“Società aperta”? Con Platone contro Popper

Se volessimo vedere un aspetto simbolico nel crollo del ponte di Genova, esso rappresenta la fine di un’era: la fine della società “aperta”. All’interno di una concezione “organica” dello Stato, le società, gli Stati, non sono altro che la trasposizione su scala maggiore dell’individuo. Di conseguenza così come l’organismo malato si mette a riposo cercando dentro di sé le ragioni del suo patimento, allo stesso tempo l’Italia, e più in generale i popoli d’Europa devono “serrare i ranghi” e rivedere tutto il loro modello di convivenza.

Ma che cos’è poi questa società aperta, il concetto sostanzialmente sviluppato da Karl Popper in “La società aperta e i suoi nemici”? È davvero quel paradiso che ci viene presentato, o meglio calato dall’alto, a colpi di parole dolci e seducenti, come ogni dogma del “pensiero unico”? La globalizzazione ha realizzato per davvero quella ricchezza culturale, o anche solo economica – tanto decantata dai profeti dell’“ideologia del progresso” – in base al principio della “freccia positiva” della Storia, per cui il domani sarà “sempre” e “per forza” meglio dell’oggi e dello ieri?

E il mondialismo, categoria diversa dal globalismo – perché prevede anche i valori – ha davvero realizzato questa fusione “superiore” universalistica delle identità, individuali e collettive, o lo ha fatto alla rovescia, e cioè appiattendo e creando un unico magma, universale sì, ma indifferenziato e scadente?

La questione di fondo non è il ritorno ad un “reazionarismo tout court”, incapace di connettersi con le esigenze della realtà, che non sappia di interpretare la modernità seppur alla luce di principii permanenti, e ritirato in mondi “antichi”, spiritualmente “puri” e non connessi alle forze della materia.
Uno dei fattori principali da analizzare, come dal simbolismo colto nel crollo del ponte, è quello delle frontiere – fattore fondamentale anche se si vuole intendere l’entità statale dal punto di vista della semplice amministrazione.

Alla stregua di un condominio o di una casa, avete mai pensato di abbatterne i muri – che separano le stanze, i diversi appartamenti o i diversi palazzi – dall’oggi al domani? E se lo avete fatto avrete avuto tutte le buone ragioni di questo mondo, oppure siete stati spinti da discorsi tipo “abbatto i muri”, “no borders” e “nessuno è illegale”? Tutte parole d’ordine, queste, di una ideologia che a colpi di cosmopolitismo, “dirittoumanismo”, e socialdemocrazia moderata o radicale, costituisce la nuova maschera assunta dalle forze della speculazione economica, dello svilimento delle identità e del nichilismo.

È naturale che esistano le frontiere per le nazioni, così come la forma nell’individuo edifica e protegge dalla caoticità della sostanza. È naturale che esse vengano presidiate e all’occorrenza anche chiuse con tutte le conseguenze che ciò possa provocare. Tornando alle polemiche di questi giorni circa i porti italiani, oppure con taluni governi di Stati europei, il ragionamento porterebbe a pensare che in realtà ci sia più bisogno di presidiare quelle italiane, come quelle degli Stati al confine della UE, piuttosto che quelle all’interno di essa.

In una vera Europa unita, i confini tra gli stati membri non avrebbero ragione di esistere, ma quelli con Stati non europei sì. Ecco l’applicazione del principio calato nel particolare, del “se sia giusto o meno tenere aperte le frontiere”! Ma il dogma “società aperta” non è solo di tipo “orizzontale” e cioè legato a confini e frontiere, ma anche di tipo “verticale”, circa il mondo dei principii, dei valori e dell’importanza di essi nell’ordinamento statale.

Che poi, se dovessimo immaginare la sua antinomia, essa dovrebbe essere la “società chiusa”, ma come abbiamo visto e vedremo in realtà non è così. L’opposizione alla “società aperta” è una società dove vi sia una preminenza del “tutto” sulla “parte” e la direzione dell’’“intelletto razionale”, a discapito del ribollimento delle peggiori caratteristiche dell’Uomo (venialità, basso istinto, egoismo, invidia, rancore e senso di colpa).

Sempre recuperando modelli “non moderni” di organizzazione statale, vediamo che essi basavano la propria formazione su un sistema di qualità interiori intese come “naturali e da realizzare”. Nell’antica India si avevano le leggi del “dharma”, e relativamente al loro rispetto, anche la suddivisione dei diversi tipi di individuo in varna, genericamente “caste”, in modo che tale differenziazione fosse riportata nell’ordinamento Statale.

Una differenziazione, questa, che pur sempre veniva da una concezione antropomorfica dell’esistente, per cui da ogni parte del Puruṣa, l'”Uomo Cosmico”, derivava un preciso tipo di individuo e la sua conseguente appartenenza alle quattro caste di riferimento: Brahmani (sacerdoti); Kshatriya (guerrieri); Vaiśya (mercanti); Shudra (servitori). Allo stesso modo nell’antica Grecia sistemi di questo tipo venivano attuati, oppure immaginati da Platone, facendo guadagnare al filosofo, e proprio ad opera di Karl Popper, la definizione di precursore della “società chiusa” e “totalitaria” per eccellenza.

Platone infatti, proprio in “La Repubblica”, immagina – o meglio ripropone – una suddivisione, nemmeno poi tanto netta e statica, tra governanti, guerrieri e manuali. Una suddivisione a partire dalle tre tendenze animiche individuali (razionale, irascibile e concupiscibile) e sulla quale si imperniava tutta l’architettura dello Stato. O ancora nel medioevo, fu Giorgio Gemisto Pletone a recuperare tali differenziazioni per immaginare una repubblica governata da re filosofi e votata alla prosperità e all’armonia tra le parti. Ma senza andare troppo in là nel tempo anche i sistemi liberal-democratici, socialisti e meglio ancora fascisti, hanno avuto bisogno del principio “gerarchico” per reggersi.

Ed escludendo le democrazie antiche alla Pericle o degli Spartiati, dal senso differente a quello attuale, ci chiediamo: la democrazia moderna non si regge sempre sulla suddivisione dei 3 poteri? E, anche dal punto di vista economico-sociale non presenta, abbinata al capitalismo, una suddivisione tra l’industria, l’agricoltura e il terziario, e tra lavoro intellettuale e manuale? La questione è casomai data dal grado di mobilità interna, ma a questo punto la concezione pecca di “modernità”, non riuscendo ad inquadrare il fatto politico all’interno di un quadro “metafisico” molto più ampio.

A parte il fatto che questa mobilità, come abbiamo visto nel corso del tempo, è più che altro una chimera. Ma poi perché mai un artista, un artigiano o un manovale dovrebbe fare altro nella vita rispetto a ciò per cui è portato? Certo la formazione personale prevede anche le capacità di adattamento, però non si può basare un intero sistema di vita e di lavoro sul fatto di potere, o meglio di dovere – per i tempi che corrono – fare “di tutto” nel mondo del lavoro.

Un tutto che poi, manco a farlo apposta, è sempre lavoro “tecnico, manuale e sottopagato”, lasciando quello intellettuale “ben retribuito” ai rampolli del “pensiero unico dominante”. Quindi per avere una comprensione maggiore della vita, e della sua organizzazione comunitaria sulla terra, bisogna uscire dall’ottica del “paradigma della modernità”, non per rifiutare essa, ma per mettersi nelle condizioni di interpretarla al meglio.

(di Roberto Siconolfi)