Ather Capelli, storia del fascista buono

La storia e la vita di Ather Capelli, fascista dalla prima all’ultima ora, dallo squadrismo post primo conflitto mondiale alla Repubblica Sociale Italiana, consente la comprensione delle dinamiche interne alla guerra civile combattutasi in Italia tra il 1943 e il 1945.

Giornalista, poeta, direttore della Gazzetta del Popolo, uomo di lettere ma capace di incarnare perfettamente il motto “Libro e moschetto” partendo da volontario nella guerra di Etiopia, il fascista dallo strano nome (la cui derivazione dal greco e dal latino significa “scuro, nero o buio”) fu parte di quel fascismo moderato nonostante le nette scelte di campo. A dedicargli una biografia è Luca Bonanno nel suo “Ather Capelli. La vita e gli scritti”, edizioni Ritter. Un libro impreziosito dalla prefazione di Michele Tosca e ricchissimo di appendici, riportanti gli articoli di Capelli e testimonianza del lungo lavoro di ricerca in archivio svolto dall’autore.


A Capelli venne intitolata la prima Brigata Nera, venutasi a formare nella sua città d’adozione: Torino. La vita di Capelli si intreccia con quella di altri illustri uomini del fascismo quali Giuseppe Solaro, federale della città piemontese, e Guido Pallotta fondatore della Scuola di Mistica Fascista. A determinare un solco nel lascito di Capelli è, però, proprio la morte. L’omicidio organizzato davanti la sua abitazione dai partigiani venne escogitato nell’ottica di colpire quella parte di fascismo meno intransigente per dare fuoco alle polveri e ragione a chi avrebbe spinto sull’acceleratore delle rappresaglie.

L’idea base di assassinii mirati come quelli a Igino Ghisellini, federale di Ferrara, Aldo Resega, federale di Milano, Eugenio Facchini, federale di Bologna e Arturo Capanni, federale di Forlì era quello di creare un vuoto tra la nuova Repubblica Fascista, sorta nel nord del Paese, e la popolazione civile. Gli attacchi e le spedizioni punitive dei soldati tedeschi, oltre che di alcuni reparti della Rsi, avrebbero infatti alienato le simpatie degli italiani a coloro che combattevano ormai solo per l’onore di un’idea senza alcuna possibilità di trionfo.

L’uccisione di Capelli, contrariamente a quanto pensato dai partigiani, non portò ad alcuna rappresaglia violenta e allora fu necessario infangarne il nome per giustificare l’omicidio premeditato di un uomo che non aveva avuto ruoli di primo piano nel fascismo ma la sola colpa di abbracciarne l’idea politica fino in fondo. Una storia, quella di Capelli, fin troppo comune a migliaia di vittime di quella ignobile guerra troppo a lungo oscurata dai vincitori, fatta di attacchi, violenze e vendette che solo Giorgio Pisanò prima e Giampaolo Pansa poi hanno fatto riemergere dall’oblio.

(di Luca Lezzi)