Il mondo geopolitico del 2025

Di recente, esperti di relazioni internazionali quali Patrick Porter, Graham Allison, Thomas Wright, Robert Kagan, Rebecca Lissner, Mira Rapp-Hooper, e me stesso, si sono trovati a discutere riguardo l’attuale ordine mondiale. Buona parte del dibattito si incentrava sul fatto se questo ordine fosse, o meno, “liberale”. Gli esperti teorici di relazioni internazionali potrebbero passare diversi giorni a spulciare i vari contributi, e riflettere su quale sia il caso migliore. Ma, ad essere onesti, non sono del tutto convinto che ne varrebbe la pena.

Perché? Beh, tanto per cominciare, non ho mai capito che cosa significa “ordine mondiale”. Tantissimi autori usano il termine – lo statista Henry Kissinger ha scritto un volume sul tema con questo titolo, talmente grosso che si potrebbe usare come fermaporte – e confesso di averlo usato io stesso in diverse occasioni. Tuttavia, rimane un concetto vago e confuso su cui c’è poco consenso.

L'”ordine mondiale” è una semplice configurazione del potere nel mondo? E se così fosse, come si definisce il potere? È la distribuzione del potere più qualsiasi sistema di regole, o norme formali o informali, che gli Stati più forti escogitano e impongono, tranne per quelle occasioni in cui decidono di ignorarle o riscriverle? Il termine indica un sistema più o meno prevedibile di comportamenti tra i principali attori globali, dove gli osservatori decidono quali giocatori e quali comportamenti hanno più peso, o è semplicemente un termine usato per pigrizia per indicare un determinato sistema internazionale in un determinato periodo di tempo?

Se nessuno sa davvero che cosa significhi “ordine mondiale”, allora cerchiamo di restringere il campo. Invece di cercare di capire che cosa sia questo altisonante ordine mondiale, proviamo più semplicemente ad anticipare quali saranno i temi principali della politica globale nei prossimi anni. In altre parole, se qualcuno vi chiedesse da cosa sarà caratterizzata la politica mondiale nel 2025, cosa gli rispondereste?

Come spesso succede, qualcuno mi ha rivolto questa domanda di recente. La mia risposta si concentra principalmente sulle implicazioni per gli Stati Uniti, ma, per quello che vale, ecco cosa ho risposta.

Complessivamente, il mondo del 2025 sarà “assimetricamente multilaterale”. L’ordine odierno non è liberale (molti attori chiave rigettano le idee liberali), e nemmeno quello del 2025 lo sarà. Gli USA saranno ancora l’attore più importante del pianeta, perché nessun altro paese possiederà la stessa combinazione di potere economico, sofisticazione tecnologica, forza militare, sicurezza territoriale e demografia favorevole. Ma i suoi margini di superiorità saranno più piccoli di oggi, e il paese dovrà affrontare problemi fiscali a lungo termine e divisioni politiche profonde. La Cina sarà la seconda potenza mondiale (e supererà gli Stati Uniti in alcuni campi), seguita da un numero di altri giocatori chiave (Germania, Giappone, India, Russia, e così via), tutti molti più deboli dei due stati principali.

In questo sistema, gli Stati Uniti saranno molto più selettivi nella scelta di impegnarsi ad usare il proprio potere all’esterno. Non torneranno all’isolazionismo, ma il desiderio di rimodellare il mondo, che ha caratterizzato l’era unipolare, stava svanendo molto prima che Donald Trump diventasse il presidente degli Stati Uniti. Non succederà di nuovo, non importa quanto i neoconservatori nostalgici ci provino.

Come è già chiaro, la politica estera e di difesa americana si concentrerà principalmente sul contrastare la Cina. In aggiunta al cercare di rallentare gli sforzi della Cina nel dominio delle tecnologie emergenti, gli USA dovranno anche impedire a Pechino di stabilire una posizione dominante in Asia. In pratica, ciò significherà mantenere, approfondire e, se possibile, espandere le alleanze americane nell’area, anche se la Cina cercherà di tenere fuori gli Stati Uniti e di portare gli stati confinanti nella propria sfera di influenza.

Mantenere la posizione statunitense in Asia non sarà facile, perché le distanze sono vaste, gli alleati americani in Asia vogliono mantenere i legami con la Cina, e alcuni di quegli alleati nemmeno si piacciono molto tra loro. Tenere insieme questa coalizione richiederà un grosso sforzo diplomatico, che oggi è già in ritardo, e il successo non è garantito. Ma non sarà nemmeno un totale fallimento, perché la Cina a sua volta accumulerà dei problemi, incluso il fatto che molti dei suoi vicini non vogliono che Pechino domini la regione.

Ma, in quanto realista, lo dico da più di 15 anni: la rivalità emergente tra Cina e Stati Uniti sarà la caratteristica principale della politica mondiale per il prossimo decennio, e probabilmente oltre.

In contrasto, nessun paese attualmente minaccia di dominare l’Europa. Per questa ragione, il ruolo statunitense nell’area continuerà a declinare (è in declino costante dalla fine della Guerra Fredda). Nonostante le paure allarmistiche su una Russia che risorge, è troppo debole per minacciare l’Europa come ai tempi dell’Unione Sovietica. Ci sono molte meno probabilità di un intervento USA in Europa che ai tempi della Guerra Fredda. L’Europa ha una popolazione di oltre 500 milioni di persone, mentre la popolazione russa è di circa 140 milioni; sta invecchiando rapidamente, ed è destinata a crollare nel prossimo futuro.

L’economia dell’Europa è pari a 17 triliardi di dollari – la sola Germania ne vale 3,5 -, la Russia meno di 2 triliardi. Ma, soprattutto, i membri dell’UE spendono per la difesa quattro volte ciò che spende la Russia. Non spendono in maniera efficiente, ma ciò che all’Europa serve è una riforma della difesa, non sussidi a fondo perduto americani. E i veri problemi che l’Europa deve affrontare – come la difesa dei propri confini contro l’immigrazione clandestina – non sono cose che gli Stati Uniti possono risolvere.

Oltretutto, l’Europa e la NATO non avrebbero un ruolo chiave, in quanto Washington deve concentrarsi di più sull’Asia. I paesi europei non vogliono recidere i legami con la Cina, né sono in grado di incidere sulle politiche di Pechino. Se la competizione sino-americana si aggraverà, come io temo accada, la cosa sarà un altro punto di attrito tra gli USA e i propri partner europei. Trump potrebbe accelerare questo processo continuando a fare guerra commerciale con l’Europa, e imponendo dazi a quei paesi che vogliono tenere il nuclear deal con l’Iran, ma, anche se non lo facesse, la lenta devoluzione delle relazioni trans-atlantiche continuerà. Non c’è niente di sorprendente o tragico in tutto ciò. Sono le semplici ma inevitabili conseguenze del collasso dell’Unione Sovietica e dell’ascesa dell’Asia.

Per quanto riguarda l’Europa, continuerà a pesare molto meno di quello che potrebbe. Il progetto dell’Unione Europea rimane profondamente incrinato, il processo della Brexit avrà conseguenze incerte, la crescita economica del continente non è omogenea, e i partiti estremisti stanno prendendo il potere in diversi paesi. L’UE è diventata troppo larga ed eterogenea per prendere decisioni rapide e precise, e deve affrontare l’opposizione degli elementi interni illiberali. Considerando i milioni di giovani africani e mediorientali che continueranno ad emigrare da altre parti, la questione dei rifugiati, che ha sconvolto la politica interna in tutta Europa, non è destinata a scomparire.

C’è, tuttavia, una carta jolly nel continente che riguarda gli Stati Uniti. Questo jolly è la possibilità di una distensione – o anche di un riavvicinamento – con la Russia. Dopotutto, sarebbe nell’interesse dell’Europa se l’interferenza russa in Ucraina diminuisse, la sua ingerenza nella politica europea finisse, e la potenziale minaccia per i Balcani cessasse. Sarebbe nell’interesse della Russia revocare le sanzioni europee, e anche non doversi più preoccupare che l’UE o la NATO si spostino più a est. E sarebbe nell’interesse americano allontanare la Russia dalla Cina ed evitare ulteriori manovre nel paese che non sarebbero né di vitale interesse, né facili da difendere. I due giganti non sono alleati naturali, e si sospetta che a Vladimir Putin piaccia Xi Jinping, almeno quanto a Mao piaceva Krushev.

Qui abbiamo la materia prima per un accordo reciprocamente vantaggioso, ed è possibile che Trump voglia giocare bene con la Russia non perché Putin abbia qualcosa su di lui, ma perché ha un senso geopolitico. Ma Trump e i suoi intricati rapporti con i suoi seguaci hanno lasciato il presidente degli Stati Uniti compromesso e incapace di fare molto, su questo fronte. Un passo avanti strategico con la Russia dovrà aspettare un secondo mandato, o un nuovo presidente (a seconda di cosa si verifichi prima).

Per quanto riguarda il Medio Oriente, rimarrà un calderone in ebollizione per molti anni a venire. Oltre ad avere le proprie sfide demografiche, la regione è ora divisa in diverse dimensioni: sunniti contro sciiti, arabi contro persiani, sauditi contro qatarioti, israeliani contro palestinesi, curdi contro turchi, jihadisti contro tutti (inclusi loro stessi) – e la lista continua. Oltretutto, ci sono diversi stati disfunzionali (o addirittura inesistenti) in Iraq, Libia, Siria e Yemen, con potenze estere che interferiscono all’interno di essi.

Una ovvia conseguenza: nessun paese sarà in grado di “dominare” il Medio Oriente. Gli Stati Uniti non potevano gestire la regione al culmine del momento unipolare, ed è risibile rivendicare (come fanno alcuni falchi) che l’Iran sia prossimo a dominare la zona. Teheran non ha la capacità economica e militare di dominare il Medio Oriente, soprattutto perché deve affrontare diversi avversari in diversi posti. Questo vale anche per gli altri attori regionali, tra cui Egitto, Israele, Arabia Saudita, Turchia e Emirati Arabi Uniti.

Senza alcun potenziale egemone in vista, aspettatevi che gli USA cerchino di tornare all’approccio usarono dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ai primi anni ’90. All’epoca, gli Stati Uniti avevano interessi strategici nel petrolio mediorientale e nella sicurezza di diversi paesi, ma tenevano la propria presenza militare al minimo. Si affidavano, invece, ad altri stati o ad alleati locali per mantenere l’equilibrio di potere nella regione.

Questa politica è cambiata con l’Operazione Desert Storm nel 1990 e l’adozione del “doppio contenimento” nel 1993, e ancora di più con l’invasione dell’Iraq nel 2003 e il fallito tentativo di trasformazione della regione che ne è seguito. I neocon duri e puri non hanno imparato la lezione da quella sconfitta, ma il resto del paese si. Più avanti, gli USA continueranno a tenere bassa la propria presenza militare – come già stanno facendo oggi. Si affideranno a clienti locali, sostenuti dall’aviazione americana, dai droni, o dalle forze speciali solo se e quando sarà assolutamente necessario. Ma, a eccezione di una grave minaccia per l’equilibrio del potere regionale, la presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente continuerà a diminuire, indipendentemente da chi siederà nello Studio ovale. E questa tendenza accelererà, se il mondo inizierà a contare meno sui combustibili fossili, riducendo in tal modo l’importanza strategica complessiva della regione.

È un errore, tuttavia, chiamare questo cambiamento un “ritiro”, una parola che implica una codarda perdita di volontà o di scopo. Sia in Europa che in Medio Oriente, è più accurato descrivere questa tendenza più ampia come un sensibile e duro riallineamento degli interessi e degli impegni dopo un periodo di sovraestensione, e quindi come una risposta razionale alla configurazione emergente del potere.

Quale sorta di ordine mondiale (ops, ho di nuovo usato questo termine!) sto descrivendo? Un ordine piuttosto incasinato, certo. Ho tralasciato molte cose – cambiamento climatico, cybersecurity, intelligenza artificiale, quasi tutta l’Africa e l’America Latina – e altre questioni che sono facili da immaginare. Ma, a rischio di sembrare vecchio stile, sono disposto a sostenere che nessuna di queste cose altererà la natura della politica mondiale.

L’ex presidente americano Bill Clinton una volta ha detto che “il cinico calcolo della politica del puro potere […] non è adatto a una nuova era”, e l’allora segretario di stato John Kerry ha criticato la Russia sulla Crimea dicendo “non ti comporti nel ventunesimo secolo come se fossi nel diciannovesimo”. Tuttavia, si sbagliavano, per quanto al’epoca fossero ottimisti. Il potere politico è vivo e vegeto, e ciò significa che siamo diretti verso un mondo fatto di competizione e di sospetto, dove la cooperazione continuerà ma sarà sempre delicata, e le follie dei leader spesso risulteranno in inutili sofferenze. O, per essere più precisi: siamo diretti verso un mondo che, in realtà, non abbiamo mai lasciato.

(di Stephen Walt, da Foreign Policy – Traduzione di Federico Bezzi)