Cara sinistra, se continui a odiare l’Italia non ne uscirai mai

“Riprendere ad avere un rapporto vero con le persone” ha detto il segretario del PD Maurizio Martina nel corso dell’ultima puntata di #cartabianca su Rai Tre.

Sembra davvero grottesco che i dirigenti della sinistra non capiscano o fingano di non capire che finché non si abbandoneranno certi mantra, frasi del genere non avranno mai alcun senso e non potranno che essere recepite come parole al vento in malafede.

Questa riflessione nasce con una consapevolezza: l’auspicio sintetizzato nel titolo è impossibile. Per varie ragioni, retaggi culturali che risalgono addirittura al dibattito tra interventisti e neutralisti prima della Grande Guerra, per le stesse conformazioni che si diede il PCI in senso antifascista dopo il 1945 che condizionarono inevitabilmente lo spirito della stessa nascente Repubblica, per la deriva sessantottina. E per tante altre cose che in questa sede sarebbe troppo lungo approfondire.

La sinistra italiana, come maturazione e sviluppo, è anti-italiana. C’è da prenderne atto e riconoscerlo da ogni punto di vista possibile, incluso quello della sinistra stessa, che continua ad ignorare l’argomento, convinta di poterlo eludere puntando sulla sensibilità comune sempre più esile del popolo italiano, ridotto a una larva dopo 70 anni di rieducazione forzata all’indifferenza e alla criminalizzazione della Patria.

Un “progetto” che può portare a notevoli risultati se è stimolato da crescite economiche e benessere: il tenore di vita, le comodità, il denaro che hanno diffuso le società capitalistiche sono i migliori strumenti per addormentare le coscienze dei popoli, figuriamoci se si parla di quello italiano, uscito letteralmente in brandelli dalla Seconda Guerra Mondiale.

Quando però giunge una crisi economica come quella scoppiata nel 2007, che mostra di avere dei riflessi strutturali oltre dieci anni dopo (perché, se il PIL ha ricominciato a crescere, non si può dimenticare che i poveri seguono lo stesso andazzo e crescono esponenzialmente, in modo ben più deciso), il popolo anestetizzato comincia a percepire chi lo difende (almeno in teoria) da chi non ha mai avuto nessuna intenzione di farlo. Chi è per l’Italia da chi vi è contro per tradizione.

Anni di “ce lo chiede l’Europa”, “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, “è solo colpa nostra”, “siamo il Paese più corrotto”, “se non accogliete tutti siete razzisti” più centinaia di ricatti morali imbastiti in modo più o meno esplicito, attraverso esponenti politici o intellettuali da televisione che non fanno altro che riverberare gli stessi concetti, inevitabilmente, quando non c’è più il benessere materiale o comunque esso inizia a mancare seriamente per larghe fasce della popolazione, qualche conseguenza la generano.

Quindi la domanda va fatta: caro Maurizio Martina, come pretendi “riprendere a costruire un rapporto vero con le persone”, se l’unica filosofia che anima il tuo partito è il cosmopolitismo estremo, l’europeismo estremo, l’immigrazionismo estremo e la totale abolizione della priorità che dovrebbero avere i cittadini?

Perché come scrivevamo sopra e come perfino un mulo non potrebbe far altro che ammettere, gli italiani non hanno la minima idea del concetto di comunità o di Paese (sempre per colpa vostra, tra l’altro), ma se dopo decenni continuano a percepire un’ostilità diffusa, anche fosse come singolo paesino sfigato o come regione, le possibilità che inizino a risentirsi e a produrre qualche reazione, seppur disordinata, aumentano sensibilmente.

Abbandonare l’odio anti-nazionale è l’unica speranza che vi rimane. Dubito che recepirete mai un consiglio simile, in ogni caso.

(di Stelio Fergola)