Negli occhi di Diaz…

…c’è tutta la gioia della speranza, dello sguardo al futuro. Parole che sembrano vuote di significato in un’Italia che da troppo tempo non le conosce, non le tramanda, le spazza via come cancri, almeno tramite la cultura ufficiale.

Non è uno sguardo normale e lo si recepisce subito. È lo sguardo di chi orgogliosamente urla al mondo “ce l’ho fatta”, “ci sono riuscito”, probabilmente in barba a chi credeva che non fosse possibile vedere un’Italia vincente, o forse con preveggenza in barba proprio a tutti i contemporanei che lo continuano a ritenere non solo impossibile, ma addirittura biasimabile, troppo fascista, troppo ambizioso in generale. Perché l’ambizione, la voglia di recitare un ruolo nel mondo, ci mancherebbe altro, è male fascista.

Mancano meno di 10 giorni al Centenario della Vittoria della Grande Guerra del 1918. In Parlamento, qualcosa è avvenuto: la ricorrenza si festeggerà, anche se è paradossale ci sia voluto addirittura un voto per stabilirlo. Voto, per fortuna, espresso a larga maggioranza.

E chissà che non sia un segno del destino che questo secolo cada proprio in un momento particolarissimo della politica italiana, sicuramente fortunato, sicuramente confuso, certamente privo di una direzione precisa motivata da compattezza sociale ma piuttosto dalle normalissime e fisiologiche reazioni di cittadini ormai esausti dal giogo europeista. Chissà.

Chissà che da processi spontanei ma ancora frastagliati non possa emergere un clima sociale adatto a rifondare la cultura nazionale, a rimetterla a disposizione di tutti gli italiani, perfino quelli più scettici e ostili, e a far capire loro che c’è una casa comune di cui occuparsi, una casa comune che ha una sua dignità, soprattutto storica.

Chissà che non si possa partire proprio dalla Grande Guerra, da quel successo clamoroso vilipeso e attaccato dalla cultura dominante, quella che esalta i disertori e dimentica gli eroi. Che dimentica le grandi menti come Armando Diaz, gli spericolati avventurieri come Ercole Ercole, gli eroi sacri come Nazario Sauro o Enrico Toti, e perché no, una buona volta anche i rigorosi comandanti come Luigi Cadorna.

In questa storia ci sono tutti, perché tutti hanno collaborato al suo esito. Tragico e glorioso insieme, in cui quasi 9 soldati su dieci poterono raccontare le loro gesta e le loro sofferenze, nel rispetto di chi non ce la fece.

Perché i nomi altisonanti, ma anche i semplici fanti, un nostro nonno o bisnonno, un nostro avo che ha combattuto, che è perito ma che è anche sopravvissuto, sono i nostri miti.

Di più, sono i nostri Achille, i nostri Ercole, i nostri Giovanna d’Arco, tra poemi omerici e realtà: e sono sono esistiti tutti, per davvero. Hanno sputato sangue sul serio, sono stati feriti a morte e sono sopravvissuti. Ecco perché vanno valorizzati ogni giorno.

Comunque vada, auguri, Italia vittoriosa.

(di Stelio Fergola)