Lasciate stare l’Italia: l’UE vuole austerità in un’economia stagnante

Dei feroci e ridicoli attacchi alle politiche fiscali moderatamente espansive decise dall’Italia per il prossimo anno stanno scatenando il panico nei mercati e dando vita a uno spettacolo poco edificante di pessime relazioni intra-europee.

L’acrimonia che ha portato alla revisione del bilancio italiano da parte della Commissione europea ha già gravato i contribuenti italiani con un aumento del debito per le generazioni a venire. Soltanto negli ultimi due mesi, il costo dei già alti prestiti governativi a 10 anni è salito di oltre 100 punti base – un colpo duro per un paese che già deve affrontare un debito pubblico pari a 2.4 trilioni di euro. Tale debito è equivalente a quasi il 150% del PIL italiano. Ecco il problema che deve affrontare il governo italiano.

Privata di una politica monetaria indipendente per gestire la domanda e l’occupazione, l’Italia ha leggermente invertito la sua politica fiscale restrittiva allo scopo di fornire un certo sostegno all’attività economica, e prevenire quello che appare come un rallentamento ciclico di ampiezza e durata sconosciute.

La crescita economica del paese, nel secondo quadrimestre di quest’anno, ha continuato a indebolirsi, perdendo lo 0.2% rispetto alle già basse previsioni di inizio anno. Fatta eccezione per le esportazioni, tutti gli altri settori della domanda appaiono deboli. I consumi delle famiglie – circa due terzi del PIL – vengono rallentati dall’alta disoccupazione e dalla mancata crescita dei salari. Il volume delle vendite nei primi sette mesi dell’anno è sceso di circa lo 0,7% rispetto all’anno precedente, a causa dei redditi stagnanti e del terzo tasso di disoccupazione più alto dell’Eurozona, dopo Grecia e Spagna. Lo scorso agosto, il 9,7% della manodopera italiana era disoccupata, e circa il 31% dei giovani risultava senza lavoro e senza futuro. A completare il tutto, ci sono 6.5 milioni di italiani, circa l’11% della popolazione, che vive sotto la soglia di povertà.

Tuttavia, c’è di peggio: l’UE riporta che il 30% della popolazione italiana è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Viste le previsioni di domanda interna così scarse, alcune persone si chiedono se la suggerita ricetta tedesca possa aiutare. L’export, ovviamente, è l’ingrediente chiave della presunta cura miracolosa berlinese, perché rappresenta il 30% del’economia italiana.

Ahimè, purtroppo questa è una falsa soluzione. Nel corso degli ultimi tre anni, le esportazioni nette hanno ridotto dello 0,5% la quasi stagnante crescita del PIL italiano, pari all’1,1%. E anche se le esportazioni, nei primi sette mesi dell’anno, sono cresciute del 4%, non hanno avuto nessun beneficio sull’output manifatturiero del paese. La produzione industriale durante il periodo gennaio-luglio è calata dello 0,5%.

Questo, naturalmente, è un presagio per gli investimenti aziendali, perché la debolezza del settore manifatturiero indica abbondanza di capacità produttiva inutilizzata. In altre parole, le aziende italiane non hanno bisogno di investire in nuovi macchinari o in capannoni più grandi, perché hanno già ciò che gli serve per venire incontro alla domanda.

Quindi, cosa rimane per dare una mano al lavoro e ai salari italiani? Nulla – assolutamente nulla – continua a urlare l’UE a guida tedesca: l’Italia non ha una politica monetaria indipendente e, secondo la Commissione europea, la posizione fiscale dovrebbe rimanere congelata in una modalità restrittiva di durata indefinita.

PER L’ITALIA È GIUNTO IL SUO MOMENTO “WHATEVER IT TAKES”

L’Italia sa che cosa significa tutto ciò. Prima dell’inizio della crisi finanziaria dell’ultimo decennio e dell’austerità fiscale imposta dalla Germania, il deficit di bilancio dell’Italia nel 2007 è stato ridotto all’1,5% del PIL (rispetto a quasi il 3% del PIL in Francia), l’avanzo primario del bilancio (bilancio prima interessi passivi sul debito pubblico) è stato spinto fino all’1,7% del PIL, contribuendo a ridurre il debito pubblico al 112% del PIL da una media annuale del 117% nei precedenti sei anni.

Poi si è scatenato l’inferno, una volta che i tedeschi – nonostante gli avvertimenti di Washington – si sono presi l’impegno di dare una lezione ai “teppisti fiscali” imponendo le politiche di austerità alle economie in declino dell’Eurozona. L’Italia non deve permettere mai più che la cosa avvenga di nuovo.
Quindi, cosa deve fare l’Italia? La risposta è semplice: esattamente quello che ha deciso di fare nel documento fiscale per il 2019, approvato dalla maggioranza di Camera e Senato.

L’Italia è dentro le regole fiscali dell’area Euro. Il deficit previsto al 2,4% del PIL per il prossimo anno fiscale è sotto il limite del 3% dell’unione monetaria. Quindi, perché tutto questo timore? Perché nessuno sembra obiettare il fatto che Francia e Spagna avranno deficit maggiori dell’Italia?

La Francia ha di recente posto le stime del deficit per il prossimo anno al 2,8%, contro il precedentemente annunciato 2,6%. E non è tutto. Le previsioni di crescita sono al ribasso, non c’è consenso politico su cosa bisogna tagliare, e il governo francese, sempre più impopolare, potrebbe non riuscire a tenere il deficit sotto il 3%.

Il traballante governo spagnolo ha lo stesso problema. L’economia sta rallentando, e Madrid ha una lunga storia di sforamento del deficit. Quello di quest’anno, per esempio, è previsto al 2,7%, contro un’iniziale previsione del 2,2%. Per come stanno le cose ora, sarà un miracolo se il rapporto deficit-PIL della Spagna rimarrà sotto il 3%. Perché in questi casi Bruxelles non dice niente? Che la clemenza dell’UE nei confronti della Francia e della Spagna abbia molto a che fare con il loro debito pubblico più basso?

È possibile, ma, se fosse vero, sarebbe un grave errore. I loro debiti pubblici sono più bassi, ma i trend dicono che peggioreranno. Il debito francese è del 122% del PIL. Il deficit del bilancio primario francese significa che il debito continuerà a salire. Il debito pubblico spagnolo è pari al 115% del PIL, praticamente senza eccedenze di bilancio primario. Ed entrambi i paesi sono sulla strada di crescenti passività del settore pubblico a causa di un ampliamento dei deficit di bilancio.

BISOGNA INVESTIRE

L’austerità fiscale in un’economia stagnante come quella italiana – afflitta da alta disoccupazione, povertà crescente e infrastrutture fatiscenti – sarebbe pura follia. Lo spazio di manovra per una riforma fiscale è limitato, ma questo è il momento “whatever it takes” per l’Italia: Roma deve supportare la sua attività economica, la crescita dell’occupazione e la spesa per le infrastrutture.

Al governo italiano possono non piacere alcuni dei suoi vicini, ma non è la ragione per denigrare l’UE. Gli italiani non li hanno votati per questo. I padri fondatori dell’Unione Europea – Alcide de Gasperi e Altiero Spinelli – hanno messo l’Italia dove merita di stare. Grecia e Italia sono la culla della civiltà europea.

Il processo di unificazione europea ha portato la pace, un mercato unico enorme e sempre più omogeneo, l’euro e la Banca centrale europea – probabilmente i più grandi successi nella storia europea del secondo dopoguerra. È una scommessa sicura che l’Italia voglia rimanere al centro di quel progetto epocale.

(da CNBC – Traduzione di Federico Bezzi)