Scoprire Cioran: intervista a Vincenzo Fiore

Vincenzo Fiore è uno scrittore di Avellino con alle spalle già tre uscite: due romanzi e un saggio filosofico intitolato “Platone democratico”.  Ci ha parlato della sua ultima fatica “Cioran, la filosofia come de-fascinazione e la scrittura come terapia.” -Nulla Die Edizioni-.

Perché hai sentito il bisogno di scrivere un libro su Cioran, sia da un punto di vista personale che accademico?

Stavo vivendo una forte crisi a seguito di una tragedia personale, quando un giorno mi sono imbattuto casualmente in un aforisma estratto da “L’inconveniente di essere nati”. Non avevo idea di chi fosse l’autore. Corsi in libreria ad acquistarne una copia e trovai subito in quelle parole una medicina non sospetta. Folgorato, non potei che acquistare di volta in volta tutti i testi del pensatore romeno. Dopo qualche anno, sono riuscito a trasformare il mio compagno d’insonnia in oggetto di ricerca, prima con una tesi, poi come membro del “Progetto Internazionale Cioran” e ora attraverso la traduzione di alcuni inediti che saranno pubblicati il prossimo anno.

Cosa si intende per scrittura come terapia?

Dato che non esiste alcun rimedio al fatto di essere venuti alla luce e nemmeno il suicidio può essere una soluzione, Cioran sviluppa una filosofia auto-sperimentale, che non è uno strumento di conoscenza, ma una terapia che si serve della scrittura al fine di rendere sopportabile l’esistenza. La scrittura è la sola ancora di salvezza in un mondo privo di senso, ciò che ha permesso al filosofo di terminare i suoi giorni in un letto di ospedale. Ogni libro per Cioran è stato nient’altro che un «suicidio differito».

Hai voluto fare chiarezza nel tuo volume anche sugli accostamenti politici veritieri o meno rivolti al filosofo rumeno. Puoi dirci di più?

Nella Romania corrotta e arretrata degli ’30, Cioran crede che l’unica via da percorrere per risvegliare una «piccola cultura» è quella della «discontinuità», l’ossessione di un popolo che è in ritardo con la storia, scrive il filosofo, deve essere «il salto storico». Al vitalismo inconscio e organicistico di Spengler, Cioran aggiunge un’importante correzione volontaristica: il salto, ovvero la possibilità di scegliere attraverso «il culto della forza» di uscire dalla «sub-storia».

In altre parole, Cioran si rammarica del fatto che la Romania non si sia svegliata attraverso l’evoluzione organica e preconizza la rivoluzione cosciente. Rivoluzione che egli spera possa avvenire per mano della Guardia di Ferro, il movimento legionario guidato da Codreanu. Sono gli anni in cui scrive la Trasfigurazione, testo poi rinnegato. Quella che è soltanto una fase effimera nella vita di Cioran – considerata poi l’apice negativo della sua esistenza – ancora oggi però viene utilizzata per inquadrare il pensatore all’interno di una precisa tradizione politica.

Il dissacratore di tutte le bandiere pertanto viene accostato a personaggi dei quali egli parlerà come coloro che hanno condotto l’Europa al suicidio. Basterebbe leggere il primo paragrafo del primo libro in lingua francese per capire il vero pensiero di Cioran: Généalogie du fanatisme. In ogni uomo «sonnecchia un profeta» e ogni qualvolta che quest’ultimo si risveglia, compare un nuovo male nel mondo. Ogni uomo, «dagli spazzini agli snob», prodiga la sua generosità criminale dispensando ricette di felicità. L’abbondanza di queste soluzioni è solo un’ennesima prova della loro futilità. Se avessimo il giusto senso della nostra posizione nel mondo, se confrontare fosse inseparabile dal vivere, scrive Cioran, la rivelazione della nostra infima presenza ci schiaccerebbe. Vivere però significa ingannarsi sulle proprie dimensioni. Chi mai, si chiede retoricamente il filosofo, avendo la visione della propria nullità si ergerebbe a salvatore?


Sulla scia di quali filosofi o scuola di pensiero, secondo te, può essere inserito Cioran?

Le scuole di pensiero sono comode per gli studenti liceali e per i manuali, ma spesso risultano essere solo delle forzature. Cioran ha avuto la lungimiranza di non fondare e di non appartenere a nessuna scuola. Spesso si tende ad includerlo fra i nichilisti o fra gli esistenzialisti, questo può essere vero, ma occorrerebbero numerose precisioni. Egli più che nichilista amava semplicemente definirsi come un uomo con l’ossessione del nulla e del vuoto, aggiungendo: «Perché il nichilista nel senso corrente è uno che abbatte tutto con violenza, con secondi fini più o meno politici, o dio sa che altro! […] Accetto più di buon grado la qualifica di scettico – sebbene io sia un falso scettico. Se vuole, sono uno che non crede in niente». Esiste poi una tradizione “fatalista” romena, della quale Cioran si sente un erede, sintetizzabile con le parole Zădărnicie e nimicnicie. Due termini derivati dal sangue dei suoi avi.


C’è chi ha definito Cioran con un ossimoro “ateo-credente”, qual era il suo rapporto con la religione?

Un giorno un suo amico francese definì Cioran come un «Pascal che inventerebbe qualsiasi ragione per non credere». Nel 1937, quando apparve Lacrime e santi egli era convinto di aver scritto l’unico libro veramente religioso mai pubblicato nei Balcani, sebbene la madre, moglie di un pope e Presidente di un’associazione di donne ortodosse, gli scrisse che avrebbe dovuto aspettare la sua morte, prima di diffondere quelle bestemmie. Ai fini di un discorso filosofico, è interessante notare invece come Cioran si serva della Sacra Scrittura come metafora esistenziale della condizione umana. In un passo dei Cahiers si trova, ad esempio: «Il Peccato originale, il Diavolo, l’esclusione dal paradiso terrestre: che li si prenda come tali, oppure trasposti in linguaggio scientifico, bastano a spiegare la Storia nel suo complesso. Per i dettagli, non si ha che da leggere gli storici».

(di Emilio Bangalterra)