Pen, la Lega di Matteo Salvini, Alternative Für Deutschland di Alice Weidel, e il Partito per la Libertà olandese di Geert Wilders.

Nel contesto dell’Europa centrale, inoltre, gioca un ruolo fondamentale il governo austriaco, composto dall’Övp di Sebastian Kurz e dall’Fpö di Heinz-Christian Strache. Impegnato nella Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, il governo austriaco sta tentando di agire da intermediario tra le forze politiche di Visegrad ed il resto del Vecchio Continente. Sebbene la posizione austriaca nei confronti dell’Ungheria di Orban sia ambigua – il Cancelliere Kurz ha votato per l’attivazione della procedura dell’articolo 7 del Trattato per la violazione dei diritti fondamentali dell’UE contro Budapest; invece, l’alleato di governo, il vice-Cancelliere Strache, ha teso la mano al primo ministro ungherese, proponendogli la creazione di un blocco comune nel Parlamento Europeo -, un’alleanza europeista tra Macron e il governo Kurz-Strache è, attualmente, fantapolitica.

Sempre più isolato, il progetto riformista di Macron sembra aver raggiunto l’apice dell’impotenza. Privo di un fronte alleato omogeneo e consolidato, il suo piano per un “risveglio europeo” pare destinato a trasformarsi in un incubo. La divisione tra il nord ed il sud del continente è sancita da anni; le frizioni tra est ed ovest non accennano a diminuire. Il tutto condito da un euroscetticismo dilagante, che si accinge a capovolgere gli equilibri politici in occasione delle elezioni europee di maggio 2019. Il problema di Macron, che potrebbe condannarlo al declino, sembra essere quello di avere una visione politica ed economica dell’Europa incompatibile con l’epoca contemporanea: o, quantomeno, inverosimile rispetto alla realtà contingente. È questo il “paradosso Macron-Europa”: avrebbe voluto cambiare l’Europa, ma sarà l’Europa a ridimensionarlo politicamente.

(di Claudio Pasquini Peruzzi)