Germania: c’è chi vorrebbe sviluppare armi atomiche tedesche

La Nato, forse, non garantisce più quella sensazione di protezione, ossia controllo assoluto, che ha imperniato la storia politica d’Europa per la quasi totalità degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Probabilmente la favoletta della buonanotte su “L’Europa unita che ci ha donato la pace per anni e anni”, sanno bene ai piani alti del potere tedesco essere un’idiozia, perciò in Germania c’è chi pensa di sviluppare un arsenale di armi atomiche in proprio.

Christian Hacke, esperto di scienze politiche e già professore all’Università delle Forze armate federali di Amburgo e all’Università di Bonn, non ha dubbi e esprime la sua proposta sul settimanale tedesco Welt am Sonntag : le incertezze e la posizione trumpiana circa la Nato mettono a rischio la difesa dell’Europa e la politica di difesa, pertanto un’atomica germanica sarebbe la soluzione ovvia e immediata per garantirsi la sicurezza.

Hacke sintetizza così il suo pensiero: “Dal 1949 per la prima volta, la Germania (che continua a chiamare col nome “ufficiale” di Repubblica federale di Germania, che puzza incommensurabilmente di Guerra fredda se accostata a missili e atomiche) non è più sotto l’ombrello nucleare degli Stati Uniti”.

Negli anni ’60 il presidente della Germania occidentale Konrad Adenauer, che è nel Pantheon ideale dei falsi “santi” dell’Europa, ritenendo non sufficiente la protezione statunitense per i tedeschi pensò a un partenariato con la Francia: il suo progetto bellicoso, sicuramente non rassicurante nel Mondo diviso in blocchi in una nazione a sua volta divisa, andò al macero con il suo ritiro e nel 1968 – guarda un po’ la combinazione – la Germania dell’ovest ratificò il Trattato di non proliferazione atomica. Tutto fu poi ulteriormente sottoscritto nel 1990 a Mosca: si siglò il Trattato sullo stato finale della Germania; riunificando le due porzioni del territorio tedesco, si mise nero su bianco anche il rifiuto degli armamenti atomici.

Ricordiamo nuovamente il motto propagandistico “L’Unione Europea ci ha donato la pace”, perché a dimostrare quanto ciò sia falso ci ha pensato l’ex ambasciatore tedesco negli USA Wolfgang Ischinger: “Se la Germania dovesse rinunciare al suo status di potenza non nucleare, cosa impedirebbe alla Turchia o alla Polonia, ad esempio, di seguire il suo esempio?”. Si respira così tanta aria pacifica che c’è chi teme una corsa agli armamenti, nei fatti già in corso a causa della campagna militarista e aggressiva contro la Federazione russa.

In ogni caso lo stato dell’esercito tedesco rasenta il tragico: aerei in pessimo stato, una campagna di terrore su chi veste un’uniforme militare legata al passato della Germania e una cronica mancanza di volontari nell’esercito. Per questo problema, lo ha citato il quotidiano americano Politico, si è valutata – udite udite – l’idea di reclutare stranieri.

Il suono di queste voci dalla Germania, di voler iniziare a dotarsi indipendentemente di armi nucleari, avrà avuto a Washington una eco colossale: James Joy Townsend, il responsabile primario per la difesa Nato in Europa negli anni ’90 (ne permise anche l’allargamento) e esponente di spicco del think-tank americano Centro per la nuova sicurezza americana (CNAS; da qui Obama, durante il suo mandato, ha scelto numerosi esponenti), su Business Insider ecco cosa dice: “Non è qualcosa che cambierà e ai tedeschi non capiterà di pensare immediatamente di voler sviluppare armi atomiche. Non succederà”. Townsend ha aggiunto che la decisione del governo tedesco di abbandonare per gradi l’energia nucleare, mina alle fondamenta questa possibilità di riarmo.

L’Europa, con lo strapotere tedesco, l’isteria anti-russa e l’impossibilità di ricevere dagli USA con Trump alla guida lo stesso trattamento ricevuto in passato, sembra agitarsi in preda alle convulsioni: in questo clima di provocazioni politiche ed economiche contro la Russia e nel bel mezzo di un’atroce crisi sociale ed economica della UE, non potevano mancarci le atomiche “fieramente” prodotte in Germania.

(di Pietro Vinci)