Le rivelazioni di Seymour Hersh su Siria, Russiagate, 11 Settembre

Sto per intervistare l’ottantunenne decano del giornalismo investigativo Seymour Hersh. Sy Hersh -come lo chiamano affettuosamente le persone vicine a lui- è stato descritto dal Financial Times come “l’ultimo grande reporter americano”. Hersh ha portato il suo libro “Reporter”, il quale copre tutto l’arco della sua carriera come giornalista più iconoclasta del ventesimo secolo – l’uomo che ha mostrato il massacro di My Lai in Vietnam e portato all’attenzione del mondo gli abusi della prigione di Abu Ghraib durante la guerra in Iraq.

Di recente, Hersh è stato a Londra per un discorso al Centro di Giornalismo Investigativo della Goldsmith University, nel quale ha intrattenuto per due ore il pubblico su qualunque argomento, dal Vietnam alla guerra al terrore e fino all’avvelenamento di Skripal, Trump e il presunto hackeraggio delle elezioni. Quando ci raggiungiamo al telefono, è già atterrato a Washington.

Fa questo lavoro da molto prima che io nascessi. E’ difficile non essere meravigliati di quest’uomo. Si può dire che io sia un po’ nervoso. Il suo atteggiamento da uomo di Chicago può significare che l’intervista sarà difficile; fortunatamente per me, Hersh è di buon umore – è estremamente gioviale e trascorre gran parte dell’intervista ridacchiando mentre mi regala storie della sua illustre carriera.

Durante gli anni ’70, Hersh ha lavorato sul caso Watergate per il New York Times e svelato il bombardamento clandestino della Cambogia, e quello che lui definisce “il colpo grosso”: la scoperta dell’ampissimo programma di spionaggio domestico della CIA per sorvegliare il movimento anti-guerra e altri gruppi dissidenti (in contravvenzione al suo statuto, che impedisce di spiare cittadini americani). Nella sua carriera, è stata una spina nel fianco per l’establishment.

Assieme a Carl Bernstein e Bob Woodward, Hersh è probabilmente uno dei maggiori responsabili dell’immagine gloriosa del giornalismo investigativo – le maniche arrotolate mentre di fanno telefonate per dare l’ultimo scoop, o gli incontri con fonti anonime in posti isolati. La realtà è, indubbiamente, meno glamour e fatta per lo più di duro lavoro. Come Hersh rivela nel suo libro, ha ereditato la sua etica lavorativa da suo padre, e ha dichiarato di non conoscere altro modo per vivere.

La storia di come Hersh sia arrivato a scrivere le proprie memorie, dopo avere giurato di non scrivere mai dei suoi affari di famiglia, è piuttosto hershiana. Stava lavorando a un libro sul vicepresidente di Bush, Dick Cheney, quando il giro di vite contro gli informatori gli ha impedito di proteggere efficacemente le sue fonti. Di conseguenza, si è offerto di vendere il suo appartamento per ripagare il cospicuo anticipo, ma Sonny Metha -editore capo della Alfred Knopf- lo ha persuaso a scrivere un racconto autobiografico.

“Reporter” sembra un misto tra “Le avventure di Augie March” e “Tutti gli uomini del presidente”. Hersh è cresciuto nei sobborghi di Chicago, ed è stato obbligato, durante la sua adolescenza, a dirigere la lavanderia di famiglia dopo che suo padre era morto di cancro ai polmoni. Non ha mai brillato a scuola e non era destinato alla vita intellettuale, tanto meno a fare carriera come giornalista.

Il fato ha voluto che lui rispondesse al telefono il mattino successivo a una nottata di poker, nella quale aveva perso tutti i suoi soldi. La chiamata veniva da City News. Era rimasto nel suo vecchio appartamento, quella notte, e aveva dimenticato di informare i suoi futuri datori di lavoro che aveva cambiato indirizzo. E così iniziò una delle più grandi carriere del giornalismo. Non fosse stato per l’inclinazione di Hersh alle partite di poker, potremmo non avere mai conosciuto tante delle nefandezze del deep state.

Nel massacro di My Lai, compiuto dall’esercito statunitense, persero la vita oltre 500 civili

Difatti, Hersh lottò molti anni per trovare un lavoro sicuro. La storia di My Lai cambiò tutto. La scrittura di Hersh è entrata nella storia, dalla madre di uno dei soldati che gli dice “quando è andato via era un bravo ragazzo, quando è tornato era un assassino”, al soldato che inizia il suo racconto dicendo “era una roba da nazisti”.

La descrizione dei bambini lanciati in aria e trafitti dalle baionette, o dei soldati che guidano su una Jeep con orecchie umane attaccate al cruscotto fanno venire i brividi. La storia di My Lai ha fatto conoscere al pubblico la brutalità, la depravazione e la mostruosità della macchina da guerra americana, e diede una notevole spinta al movimento anti-guerra.

Eppure, anche con un Premio Pulitzer in mano, non riusciva a guadagnarsi un posto al tanto agognato New York Times. Il suo brutto carattere di sicuro non ha aiutato, avendo litigato due volte con l’editore esecutivo Abe Rosenthal.

Hersh è abbastanza onesto da ammettere che oggi, probabilmente, non ce la farebbe. Ha iniziato a lavorare durante gli anni d’oro del giornalismo americano – quando veniva pagato meravigliosamente per i suoi articoli, e i media avevano abbastanza soldi da finanziare il giornalismo serio. Quando, per The Times, fu inviato a seguire gli accordi di pace di Parigi, venne alloggiato nel celebre albergo di lusso Hotel de Crillon.

Non passa molto tempo prima che parliamo del presunto hackeraggio delle elezioni presidenziali americane. Hersh ha opinioni molto forti sull’argomento, e sente odore di fregatura. Dichiara che c’è “molta animosità nei confronti della Russia. Tutta questa roba sulla Russia che avrebbe hackerato le elezioni sembra essere assurda”. Ha svolto ricerche sull’argomento, ma non è pronto a mostrarle al pubblico… per ora.

Hersh ricorda che l’ultima volta che l’establishment della difesa americana si è mostrato molto sicuro di sé, è stato riguardo le armi di distruzione di massa in Iraq. Sottolinea che la NSA crede poco nell’interferenza russa. E’ una cosa già evidenziata in passato: non c’è stato alcun rapporto conclusivo sul quale tutte le diciassette agenzie di intelligence americane fossero d’accordo. “Quando la comunità dell’intelligence vuole dire qualcosa, la dice… quando una cosa è altamente confidenziale significa che non la conoscono”.

Hersh è balzato alle cronache per avere criticato la versione ufficiale dell’avelenamento Skripal: “la storia dell’avvelenamento da novichok non sta molto in piedi. Lui [Skripal] probabilmente stava parlando servizi di intelligence britannici del crimine organizzato russo. Le sfortunate circostanze che hanno portato alla contaminazione di altre vittime, secondo Hersh, hanno più a che fare con elementi del crimine organizzato che con delle azioni architettate da uno stato – anche se ciò sarebbe uno schiaffo alla posizione del governo britannico.

Hersh sottolinea che queste sono solo le sue opinioni. Opinioni o no, si rivela molto pungente su Obama: “una persona che cambia spesso idea… fa dei bei discorsi, ma è tutt’altro che un radicale… più un intermediario”. Durante il suo discorso alla Goldsmith, ha osservato che i liberali sottovalutano Trump.

Sergej Skripal’

Conclude i suoi discorsi all’università con un aneddoto riguardo un pranzo fatto con le sue fonti, all’indomani dell’11 settembre. Sfoga la sua rabbia contro le agenzie di intelligence per non condividere le loro informazioni. Una delle sue fonti della CIA risponde: “Sy, dopo tanti anni ancora non l’hai capito – l’FBI cattura i rapinatori di banche, la CIA deruba le banche.” È un delizioso, seppur criptico, aforisma.

Gli chiedo se la guerra in Siria sia stato un tema divisivo per la sinistra. Hersh ha scritto una serie di articoli controversi per il London Review of Books, sostenendo che il governo di Assad probabilmente non è stato il responsabile degli attacchi con armi chimiche. In “The red line and the rat line” Hersh sosteneva che entrambi gli schieramenti avevano accesso all’arsenale chimico. Si è spinto oltre, affermando che i ribelli, o perfino il governo turco di Erdogan, possano avere creato un false flag affinché Obama attaccasse la Siria, in quanto un attacco chimico avrebbe superato la sua celebre “linea rossa”.

Nello stesso articolo, Hersh sostiene che ci sia una “rat line” di armi tra la Libia e la Siria, messa in piedi dalla CIA con il coinvolgimento del MI6, allo scopo di fornire equipaggiamento ai ribelli siriani, inclusi i gruppi jihadisti – rivelazione sorprendente, considerando che gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra al terrorismo e intendono neutralizzare lo Stato Islamico.

Hersh affronta le critiche al regime di Assad una per una. Mi dice bruscamente: “Se Assad perdesse, finirebbe appeso a un lampione” con moglie e figli accanto. Lo sa meglio di tutti, “cose terribili accadono in guerra”, ricordando i bombardamenti alleati delle città tedesche e giapponesi, così come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo punto è che tutte le parti commettono crimini di guerra.

Infatti, mi dice che anche gli Stati Uniti hanno utilizzato i barili bomba. E si potrebbe anche elencare l’uso dell’Agente Arancio in Vietnam, così come il fosforo bianco e l’uranio impoverito in Iraq. “Dov’è l’equivalenza morale?”, chiede Hersh. Tutto ciò mi ricorda la celebre frase del generale americano Curtis LeMay, il quale disse “se avessimo perso la Seconda Guerra Mondiale, sarei stato condannato per crimini contro l’umanità”.

Hersh mi dice che quella siriana è “quasi una guerra giusta”, perché Assad combatte per impedire un colpo di stato islamista e l’imposizione della Sharia. I critici potrebbero dire che questa è un’analisi troppo semplicistica della situazione. E siamo sicuri che il regime di Assad sia una dittatura brutale? Hersh, durante la conversazione, mi dice di avere incontrato Assad cinque o sei volte prima della guerra – un promemoria di quanto incredibile sia stata la sua vita, avendo lui incontrato il buono, il brutto e il cattivo.

Spostiamo la conversazione sul sostegno agli islamisti ai tempi della guerra sovietica in Afghanistan. I mujaeddin erano visti dalle intelligence occidentali come i sauditi e i pakistani. Hersh ricorda come Zbigniew Brzezinski, il consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter noto per il suo feroce anticomunismo, avesse pianificato di trasformare l’Afghanistan nel Vietnam dei sovietici – un pantano che avrebbe accelerato la caduta dell’Unione Sovietica.

Durante l’evento alla Goldsmith, Hersh ha accennato a un programma di finanziamento di cui è venuto a conoscenza, ma che non intende divulgare. Le persone più informate conoscono le origini di questa storia. Pochissimi sanno che questo è un programma segreto su larga scala, che si estende dentro gli ex stati sovietici, per tutto il Medio Oriente e in Africa tutt’oggi. E’ stato progettato per facilitare gli aiuti geopolitici, presumibilmente sulla base del concetto che il fine giustifica i messi. Menziono i documenti degli anni ’50 dell’intelligence britannica, i quali mostrano il progetto per neutralizzare il socialismo e il nazionalismo arabo. “L’imperialismo è l’imperialismo“, conclude Hersh.

In un altro articolo, “Military to military”, Hersh ha scoperto comunicazioni top secret di alto livello tra le potenze militari coinvolte nel teatro siriano. Quando i capi dello staff di Obama hanno bypassato il presidente per passare un’importante comunicazione nella lotta contro lo Stato Islamico, un amico di Assad ha risposto che, per dimostrare la loro buona fede, avrebbero dovuto portargli la testa di Bandar. Il Principe Bandar bin Sultan è stato ambasciatore saudita negli Stati Uniti e direttore dell’agenzia di intelligence saudita GID. Secondo quanto scritto dal Wall Street Journal, ha agito da cardine per armare i jihadisti. Bandar è molto vicino al clan Bush. Naturalmente, gli americani hanno declinato l’offerta.

 Bandar bin Sultan

Incontro il nome di Bandar in molti eventi segreti, incluso l’armamento dei mujaeddin in Afghanistan, l’accordo Al-Yamamah e l’affaire Iran Contra. Il suo nome salta fuori anche in diversi rapporti sull’11 settembre, incluso in relazione ai pagamenti dal conto corrente di sua moglie, la Principessa Haifa, a un contatto di due dei dirottatori. Hersh non approfondisce questo argomento, ma è convinto che il principe saudita Mohameed bin Salman possa essere perfino peggio di Bandar.

Percependo che Hersh sia ancora preoccupato dell’era Bush, avendo abbandonato il suo libro su Cheney, gli chiedo di un articolo che ha scritto nel 2007 per il New Yorker, intitolato “The redirection”. Mi dice che “è incredibile quante volte quella storia sia stata ristampata”. Gli chiedo a riguardo della sua tesi per cui la politica americana in Medio Oriente sia concepita per neutralizzare la sfera sciita, che si estende dall’Iran alla Siria fino a Hezbollah in Libano, e quindi ridisegnare i confini dell’accordo di Sykes-Picot per il XXI secolo. Va avanti dicendo che Bush e Cheney “ce l’avevano con l’Iran“, anche se nega che l’Iran si sia coinvolto troppo in Iraq: “Fornivano intelligence… gli americani hanno attraversato più volte il confine per operazioni sotto copertura, in modo molto più aggressivo dell’Iran”.

Hersh crede che l’amministrazione Trump non abbia memoria di questo approccio. Sono sicuro che il complesso industriale-militare abbia la memoria molto più lunga. Hersh era ad un meeting in Giordania a un certo punto nell’ultimo decennio, e lì fu informato che “voi non avete idea di cosa state facendo”, riferendosi al sanguinoso settarismo che si sarebbe scatenato in Iraq.

Gli chiedo dei rapporti RAND e Stratford, incluso quello redatto da Cheney e Paul Wolfowitz nel quale progettano la partizione etno-settaria dell’Iraq. “Il giorno dopo l’11 Settembre ci saremmo dovuti rivolgere alla Russia. Abbiamo fatto l’unica cosa che George Kennan ci aveva avvertito di non fare – espandere la NATO”.

Cadiamo dunque sull’argomento 11 Settembre. I sondaggi svelano che una parte significativa di americani creda che ci sia ancora molta verità da scoprire. Tali dubbi sono stati rinforzati dalla desecretazione di 28 pagine del rapporto della commissione sull’11 Settembre lo scorso anno, ponendo in discussione la versione secondo la quale un gruppo di terroristi abbia compiuto gli attacchi in maniera indipendente. Il sospetto è che questi siano in realtà stati sponsorizzati dai sauditi. Hersh mi dice: “Non credo troppo alla storia per cui Bin Laden sarebbe il responsabile dell’11 Settembre. Quella storia non è conclusa. Ho conosciuto persone nella comunità dell’intelligence. Non abbiamo alcuna prova su chi l’abbia compiuto realmente. Quel tizio viveva in una caverna, non conosceva nemmeno bene l’inglese. Era abbastanza brillante e aveva molto risentimento verso gli Stati Uniti. Abbiamo risposto attaccando i Talebani. Diciotto anni dopo… come sta andando?”

Il concetto della guerra eterna non è inintenzionale. La Dottrina Truman si basava su di esso. Il suo successore Eisenhower ha coniato il termine “complesso militare-industriale”. Nel 2015, l’AD del gigante della difesa Lockheed Martin ha dichiarato che una maggiore instabilità in Asia e nel Medio Oriente significava maggiori profitti per loro. In poche parole, la guerra faceva bene agli affari.

Parliamo anche della presunta morte di Bin Laden, trattata nel suo precedente libro “The Killing of Osama Bin Laden”: “E’ scappato a Tora Bora. La mia teoria è che l’intelligence pakistana lo abbia catturato abbastanza presto. Probabilmente, a quanto dicono i disertori dell’ISI [servizi segreti pakistani] Bin Laden era ad Abbottabad da 5-6 anni”. Allo stesso tempo, dice che gli americani non lo sapevano. “Nessuno lo sapeva… è venuto un tizio e ce l’ha detto”, dice riferendosi al disertore pakistano che ha preso buona parte della taglia di 25 milioni di dollari.

Hersh è stato sommerso dalle critiche per i suoi articoli sulla Siria e su Bin Laden; è stato accusato di essere un sostenitore di Assad e dei russi, sebbene egli sostenga di essere solo alla ricerca della verità. I critici sostengono che Hersh sia un complottista, anche se nella sua biografia di John F. Kennedy, “The dark side of Camelot”, ha scritto che Oswald fu probabilmente l’unico assassino. Diversi anni fa, domandai ad Hersh di questa cosa, e lui mi rispose che non trovò niente su Oswald, mentre lavorava al libro. La sua posizione è adottata anche da altri intellettuali di sinistra, come Noam Chomsky, il quale vede JFK più come un falco liberale che una minaccia all’establishment.

Hersh non mostra segni di rallentamento. Ha chiaramente molto lavoro in corso, con l’allettante prospettiva di riferire sul presunto hacking del Comitato Nazionale Democratico e delle elezioni USA. E chi lo sa? Forse quel libro di Cheney alla fine vedrà la luce. Potrebbero esserci ancora un capitolo o due da aggiungere al suo libro di memorie, dopotutto.

(da The Independent – traduzione di Federico Bezzi)