Auguri al leader del mondo multipolare

La grandezza di Vladimir Putin sta nell’essere due spanne sopra alle scellerate politiche occidentali, ormai prive di ideologie e snaturate dalla tradizione, scadute nella presunzione di voler insegnare agli altri attraverso parametri limitati e incapaci di analizzare le circostanze.

Negli ultimi cinque anni non ha sbagliato un colpo. Si pensi ad operazioni quali la salvaguardia della Crimea, condizione necessaria affinché la Russia, dopo il cambio di regime atlantista ai suoi danni a Kiev, non perdesse l’accesso al Mar Nero né avesse una catena di circoscrizione in piena regola che le avrebbe causato la perdita e progressiva islamizzazione di tutti i suoi territori meridionali, Cecenia in primis.

Oppure all’elusione dello strumento sanzionatorio puntando sull’economia interna e rafforzando le relazioni bilaterali con la Cina. Oppure, in alternativa, alla capacità di proporre soluzioni condivise a partner geopoliticamente agli antipodi nel rispetto delle sovranità nazionali.

Fattori che, complice il processo di stabilizzazione della Siria avuto inizio il 30 settembre 2015 a fianco di Bashar al-Assad, lo hanno reso il primo interlocutore in Medio Oriente e l’artefice assoluto della progressiva distruzione dell’assetto globale unipolare post-1989. Non c’è stata volta, infatti, da Khan Sheikhoun di aprile 2017 in poi, che non sia riuscito a sventare ogni aggressione militare del trittico Washington-Parigi-Londra contro Damasco grazie ad un eccellente lavoro di coordinamento tra gli S-400 e il sistema di difesa aerea siriano.

Se a Latakia, lo scorso mese, invece, è accaduto parzialmente il contrario è da considerarsi come una sua strategia per evidenziare i limiti il blocco euroatlantico. Del resto ha permesso che si colpissero obiettivi di poco conto per rimarcare ancor di più all’Occidente la sua frustrazione nel non riuscire a stravolgere scenari geopolitici ormai ben definiti.

Ecco perché Theresa May, Emmanuel Macron ed Angela Merkel mantengono un atteggiamento ostracista. Ne invidiano le doti e il carisma, nonché il coraggio e la lungimiranza, qualità che appartengono agli uomini di un mondo antico e ormai in frantumi, ma che sembrano resistere nei Paesi degni di tale nome. Perché quello dello Zar è un successo che parte da lontano.

Citando il professor Sergio Romano:

“Mentre ancora combatteva la sua lunga guerra cecena, lui aveva già vinto un’altra guerra, forse più importante per le sorti della Russia. Aveva sgominato gli oligarchi con un argomento che si dimostrò, nella maggior parte dei casi, imbattibile. Li convocò al Cremlino e disse loro che avrebbero potuto continuare a gestire i loro affari a due condizioni: pagare le tasse e smetterla di manipolare i mezzi di informazione. Non aveva torto. Mentre la nuova intelligencija deplorava il suo stile autoritario uscito dal KGB e sognava una democrazia occidentale, la grande massa dei russi lo salutava con piacere. Questi ultimi sono troppo patriottici e sospettosi del mondo esterno per non apprezzare lo stile di chi metteva la riconquista del prestigio internazionale del loro Paese al primo posto. Gli si danno voti per la stessa ragione per cui Gorbacev, il “distruttore dell’URSS”, nelle elezioni presidenziali del 1996 ebbe lo 0,52% dei suffragi”.

Buoni 66 anni al leader del mondo multipolare.

(di Davide Pellegrino)