Intervista alla suora siriana Yola Girges

Abbiamo incontrato suor Yola Girges – responsabile dell’Unione delle religiose di Damasco e francescana missionaria del Cuore Immacolato di Maria presso il santuario del memoriale della conversione di San Paolo – il 15 settembre, vicino al Vaticano, per ascoltare la sua testimonianza sulla guerra in Siria. Ha un gran sorriso e subito ci abbraccia per salutarci.

La sua presenza è rassicurante e i suoi modi dolci e affabili. Ci sediamo davanti a un caffè e subito inizia a parlare: sembra un fiume in piena, ha tanto da dire. Decidiamo di partire da un articolo recentemente pubblicato da Avvenire a firma di Sara Lucaroni, ospitata ad agosto proprio dalla stessa suor Yola, con la quale ha condiviso quello che in Oriente chiamano “il pane della fratellanza”.

Nell’articolo, la giornalista parla di «una normalità a tutti i costi. Cercata a tutti i costi. Persino ostentata. E mai raggiunta. […] I più, semplicemente, hanno lasciato andare la voglia di vivere. Tutti: alawiti, sciiti, sunniti, cristiani». Tuttavia, ciò che sta a cuore a suor Yola è smentire la descrizione di una comunità cristiana rassegnata e passiva e testimoniare, al contrario, come essa sia una delle più attive nel Paese.

Di cosa vi occupate in particolare?

Noi francescane e i frati minori, oltre al catechismo e a uno sportello di supporto psicologico per i bambini traumatizzati dalla guerra, offriamo ai giovani borse di studio, compriamo medicine per malattie come il diabete e aiutiamo anche i malati di cancro, nonostante l’embargo occidentale ci privi delle medicine per la chemioterapia. A casa nostra accogliamo dunque persone colpite dal cancro gratuitamente. Prima venivano i pellegrini, poi i profughi ma ora principalmente malati per un massimo di 60 persone. Inoltre sosteniamo di tasca nostra e per quanto possibile le famiglie e i poveri con aiuti, anche alimentari, durante il Natale e la Pasqua. I salesiani invece hanno oratori e lavorano più nel campo dell’educazione. Le suore salesiane, ad esempio, hanno un ospedale dove insegnano alle donne dei mestieri affinché siano autonome. Questa è promozione della donna! Poi ci sono i gesuiti, i melchiti, gli ortodossi…

Quindi siete tutt’altro che «trascinati a vivere» come sostiene Sara Lucaroni.

Lei stessa, di persona, mi ha detto: “Mi colpisce come i cristiani della Siria siano forti, come abbiano conservato la fede e come siano forti a riprendere la vita”. Per questo, quando ho letto l’articolo, sono rimasta molto sorpresa dalle sue parole. Ci sono altri ragazzi – che voi conoscete – che l’hanno incontrata a Damasco e che possono testimoniare ciò che vi dico.

Li abbiamo dunque contattati per approfondire la questione. Uno di loro, Andrea Cascioli, ci ha risposto che non può non rilevare «quanto mi sembri grottesca la descrizione di una città dove “il centro si finge turistico [e dove è] vietato parlare di politica in pubblico” […]. Che fosse vietato parlare di politica in pubblico davvero non me ne sono accorto dato che in due settimane di politica ho parlato e sentito parlare […] una quantità di persone». E aggiunge che certi racconti «fanno seriamente dubitare che chi li traccia possa aver passato nella Damasco di oggi, agosto 2018, non dico una settimana ma un quarto d’ora».

Anche Francesco Votta conferma che «la “normalità ostentata” venduta dalla Lucaroni è un qualcosa che ci ha lasciato tutti attoniti e stupiti, […] in quanto la Siria che abbiamo trovato e conosciuto non corrisponde affatto al quadro da lei descritto. Damasco è piena di gente in strada dal mattino alla sera tardi. Addirittura la vita notturna – ne sono stato testimone – sta rifiorendo. Alcuni miei amici di Damasco aspettavano volentieri la sera del 2 agosto Sara Lucaroni, a cui è stato posto l’invito per un’uscita serale per locali e per vedere “i Damasceni che tornavano alla Vita”. Sara ha declinato l’invito perché stanca».

Entrambi sottolineano anche come le parole della giornalista a proposito di presunte mazzette ai checkpoint siano prive di fondamento. Lo dicono in base sia alla loro esperienza personale (pur avendo girato il Paese ed essendosi imbattuti negli onnipresenti posti di blocco, non hanno infatti mai sborsato un centesimo né visto farlo), sia alla semplice logica, dato che 200 lire siriane equivalgono a circa una bottiglietta d’acqua. Non esattamente una cifra credibile se si lanciano accuse di corruzione.

Ma torniamo alla testimonianza di suor Yola.

In convento aiutate solo i cristiani o accogliete anche musulmani?

Cristiani e musulmani: non fa differenza. Uno dei nostri obiettivi è preservare il tessuto sociale della Siria. 

In che modo?

Tra i bambini a cui abbiamo offerto sostegno psicologico ve ne erano alcuni con i padri terroristi, che venivano dal Ghouta. Alcuni mi hanno chiesto come facessi a lavorare con questi bambini, allora ho risposto chiedendo quale fosse la loro colpa. Proprio perché i loro papà vengono da una mentalità contro il cristianesimo, io voglio fargli capire chi sono i cristiani. Li accolgo. All’inizio della guerra vi sono stati tentativi di rompere l’armonia religiosa e culturale in Siria. Per esempio, se un musulmano uccideva un druso subito i due capi di queste religioni si riunivano per non suscitare scontri, perché era fatto apposta per metterli gli uni contro gli altri. Ci hanno provato quindi, all’inizio, da dentro, ma siccome non ha funzionato hanno portato gente da fuori come quelli di Daesh. […] Adesso l’America, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania vogliono fare un’altra guerra, minacciano il governo. Loro non vogliono che la guerra finisca, perché se Idlib viene liberata significa che la guerra è finita.

E Israele?

Israele è a capo di tutto. Tutto questo è per Israele: non vuole avere nessun Paese autonomo o ricco intorno. Se vogliono veramente la democrazia perché non toccano l’Arabia Saudita? E loro devono insegnare ai siriani la democrazia? Da noi tutto il popolo vota dai 18 anni in su. Anche io ho votato!

Come siamo visti noi italiani in Siria?

Vi vediamo molto vicini a noi, ma ultimamente sentiamo che la Siria è stata tradita, anzi “sacrificata” dall’Italia. Dal governo e dai media. La gente è vittima, non sa quello che succede in Siria. […] I media ci hanno pesantemente attaccati.

Ti hanno persino accusata di essere “pagata da Assad”!

Sì io chiedevo la paga ad Assad infatti!  [Ride, ma subito torna seria] Chi ci accusa di questo pensa che si può giocare così con la vita altrui? La nostra paga è stata la morte di tanti giovani, amici e conoscenti, la sofferenza dei bambini e una guerra di 8 anni. Io conosco una mamma che ha perso il marito e i tre figli a causa di un razzo proveniente dal Ghouta. Un’altra famiglia ha perso la madre a causa di una folgorazione e il padre per la disperazione si è suicidato. I loro tre figli sono stati presi in carico dallo zio. Se i media non raccontano queste sofferenze e non lo faccio neanche io, allora avremo sofferto invano! Dicono che non c’è più vita in Siria, ma non è vero! Questi capelli bianchi [si scosta leggermente il velo dalla fronte] sono venuti ora con la guerra. Per questo io mi sono messa ad affrontare la situazione anziché stare in silenzio. Cristina, che ha perso i piedi a causa di un razzo, ora è guarita e vuole studiare ingegneria in Siria. Per tre mesi ogni giorno cadevano dai quindici ai trenta razzi provenienti dal Ghouta. Siamo arrivati al punto che ognuno si preparava il testamento e i vestiti che voleva gli fossero messi nella tomba, per sicurezza. Sono stati i mesi più brutti per noi: funerali tutti, tutti i giorni. Non ci si abitua mai alla morte. Dicevamo “meno male” quando qualcuno moriva di malattia in casa, perché almeno era morto a casa sua e non a pezzetti. Il mondo deve sentire che i cristiani hanno sofferto, hanno pianto ma hanno resistito con fede!

Eppure l’Occidente accusa Assad di massacrare i civili.

Se io fossi sicura che il presidente fosse il colpevole di queste atrocità non starei zitta. Come potrei? È morta una nostra catechista in un attentato dei terroristi. Nei quartieri da loro occupati i civili venivano costretti a vivere sotto la shari’a, li rinchiudevano nelle gabbie sventolandogli davanti le teste di altri civili uccisi dicendogli: “Voi siete questo”. Una donna malata di diabete l’hanno finita a bastonate, e a un uomo che chiedeva cibo hanno staccato i denti, li hanno polverizzati e glieli hanno fatti mangiare. Hanno torturato un padre chiedendo dove fosse suo figlio scuoiandogli il viso. Questo è ciò che succede nei territori occupati da quelli che chiamano “ribelli”. Anche nella provincia di Idlib, dove da 6 anni alcuni villaggi cristiani vivono tuttora sotto i terroristi.

(Intervista a cura di Camilla di Paola e Alessandro Carocci)