Siamo giunti alla “fine dell’arte”?

Estetica: termine così poco presente nel nostro vocabolario quotidiano da risultare quasi estraneo. Siamo davvero sicuri che la riflessione sull’arte sia di pochissimo conto, ininfluente, e che l’arte stessa venga vista come un’attività fuori dal mondo, come già percepiva Gadamer? Le cose stanno realmente così?

No, certamente. La questione estetica è cruciale per la comprensione di un popolo e della sua mentalità in un preciso periodo storico, tant’è vero che un popolo esprime la propria etica e sé stesso proprio nell’arte: se la scienza ci descrive il mondo in maniera matematica e rigorosa, l’arte ricorre alla soggettività di ognuno di noi per esprimerlo. Tale soggettività, in senso più ampio, riguarda il popolo, o, meglio, il “Volksgeist”, lo spirito di popolo. Arte e scienza sono dunque necessarie e complementari per muoverci nel mondo, seppur con mezzi diversi.

Tuttavia, la nostra riflessione estetica è profondamente diversa, per esempio, da quella greca: è mutato il paradigma che l’Arte possiede. Nell’antichità classica, esempio per i posteri e periodo culminante di massimo splendore dell’Arte, questa aveva il compito di indicare la meta all’uomo: il canone estetico era l’equilibrio, quello policleteo, che nell’etica si traduceva con la massima “Niente di troppo”, guida del saggio e del sapiente, che aveva il compito di mostrarla col proprio esempio alla massa.

Se, dunque, l’arte classica indicava all’uomo come egli dovesse essere, fungendo da modello (il termine greco per “paradigma” significa “indicare-presso”, ossia mostrare un’idea astratta attraverso un modello concreto, osservabile da tutti), l’arte contemporanea (dopo la seconda metà del Novecento) lo descrive come è, appiattendosi sulla società attuale e non indicando nulla, non dando alcuno slancio, alcun modello da seguire: l’Arte, da superiore all’uomo, è divenuta pari.

Notando come vengono trattate le statue neo-classiche, gli affreschi medievali, i monumenti antichi, imbrattati e sfregiati, la situazione non ci fa essere allegri: violenza e disprezzo per la Bellezza, per l’Armonia, per l’Equilibrio. Per la Storia: l’Arte è parte di noi, è opera dell’uomo e parla proprio dell’uomo, lo descrive per condurlo oltre da sé. Se fino all’arte novecentesca dei totalitarismi, espressione dell’homo novus di cui si voleva dare l’idea, persiste il paradigma classico, ossia dell’arte come modello oltre l’uomo, con l’avvento della “merda d’artista” abbiamo l’uomo che rappresenta la società attuale in cui vive, senza dare stimoli per migliorare, per trascendere sé stesso. Un esempio? Di Urs Fischer: si trova a Firenze, in Piazza della Signoria, proprio nella capitale del Rinascimento italiano.

Musei vuoti, ma, paradossalmente, pieni del vuoto: ecco l’uomo, svuotato di ogni senso, senza idee, senza aspirazioni, senza ambizioni. Abbiamo perso la capacità di commuoverci di fronte alla Nona di Beethoven, di porgere l’orecchio ai capolavori di Bach, di spalancare gli occhi dinanzi al David michelangiolesco: non ci chiediamo più se simili uomini siano stati davvero uomini, o se personificazioni dell’Assoluto. Questo è l’uomo di oggi: un omuncolo che ha perso sé stesso, che ha avuto il coraggio di perdersi rincorrendo il materialismo, rinunciando a ogni dimensione metafisica e spirituale che desse senso al suo Essere.

Ecco come dalla riflessione estetica scaturisce quella etica, ed è un circolo virtuoso: la “kalokagathìa” dei greci esprimeva che il Bello dovesse essere per forza Buono, e il Buono Bello. Come fa il Bene a essere brutto? Non può, infatti. Il Bene è solo Bellezza, la Bellezza Bene.

Una brutta arte è e può essere, perciò, sintomo e simbolo di una cattiva società. Quella odierna, reificante e reificata, relativizzante e relativizzata, ha perduto il concetto di Bellezza (e, con essa, la volontà di porla come modello, o in generale di porsi un modello): riscoprirlo è un compito di calibro spirituale, squisitamente umano, che merita di essere intrapreso.

(di Pasquale Ruggieri)