La Commissione Europea ci dichiara guerra

Un pugnale è puntato alla gola della nostra intera nazione: la Commissione europea, l’organo di governo della UE, ha rigettato la manovra economica del governo italiano.

Valdis Dombrovskis, attuale Vicepresidente della Commissione e politicante lettone già punito dal proprio popolo (il suo partito è passato dal 21,8% del 2014, all’attuale 6,7% nelle elezioni politiche), è stato laconico come una sentenza alla pena capitale: “Il governo italiano sta coscientemente e in modo chiaro andando contro gli impegni sottoscritti. Sfortunatamente le spiegazioni non ci hanno convinti a modificare le conclusioni, alle quali eravamo già arrivati, per le inadempienze estremamente gravi“. Lo riporta l’americano CNBC.

Sul britannico The Guardian, si leggono altre dichiarazioni di Dombrovskis: “Quest’oggi, per la prima volta, la Commissione è costretta a richiedere ad una nazione dell’eurozona di modificare la propria proposta di bilancio. Purtroppo non vi sono alternative. Trasgredire le regole può essere allettante, ma solo in un primo momento può dare la sensazione di liberarsi. Può essere una tentazione quella di provare a curare il debito facendo più debito ma, ad un certo punto, il peso aumenta così tanto da non esserci più nessuna libertà“.

Tutto molto chiaro: se ci si azzarda solamente a modificare di una sola minuscola cifra ciò che è stabilito oltralpe, si tratta di un atto scellerato, da mettere all’indice con sdegno e cruda decisione repressiva. La nostra nazione non può valutare quali misure economiche adottare, non può proporre un nuovo corso fuori dalla follia dell’austerità e del limite al deficit che nessuno ha rispettato più dell’Italia – con una pulsione autolesionistica, in ossequio a leggi severe quanto inutili, a discapito dell’economia -, non è data nemmeno la possibilità di decidere in autonomia, perché un trattato europeo pone  un diniego assoluto.

Nel 2013 entra in vigore il Patto di bilancio europeo, avversato e non sottoscritto dal Regno Unito (ora in fase di uscita dalla Ue), dalla Repubblica ceca e dalla Croazia; fra le “regole d’oro” previste vi erano l’obbligo per gli stati di perseguire il pareggio di bilancio (entrate ed uscite devono parificarsi, senza alcun riguardo per la necessità di fare spesa pubblica a beneficio di tutto il popolo e dell’intera economia nazionale), obbligo di non sforare i limiti di deficit soprattutto per le nazioni con debito superiore al 60% del Pil e prevedeva persino il dovere di “coordinare” con la Commissione Europea e il Consiglio dell’Unione le nuove emissioni di debito.

Questa lordura giuridica, pari ai fogliacci incartapecoriti coi quali sovrani sbilenchi statuivano la condanna alla miseria di masse diseredate e impreparate, non è mai stata proposta dalla Commissione in forma di direttiva né mai è passata dal Parlamento europeo: quest’ultimo si oppose tramite una mozione, supportata da una maggioranza titanica.

Ciò non servì a nulla: già l’anno precedente, nel 2012, il nostro Parlamento popolato da beoti servi dell’eurocrazia votò favorevolmente, genuflettendosi (al Senato: 216 sì, 24 no, 21 astenuti; alla Camera dei deputati: 368 sì, 65 no, 65 astenuti). Il Presidente della Repubblica che la promulgò era Giorgio Napolitano e al governo vi era il venerabile Mario Monti. Parole simili a rintocchi funebri.

Adesso che la manovra economica è stata rifiutata dalla Commissione Europea, alla quale una legge da regime collaborazionista ci obbliga a rivolgerci con la testa china e il cappello liso in mano, arriva il momento cruciale: in caso di mancata modifica da parte del governo italiano, proponendo entro 3 settimane un nuovo documento finanziario da far sempre approvare dalla Commissione, si aprirà l’ennesimo iter burocratico europeo per la procedura d’infrazione: alla faccia dell’efficienza europeista, qui tutto puzza di scartoffie e codicilli impolverati.

Con questo strumento si puniscono gli stati membri dell’Unione Europea che non rispettano il diritto comunitario: altri fondi dovranno essere sborsati, per tutti noi obbligati a dover dire sempre “Signor sì” alla Ue, e per ogni minimo ritardo vi sono procedure vessatorie che aggravano la quota totale da conferire (dai 22mila ai 700mila Euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento).

Le teorie keynesiane assieme alle opinioni di grandi economisti di tale scuola, che era alla base di quello che fu lo stato sociale nei paesi capitalistici, sono state mandate tutte al rogo, mentre intere divisioni di carri armati – fatti di leggi e decisioni economiche della UE, sottoscritte dai collaborazionisti passati già al governo dell’Italia – hanno sfracellato il corpo dei nostri lavoratori, dei nostri disoccupati, inoccupati, e giovani costretti alla sottoccupazione, alla fuga all’estero o persino al suicidio.

Ampi settori dell’economia nazionale sono stati distrutti, denutriti da una scarsità di spesa pubblica che ha mandato alla rovina interi sistemi infrastrutturali, ceduti a privati senza spina dorsale ma dotati di grandi stomaci; parti del servizio pubblico, cruciali per lo sviluppo sociale del nostro popolo come scuole, ospedali, stazioni di Polizia, ambulatori, acquedotti e tanto altro, sono stati martoriati e fatti “dimagrire” a colpi di bisturi concedendo a servizi già esigui il “lusso” abominevole di peggiorare, abbandonando gli italiani con le loro esigenze.

Sorte infernale è toccata anche agli anziani, costretti a una vita di miserie e patimenti. Questo è il bilancio dell’austerità, del “E’ l’Europa a chiedercelo“, del “Bisogna battere i pugni a Bruxelles“: adesso, con il rifiuto di una manovra, sin troppo moderata, e la minaccia di estirparci con la forza altri fondi con la procedura d’infrazione, si frappone dinanzi a noi la macchina da guerra dell’Unione Europea.

Ora tocca a noi non semplicemente dichiarargli guerra, ma riorganizzarci e procedere al contrattacco.

(di Pietro Vinci)