WSJ: il razzismo di sinistra è tollerato?

Siamo onesti. Dobbiamo davvero essere sorpresi del fatto che il New York Times abbia ribadito la sua decisione di assumere Sarah Jeong come membro della redazione, anche dopo la scoperta che negli anni passati ha scritto sui social media centinaia di post razzisti e sessisti contro i maschi bianchi? Potete essere arrabbiati, sicuramente. Ma sorpresi proprio no.

Per parafrasare un ben noto politico (1), Miss Jeong potrebbe mettersi in mezzo alla Fifth Avenue a sparare ai bianchi senza perdere il supporto dei liberal. C’è da scommettere che sia stata presa dal Times per i suoi pregiudizi razziali, non nonostante essi. I membri della redazione sono assunti per formulare ed esprimere la posizione ufficiale del giornale. La Jeong è stata assunta per parlare in nome del New York Times, e a loro piacciono le sue posizioni.

La Signora Grigia (2) attacca il Presidente Trump quasi ogni giorno come razzista e sessista, opinionisti come Charles Blow praticamente non scrivono di altro. Quindi, è ipocrita per il giornale assumere e difendere un nuovo membro della redazione che non ha fatto segreto dei propri pregiudizi? Ovviamente lo è, ma per chi condivide la visione del mondo della Jeong no.

I liberal, che controllano la maggior parte dei media, si sono specializzati nell’applicare diversi standard per diversi gruppi. Proprio come il Times, Twitter non ha alcun problema con le ripugnanti osservazioni di Miss Jeong. Centinaia di tweet che includono frasi offensive non sembrano infastidire il content monitor di Jack Dorsey, ma quando l’attivista conservatrice Candace Owen ha riprodotto un tweet della Jeong, sostituendo “bianchi” con “neri” o “ebrei”, Twitter ha temporaneamente sospeso il suo account. La piattaforma ha poi ripristinato l’account della Owen, sostenendo di “avere fatto un errore”.

Ovviamente il Times può assumere chiunque voglia. Ma come può pretendere che prendiamo sul serio i suoi editoriali su “Trump-è-un-bigotto” e la crescita dell’intolleranza nella destra politica, quando chiude un occhio sulle opinioni della signorina Jeong? Gli attacchi del Presidente verso i media sono spesso fuorviati ed esagerati -ha ragione sua figlia Ivanka; noi non siamo i nemici del popolo- ma i maggiori poli dell’informazione stanno erodendo la confidenza del pubblico verso i media anche senza l’aiuto di Trump.

Eccovi un altro chiaro esempio dell’ipocrisia della sinistra sul tema della razza. Se l’obiettivo è quello di ottenere un’America post-razziale, perché l’identità razziale continua ad essere l’ossessione dei liberal? Se appartieni alla sinistra progressista, le opinioni razziste vanno bene fin quando sono dirette verso il gruppo giusto di persone?

Ad Harvard, gli studenti asiatici sono attualmente fuori dalle grazie degli amministratori perché commettono il grave peccato di essere in troppi tra le matricole. L’università più prestigiosa degli Stati Uniti, un bastione del pensiero liberal, è stata denunciata dagli studenti asiatici per discriminazione. Harvard vuole tenere un certo “bilanciamento” razziale all’interno del campus, e gli asiatici stanno mettendo i bastoni tra le ruote a questo progetto perché si rivelano più bravi degli altri gruppi. Che nervi.

Harvard non può negare di stare applicando una sistematica discriminazione razziale. I documenti interni, che la scuola è stata costretta a pubblicare, mostrano come Harvard stia facendo ciò che si sospettava da molto tempo. Nonostante ciò, la scuola giustifica queste pratiche basate sulla razza. Insistono nel dire, proprio come la Jeong e i suoi difensori, che tale bigottismo è funzionale a una nobile causa. Al contrario di voi e di me, Harvard sa come discriminare nel modo “giusto”.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, e molto prima che Harvard e altre grandi università avessero un “problema asiatico”, il problema erano i troppi ebrei. I paralleli sono molto istruttivi. “Gli studenti ebrei superavano di gran lunga, nei test, i loro compagni” ha scritto Jerome Karabel nel suo libro del 2005 “The Chosen: The Hidden History of Admission and Exclusion at Harvard, Yale and Princeton”.

Oggi come allora, le università si sono inventate dei modi per rendere sempre meno obiettivi i propri criteri di ammissione. Gli ebrei erano meno propensi a partecipare alle gare di atletica, o ad appartenere a social club che non fossero le confraternite ebraiche, le quali altri non erano che un modo per tenere “l’invasione ebraica” sotto controllo. Oggigiorno, i candidati asiatici ad Harvard ricevono costantemente valutazioni personali più basse, che vengono poi utilizzate per indebolire i loro risultati accademici all’interno della valutazione “olistica” di Harvard.

Quindi, finché l’obiettivo non sarà quello di ottenere una vera parità di condizioni, ma di piegare le regole del gioco verso la direzione desiderata, aspettatevi che la storia continui a ripetersi.

1) riprende una frase di Donald Trump
2) nomignolo con cui è noto il New York Times

(da The Wall Street Journal – traduzione di Federico Bezzi)