Starbucks a Milano? Ormai manca solo la Pizza

Quanto avvenuto oggi a Milano, con l’inaugurazione del punto di Starbucks, è solo l’ultimo tassello di un processo di colonizzazione – perfino alimentare – che negli ultimi 30 anni è stato particolarmente energico. La gente ovviamente è inconsapevole, e la triste fila per entrare nell’ultimo grido dei brand globalizzati è la dimostrazione della trance collettiva.

La premessa di questo discorso ha valore quanto il discorso stesso: il cibo straniero può essere buonissimo, gustosissimo, quello che vi pare. Lo stesso sottoscritto adora gli hamburger, cheeseburger e quant’altro, oltre ad andare letteralmente matto per il sushi: quindi il dibattito non si incentra sulla bontà, o per lo meno non esclusivamente su quella.

Si incentra semmai sul concetto di limite: non ho mai provato alcuna ostilità per i ristoranti etnici in casa mia, anzi, li ho sempre considerati un ottimo “volano” di promozione della cultura allogena nel mio Paese, un “campione di gusto” per valutare l’idea di andare a provare sul posto le tradizioni culinarie, e quindi sostanzialmente fare turismo, dando quindi sostegno economico al Paese in oggetto. Ma essere completamente invasi è qualcosa al di fuori di qualsiasi logica.

Perché il cibo in Italia è cultura, certo, ma come in qualsiasi altra Nazione di questo mondo, è anche motivo di attrazione turistica. Si viaggia sostanzialmente per due cose principali: osservare i monumenti storici di un luogo, o comunque ammirarne superficialmente le differenze rispetto a casa nostra, e mangiare il cibo locale.

È siccome è certo che l’identità italiana dal punto di vista alimentare – pur non essendo naturalmente l’aspetto più importante – ha una storia che in pochissimi decenni si sta cercando di liquidare senza molto appello, il problema è da valutare, e non solo per noi, ma anche per gli altri.

Una storia che per taluni versi risale addirittura all‘Impero romano: si pensi che nello stesso esisteva una forma antenata delle “moderne” lasagne nate intorno al XIV secolo nel centrosud italia per poi diffondersi in tutta la penisola (ovviamente, non si trattava dello stesso cibo, la pasta non era all’uovo e le somiglianze si limitavano alla forma della stesa).

Ma andando al nocciolo della questione, negli ultimi tre decenni il mare di trattorie, ristoranti, agriturismi a rappresentare la tradizione italiana su un territorio che – si pensi un po’ – è quello italiano, è stato invaso da un cumulo enorme di terra globalizzata gastronomica, non solo rappresentata dalle varie paninoteche di origine americana di pessima qualità (come Mc Donald) o, per essere onesti, di pregevole fattura (come Burger King), ma anche da decine di sushi bar, ristoratori cinesi, all you can eat e non che hanno praticamente occupato diversi centri delle nostre città.

In alcuni di essi – è verificabilissimo, magari meno a Roma ma certamente a Milano – è diventato faticoso trovare un banalissimo ristorante italiano. È evidente che le colonizzazioni in questo caso siano due, una da parte di catene e marchi internazionali ufficialmente diffusi (i fast food, appunto) e l’altro da parte di singole attività di ristorazione che, in pratica, si comportano come se fossero una gigantesca grande catena del sushi e della cucina cinese (gli all you can eat asiatici).

Nel frattempo la ristorazione italiana, non soltanto intesa come gusto, sapori e tradizioni, ma anche e soprattutto come cultura, muore. Certamente, non abbiamo ancora recitato il de profundis, come appare fuor di dubbio che la strada per la sepoltura sia ancora lunghissima, ma diciamo che l’accelerazione degli ultimi dieci anni è stata imponente.

Se poi andiamo a guardare alcune delle tradizioni che gli stessi americani esportano nel mondo con i loro brand, c’è da farsi qualche risata amara, pensando tanto a Starbucks (per il caffé) che a Pizza Hut (il nome dice tutto).

Ecco, ieri, dopo i loro hambuger, hanno portato in casa nostra quello che fanno peggio, il caffé (beninteso che sono stato da Starbucks e che c’è anche molto altro, per essere onesti). Insomma, il giorno in cui Pizza Hut sbarcherà nel nostro Paese, vorrà dire che il processo di colonizzazione sarà completo.

Auguri.

(di Stelio Fergola)