Xenía greca e ospitalità moderna: valori, non imposizioni

Se guardiamo all’antica civiltà greca, è naturale scorgere tra i diversi punti in comune che persistono anche all’interno della nostra società, il concetto di ospitalità; certo, quest’ultimo nel corso del tempo ha subito un processo evolutivo, complice pure la nascita del Cristianesimo, per cui la definizione che i greci conferivano a quel termine oggi, invece, ha assunto una connotazione diversa.

Il termine greco con cui si indicava l’ospite era lo stesso per lo straniero: xènos era colui il quale proveniva da lontano ed aveva bisogno di una sistemazione, temporanea, nella città in cui si ritrovava a soggiornare, sia per motivi di necessità sia per quelli che oggi definiremmo viaggi di lavoro. All’epoca non c’erano delle strutture analoghe ai nostri alberghi; e a ciò si rimediava venendo accolti nelle case private degli abitanti di quella città.

L’ospitalità verso lo straniero non era inusuale, ed anzi questa usanza ricopriva un ruolo talmente fondamentale nella società ellenica da essere posta sotto la protezione di Zeus, il padre degli dei. Il vincolo che si creava nel momento in cui una persona, perciò, ne accoglieva un’altra in casa propria era sacro, e non era possibile romperlo: altrimenti si sarebbe incorsi pure nell’ira divina; violarlo significava tradire la fiducia del proprio ospite.

Qui il termine assume la duplice definizione di colui che è ospitato sia di colui che ospita: perché il patto stipulato prevedeva, infatti, che in un secondo momento le parti si sarebbero invertite; e che questa reciprocità di ruoli e di legami sarebbe perdurata in eterno, rinnovandosi di volta in volta e nelle diverse occasioni.

Se guardiamo il mito, possiamo trovare diversi esempi in merito al nostro discorso: la Guerra di Troia è scoppiata a seguito del mancato rispetto del vincolo di ospitalità da parte di Paride Alessandro nei confronti del suo ospite Menelao, il re di Sparta, per aver sottratto a questi la moglie Elena; l’episodio di Glauco e Diomede all’interno dell’Iliade, in cui i due eroi decidono di non duellare tra di loro e anzi di scambiarsi il proprio equipaggiamento per onorare la xenìa che lega le due famiglie da tempo immemore; la vicenda di Odisseo e Polifemo, questa volta nell’Odissea, in cui l’unico dono che il ciclope avrebbe concesso ad Ulisse sarebbe stato quello di essere mangiato per ultimo, dopo tutti i suoi compagni. Se ne potrebbero trovare molti altri.

Ma ciò che preme sottolineare in questo caso è come da entrambe le parti ci doveva essere assoluto rispetto verso l’altro, e indugiare se non addirittura violare il vincolo significava peccare di tracotanza: cioè ritenersi non solo al di sopra degli altri uomini, ma addirittura pari o superiore al dio; non c’erano più motivi perché la fiducia avesse potuto ancora sussistere, così come la protezione divina.

Tralasciando l’aspetto del divino, che non interessa in questa sede, il fondamento attorno cui ruota per intero il concetto di ospitalità è la sintesi data dal rispetto, dalla fiducia e dalla lealtà reciproci degli ospitanti e degli ospitati. Vi è la condivisione di sostanze e dei viveri in maniera tale da non essere né troppo prodighi né troppo avari. Si tratta l’ospite, insomma, come se fosse un amico o tutt’al più un conoscente di vecchia data, sapendo che successivamente si invertirà la situazione.

La prospettiva greca, che era relegata all’ambito privato, può essere declinata anche in una visione di più ampio respiro: non più gli ospiti sono privati cittadini ma pure popoli o nazioni. Ed all’interno del concetto della filoxenìa, cioè di ospitalità, non può perciò non inserirsi la solidarietà; i profughi o i rifugiati politici devono essere ospitati in un Paese straniero, amico e solidale.

Un Paese che dia a loro certezze e rassicurazioni, tutele e opportunità per poter vivere senza essere arruolati dalla malavita per lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione o la manovalanza schiavile a costo zero. Essere filantropi e amare l’uomo vuol dire innanzitutto curarsi di tutto ciò. Delle belle parole, chi è in difficoltà se ne fa poco. Bisogna agire: la teoria deve assumere un aspetto pratico; a fronte dell’enorme mole di letteratura poetica, letteraria e filosofica, lo spirito greco si esprimeva pure e soprattutto nella prassi.

Accanto alla retorica c’erano, al di la’ del bene e del male, le azioni. L’ospitalità verso chi è in difficoltà, come chi fugge dal proprio Paese, anche e soprattutto oggi dev’essere sacrosanta; dev’essere, però, non solo di facciata ma pure reale e concreta, che ridia perciò a questa persona o a queste famiglie la dignità che nel momento difficile della fuga hanno perduto. Ma accanto ad essa, è necessario lavorare di concerto tra le nazioni per creare la prospettiva di un ritorno alla normalità: significa ideare una prospettiva di rientro nella terra dei padri, magari anche nel lungo periodo -nulla è facile se si parte da zer-. Questo dev’essere assicurato.

Nessuno deve altresì negare, come abbiamo appena detto, l’ospitalità a chi è davvero in difficoltà; le porte devono essere sempre aperte. Essere ospitali è presente fin dall’antichità nel nostro corredo genetico. Ma è una tensione che è volontaria, non ha mai avuto bisogno di spinte o imposizioni. Se si tratta di obbligo all’accoglienza siamo, per forza, più refrattari. Specie se ci sono, almeno in teoria, le possibilità di non doversi sobbarcare tutto il problema. Questo è davvero vomitevole, non la pazienza dell’Italia che è finita, dopo essere stata per anni il deposito delle navi di alcune ONG che, più che salvare vite umane, le trafficavano.

(di Alessandro Soldà Cristofari)