La fine del suffragio universale. Perché i liberali vogliono escludere il popolo dalla Democrazia

Corre ormai da qualche tempo la moda, fra i circoli democratici liberali, della cancellazione del suffragio universale, e l’instaurazione della “repubblica degli illuminati”. Questi pavoni della sinistra liberale italiana e mondiale, (se ancora si può chiamare sinistra), si battono per questa non tanto nuova idea: togliere ai ceti più bassi della società, i non “studiati”, gli illetterati, gli operai, i disoccupati e i poveri, il diritto di voto. Questo, a loro dire, dovrebbe salvare lo Stato dalle derive populiste.

La cura al male dei populisti sarebbe, quindi, cancellare con un tratto di penna il diritto conquistato dai lavoratori e dal popolo  di poter scegliere liberamente propri rappresentanti. Troppo alto il rischio che la plebs, la plebe, si faccia infinocchiare da demagoghi populisti; così sbraitano questi paladini della libertà, meglio lasciare l’onere e dovere del voto solo ai migliori, gli “studiati”, coloro che sanno e, tendenzialmente, votano quella sinistra liberale e globale ormai dispersa. Il diritto di voto rimarrebbe guarda caso infatti proprio ai più tenaci sostenitori della globalizzazione, quei professori, medici, giornalisti, intellettuali, artisti-cantanti ed attori che non hanno perso il posto di lavoro a causa della concorrenza cinese, o che non sono stati mandati in cassa integrazione per colpa del fallimento della propria azienda.

Mettetevi il cuore in pace, operai ed operaie, muratori e cassiere: non contate nulla, e se vi lamentate, se non votate come “dovete”, ecco che avete sbagliato, che non avete capito i reali problemi dell’Italia. Poco importa se voi faticate ad arrivare a fine mese, se vivete in affitto in un monolocale della più profonda periferia o se il vostro contratto di lavoro da stagista vi fa guadagnare solo 400 euro al mese; a difendervi ci saranno i soliti giornalisti che dal loro appartamento in Sardegna, con il Rolex sul polso, vi dicono cosa è giusto e cosa ingiusto. Ahi! Povera Sinistra! esisteva un tempo in cui ti ergevi contro i padroni, in cui insanguinavi le piazze in nome del suffragio universale. Marx ed Engels, Togliatti e Lenin si rivolterebbero nella tomba se sapessero quanto è cambiato il mondo. Le bandiere rosse ora non sventolano più contro i potenti, ma per difendere i diritti della nuova aristocrazia, dei nuovi optimates, che a spada tratta cercano di salvare l’establishment dal furioso attacco del popolo e dei “populisti”.

A tutti quei balordi che inneggiano alla fine del suffragio universale solo perché il loro partito è sceso sotto il 18% o 3%, sappiate che la Democrazia, che voi credete di difendere dai nuovi “dittatori”, deve il suo nome a due semplici parole latine: res, cosa e publica, pubblica, popolare, di tutti. Essa sta a significare quindi la “cosa pubblica”; ciò che appartiene ad ogni cittadino, ad ogni membro della società che ha il dovere non solo di alimentarne il prestigio e garantirne il funzionamento, ma anche quello di difenderla. Se voi nuovi Gianburrasca della democrazia vi credete gli unici degni di farne parte, perché la plebe analfabeta non è istruita come voi, assumetene anche la difesa: fucile in spalla e berretto sul capo andate a servire lo Stato che tanto dite voi soli di poter reggere e rappresentare. Sarebbe bello vedere turpe di universitari, studenti, professori, giornalisti e illustri intellettuali marciare per ore in caserma, o vigilare in pubblico piazza per acciuffare qualche mascalzone.

È vero, a causa dei social network e di internet le notizie, sia false che vere, volano veloci come il vento e solo pochi, informatisi davvero, conoscono la verità dei fatti. Ma con che diritto, con che superbia vi ritenete migliori di altri? Da quale alto scranno credete di poter escludere qualcuno dal governo di ciò che lo qualifica come cittadino di uno Stato Sovrano? Esistono persone che non possono informarsi, esistono persone che in fabbrica o in acciaieria lavorano per otto ore filate e tornano a casa troppo stanche per poter leggere l’inserto della Repubblica o del Sole24. Voi che tanto acclamate la fine del suffragio universale, non sarebbe forse meglio iniziare a lavorare fra il popolo, per conoscere e capire il popolo e farsi da esso conoscere, piuttosto che privarlo del voto? Non scaricate su altri le vostre colpe e le vostre mancanze.

Per concludere trovo interessante riportare un frammento di un’intervista che Dario Ronzoni, per Linkiesta, ha fatto al famoso filologo e storico Luciano Canfora:

“Quindi è giusto che il voto delle persone incolte valga come quello delle persone istruite?
È una tematica già trattata in ampiezza e profondità. Le risponderò così: l’altra sera ero a Taranto, in occasione di un incontro per il comitato per il No al referendum, quando dal pubblico mi è stata fatta proprio questa domanda. Sembra che, in riferimento al risultato del voto sulla Brexit un uomo di solito molto compassato come Mario Monti abbia affermato che sia ora “di smettere di chiedere al popolo di votare”. O qualcosa di simile.

Ha parlato di un “abuso di democrazia” da parte di Cameron.
Ecco. E anche un filosofo come Umberto Galimberti avrebbe sostenuto in un’occasione pubblica che il voto intorno a questioni importanti non dovrebbe essere esteso a tutti. Direi che si tratta di un argomento apparentemente razionale. Ma in ultima analisi insostenibile.

Perché?
Perché qualunque votazione che abbia in oggetto la cosa pubblica possiede tali implicazioni da richedere sempre, e in ogni caso, un ragionamento simile. Non vale e non può valere solo per il referendum sull’uscita dall’Unione Europea. Se il criterio è la competenza dell’elettore, allora per ogni votazione, anche per le elezioni politiche, europee, cittadine, ci vorrebbero mesi di studio sui programmi dei candidati e seminari interi per comprendere le tematiche che affrontano, che sono sempre complesse e non alla portata di tutti. Per cui l’argomentazione della preparazione è debole. Rivela, piuttosto, un’altra cosa.

Cioè?
Che è un ragionamento che conduce al voto ristretto, un antico sogno dei regimi liberali – quando il grande proprietario terriero aveva un voto che valeva cinque, mentre il piccolo contadino valeva uno. La spiegazione era che, avendo il grande proprietario terriero una proprietà più ampia, era più esposto ai rischi e perciò vantava un diritto maggiore per dare una direzione alle decisioni. Ma sono visioni passate, archiviate, già consumate. Appartengono all’antichità”.

Ecco il link dell’articolo: https://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/02/luciano-canfora-la-tentazione-dei-liberali-e-togliere-il-voto-alla-gen/31033/

(di Marco Franzoni)