Vogliono strangolarci coi mercati finanziari

Jeroen Dijsselbloem è un nome forse largamente sconosciuto, persino pronunciabile con difficoltà e dubbi. Politico olandese del Partito del lavoro (altro partitucolo collaborazionista della Ue, delendato dal voto popolare dei Paesi Bassi nel 2017, confederato del Partito socialista europeo assieme al nostrano Partito democratico), è stato già Ministro delle finanze nel suo paese dal 2012 al 2017.

I ruoli più rilevanti coperti da Dijsselbloem sono stati, dal 2013 a gennaio di quest’anno, quello di presidente dell’Eurogruppo (organismo che riunisce tutti i ministri delle finanze degli stati della Ue), assieme a quello di  presidente del consiglio dei governatori del Meccanismo europeo di stabilità.

Nel 2017, in un’intervista per il giornale conservatore e liberale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, parlò così degli stati dell’Europa meridionale: “Durante la crisi dell’Euro, i paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i paesi interessati dalla crisi. Come socialdemocratico, do grande importanza alla solidarietà. Ma ci sono anche dei doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto“.

L’Italia è dunque una nazione, assieme anche ad altre come Grecia o Spagna, di prosseneti, sessuomani e alcolizzati.

Veniamo alle dichiarazioni fatte al network americano Cnbc, specializzato in finanza ed economia: “E’ piuttosto preoccupante [la situazione dell’Italia]… Ci sarà un ruolo che dovranno ricoprire i mercati: se si osserva ciò di cui l’Italia avrà bisogno l’anno prossimo per finanziarsi, si parla di oltre 250 miliardi; si tratta di rifinanziare una parte del loro debito e inoltre, naturalmente, questi nuovi piani di spesa. Quindi i mercati dovranno osservare tutto ciò in modo molto critico“.

Bisogna districarsi, come in un folto groviglio di cespugli spinosi, ma in tutti questi labili tecnicismi dell’economia divenuta rapina, si riesce a cogliere il significato profondo: i mercati avranno l’ultima parola e detteranno la linea da rispettare, che sarà legge assoluta. I governi possono sbracciarsi in tutte le direzioni, ma saranno gli “dei” del mercato che agiranno e Dijsselbloem sembra evocarli, quasi fosse un negromante.

Si è espresso anche sulle nostre banche: “Ci sarà da fare anche per l’autorità e i supervisori bancari, per vedere come ciò opererà sulle banche italiane. Abbiamo già potuto constatare come le loro quotazioni stiano cadendo verso il basso“. Se quindi i mercati sono le armate che ci colpiranno su un fronte, dall’altro anche il settore bancario sarà assaltato da altri miliziani.

Molte guerre, oggi, si combattono così: le nazioni “problematiche” o che hanno contratto troppi debiti sebbene dopo esser state subornate, come avvenne alla povera Grecia, sono invase e piegate non dal rumoroso e plateale scontro armato, ma da nemici pressoché invisibili, silenziosi e mortiferi come le agenzie di rating o i colossi finanziari. Jeroen Dijsselbloem pronuncia pubblicamente tutte le frasi adeguate per risvegliare questi mostri, per poi scaraventarceli addosso.

Un altro finto socialista, uno squalo travestito da pesce rosso, perdente in casa propria che appena giunge ai vertici dei gangli tecnocratici dell’Unione europea, inizia a colpire a suon di frusta economica popoli e nazioni.

Il quotidiano britannico Daily Express ha pubblicato, la settimana scorsa, altre frasi di Dijsselbloem il quale, scrivendo alcuni status sulla rete sociale Linkedin, ha commentato persino il processo col quale il Regno Unito sta abbandonando l’Unione Europea: “Non ci sarà un accordo sulla Brexit questa settimana nè il mese prossimo. Prevedere più tempo è inevitabile: utile per realizzare qualsiasi accordo e per evitare un voto nel parlamento britannico nel breve periodo. Il tempo servirà inoltre per permettere nuove elezioni o un secondo referendum, se l’accordo verrà rifiutato nel frattempo, cosa che sembra essere probabile“.

Vorrebbe manovrare anche le decisioni politiche a favore dell’Unione europea, tanto essendo “socialdemocratico” nessuno lo etichetterà come gerarca del carcere dei popoli nel quale siamo, purtroppo, rinchiusi anche noi.

(di Pietro Vinci)