I principi del Generale Cadorna: la “Libretta rossa”

I principi tattici a cui erano tenuti ad uniformarsi i comandi italiani si basavano sulla circolare n.191 del Comando del Corpo di Stata Maggiore, dato alle stampe il 25 febbraio 1915 con il titolo di “Attacco frontale e ammaestramento tattico”, passata alla storia con il nome di “libretta rossa”, dal colore della sua copertina. Questo libriccino non era, come ci si poteva aspettare, l’esito di uno studio avvenuto sui campi di battaglia di tutta Europa dell’anno precedente, bensì la ristampa degli studi compiuti da Cadorna quasi trent’anni prima sulla tattica della fanteria. Studi che si intestardivano sull’efficacia e sull’importanza fondamentale dell’assalto frontale, unico considerato valido.

Cadorna intendeva imporre in modo assoluto i suoi poco peregrini principi: tutto ciò che nei vari regolamenti tattici fosse per contrastare con quanto era detto nel nuovo libriccino, doveva intendersi per abrogato”. Con queste dure parole il Pieri sottolinea non solo la miopia del Capo di S.M., ma anche l’inadeguatezza e la follia di quanto lo stesso sostenesse. Veniva infatti dichiarata la superiorità di un attacco frontale, fatto a fondo e con costanza, senza minimamente curarsi delle perdite, rispetto ad un attacco sul fianco o alla difesa stessa.

Il generale Luigi Cadorna

 

Secondo Cadorna infatti “iniziato l’attacco esso deve essere condotto con la massima risolutezza colla volontà ben determinata di conquistare la posizione nemica a qualunque costo, altrimenti non sarà possibile ottenere la demoralizzazione dell’avversario e il conseguente annientamento materiale. Persistendo con indomita energia nell’avanzata, le perdite saranno minori assai di quelle che si avrebbero esitando o retrocedendo”. A suo dire aggiramenti e attacchi sul fianco sono tutte manovre troppo complicate per il rozzo esercito italiano, e le nuove opere difensive, (filo spinato, trincee ecc.), impediscono e annullano ogni manovra d’aggiramento. La volontà, come sappiamo, è uno strumento efficace e molto potente nelle mani di un esercito ben motivato e deciso di cogliere la vittoria; ma nel panorama bellico del 1915 voler intestardirsi in assalti reiterati senza alcuno studio delle battaglie del 1914 era un vero crimine.

Leggere la libretta rossa vuole dire vedere in prima persona come nel pensiero comune degli alti comandi dell’epoca non si avesse compreso per nulla l’innovazione degli strumenti bellici di ultima generazione. Infatti è lo stesso Luigi Cadorna a scrivere che “le armi moderne hanno procurato all’offensiva (oltre a quelli essenzialmente di ordine morale che in ogni tempo la fecero prevalere sulla difensiva) i seguenti vantaggi […] ” : i quali non sono altro che la capacità dell’artiglieria attaccante di colpire per prima quella difensiva, la migliore collaborazione di fanteria ed artiglieria, la capacità, vista la lunga gittata delle  moderne bocche da fuoco, di seguire l’avanzata inarrestabile della fanteria.

Tutte idee smentite sui campi di battaglia pochi mesi dopo. Nonostante ciò non dobbiamo criticare unicamente Cadorna per questa visione antica della guerra moderna, poiché queste erano le idee circolanti in tutti gli alti comandi degli eserciti coinvolti nel conflitto. Ciò che maggiormente sconvolge è che se da una parte i generali degli altri paesi belligeranti si trovarono improvvisamente di fronte a questa nuova realtà, Cadorna e i suoi ufficiali, avendo avuto a disposizione ben dieci mesi di tempo per studiare i campi di battaglia europei, non solo non ne colsero la rivoluzione bellica, ma anzi si rafforzarono nelle loro idee d’ineluttabilità e superiorità dell’attacco frontale.

 

Questa dottrina militare si basava su una sorta di autoinganno, poiché sottovalutava le conseguenze dello sviluppo tecnologico per non dover rinunciare alle prospettive di una guerra di movimento. A peggiorare la situazione furono sia il teatro di guerra che si profilava per l’esercito, (ossia quasi interamente alpino), sia la disposizione che esso avrebbe dovuto assumere. In sostanza il Regno d’Italia scendeva in campo da aggressore, veniva quindi costretto ad una strategia risolutamente offensiva su di un terreno prevalentemente collinare o montagnoso, contro un nemico ben arroccato e già consapevole dei metodi e delle tattiche della nuova guerra di trincea.

Cadorna sapeva di mandare decine di migliaia di uomini incontro alla morte, ma non vedeva alternative: una volta che al Regio Esercito fosse stato ordinato di entrare in guerra contro l’Impero asburgico, la strategia non poteva essere che aggressiva”.

(Marco Franzoni)