USA, Cina e il futuro della dominazione globale

La geopolitica non è scomparsa: non è mai andata via. L’arco della storia tende verso l’illusione. Ogni egemonia crede di essere l’ultima, e tutte le ere si crede che durino per sempre. Nella realtà, gli stati emergono, cadono e competono l’uno contro l’altro. E’ come lo fanno, che determina il destino del mondo.

Oggi come ieri, la politica delle grandi potenze dà la direzione degli eventi, e le rivalità internazionali saranno decise dalle capacità relative dei concorrenti: le loro risorse materiali, il loro capitale umano, l’abilità di governare sé stessi e i propri affari esteri in maniera efficiente. Ciò significa che il corso del nostro secolo sarà determinato in gran parte da come Cina e Stati Uniti gestiranno le proprie risorse e la loro relazione reciproca.

Proprio come il Regno Unito permise al suo rivale, la Germania imperiale, di crescere, così gli Stati Uniti hanno fatto lo stesso con la Cina. Si credeva che non fosse pericoloso, per l’egemone liberale, lasciare guadagnare terreno al proprio avversario autoritario perché, prima o dopo, quest’ultimo avrebbe dovuto fare una scelta: rimanere autoritario e stagnare, o liberalizzarsi per continuare a crescere. In un modo o nell’altro, l’egemone liberale l’avrebbe avuta vinta. Non è finita bene la prima volta, e probabilmente anche oggi finirà allo stesso modo.

La Cina, presto, avrà un’economia sostanzialmente molto più grande di quella statunitense. Non ha ancora la democrazia, e probabilmente non l’avrà per molto tempo, perché le istituzioni comuniste non permettono un’evoluzione verso il sistema democratico. Ma l’autoritarismo non ha mai significato stagnazione, perché le istituzioni cinesi sono riuscite a mescolare meritocrazia e corruzione, competenza e incompetenza, e in qualche modo sono riuscite a fare avanzare il paese. Potrebbe rallentare la sua crescita molto presto, o perfino esplodere a causa della sua miriade di contraddizione, ma gli analisti continuano a prevederlo da decenni, e fino ad ora si sono sbagliati.

Nel frattempo, mentre la Cina guadagna potere al di là di qualunque aspettativa, gli Stati Uniti e le altre democrazie si stanno dimostrando disfunzionali, e mettono a rischio il proprio futuro. Le loro élite hanno svoltato verso la globalizzazione in maniera sufficiente per costruire una vasta mobilità sociale e un buon progresso umano in tutto il mondo, ma hanno trascurato gli effetti economici e sociali negativi di tutto ciò sui cittadini delle loro periferie interne, permettendo ai demagoghi di ottenere successo.

La Grande Depressione ha concluso la prima fase della globalizzazione, quella iniziata nel tardo diciannovesimo secolo. Alcuni pensano che la crisi finanziaria globale del 2008 abbia concluso l’attuale fase. Il sistema è sopravvissuto, ma le misure di emergenza messe in campo per salvarlo -inclusi gli aiuti alle banche, e non ai comuni cittadini- hanno rivelato le sue contraddizioni interne. E nel decennio che è seguito, i movimenti anti-establishment sono cresciuti a dismisura.

La competizione odierna tra Cina e Stati Uniti è un nuovo colpo di scena all’interno di una storia vecchia. Fino all’inizio del diciannovesimo secolo, la Cina era la più grande economia e il paese più potente del mondo, con una percentuale di PIL mondiale stimata nel 40%. In seguito, il paese è entrato in un lungo declino, per cause esterne e interne, e attorno allo stesso periodo nascevano gli Stati Uniti, i quali iniziarono la propria lunga ascesa verso la dominazione globale. L’era americana non sarebbe mai avvenuta senza il declino della Cina, vista l’importanza dell’egemonia statunitense sull’Asia, ma a sua volta la rinascita della Cina non sarebbe mai avvenuta senza l’apertura ai mercati americani.

Quindi, ognuno dei due paesi ha dominato il mondo, ognuno ha i suoi punti di forza e di debolezza, e, per la prima volta, si confrontano da pari a pari. E’ presto per dire come finirà, ma possiamo affermare con sicurezza che la partita continuerà.

ATTENTO A COSA CHIEDI

Per capire come sarà il mondo di domani, dobbiamo guardare al mondo di ieri. Negli anni ’70, gli USA e i suoi alleati erano ricchi, ma disordinati e stagnanti; l’Unione Sovietica aveva ottenuto una pari potenza militare, e proseguiva nella sua corsa agli armamenti; la Cina era affetta da problemi interni e povertà; l’India era più povera della Cina; il Brasile, diretto da una giunta militare, aveva un’economia appena più grande di quella indiana; e il Sudafrica era diviso da un regime di razzismo istituzionale.

Quattro decenni dopo, l’Unione Sovietica si è sciolta e aperta al capitalismo e alla proprietà privata. La Cina, per quanto politicamente comunista, ha preferito i mercati alla pianificazione statale, ed è diventata la seconda economia del mondo. L’India è la sesta economia del mondo. Il Brasile è diventato una democrazia, ha goduto di un grande rilancio economico, ed è oggi l’ottava economia del mondo. Il Sudafrica ha rovesciato l’apartheid ed è diventata una democrazia multirazziale.

La direzione di questi cambiamenti non è stata frutto del caso. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno lavorato sodo per creare un mondo aperto, con un mercato ancora più libero e un’integrazione globale ancora più stretta. I policymakers avevano scommesso che, se fossero riusciti a costruire questa globalizzazione, anche altri paesi si sarebbero uniti. E avevano ragione. Presi nel complesso, i risultati sono stati straordinari. Ma quegli stessi policymakers e i loro discendenti non erano preparati a tale successo.

La globalizzazione crea ricchezza spingendo i grandi centri urbani dei paesi ricchi a investire all’estero, invece che nel proprio stesso paese. Ciò ha aumentato l’efficienza economica e i guadagni assoluti, più o meno come dice la classica teoria economica, e ha ridotto le disuguaglianze a livello globale permettendo a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà.

Ma allo stesso tempo, quest’attività economica rivolta all’esterno ha prodotto inuguaglianza interna e un senso di tradimento politico all’interno dei paesi ricchi. E, per alcuni dei perdenti, al danno si è aggiunta la beffa dell’insulto culturale, in quanto le loro stesse società diventano sempre meno famigliari. Le élite occidentali si sono concentrate più sul godere dei benefici della globalizzazione che sul contenimento dei suoi costi, e come risultato, hanno esacerbato le sue conseguenze.

Troppi di loro si sono convinti che l’integrazione globale riguardasse fondamentalmente l’aspetto economico, e che essa sarebbe andata avanti a prescindere. Solo poche cassandre, come lo scienziato politico Samuel Huntington, hanno evidenziato che la cultura era molto più potente dell’economia, e che l’integrazione avrebbe accentuato le differenze, invece di appiattirle, sia a casa che all’estero. Nel 2004 scriveva: “Nell’America di oggi, esiste un grande divario tra le élite della nazione e il grande pubblico riguardo l’importanza dell’identità nazionale, e su quale debba essere il ruolo dell’America nel mondo. Gli elementi principali delle élite sono sempre più distaccati dal proprio paese, e il pubblico americano, a sua volta, è sempre più disilluso dal proprio governo”

Avendo abbracciato l’ideologia della globalizzazione, le élite occidentali si sono rese vulnerabili alla sfida politica di massa basata sul nazionalismo che loro avevano abbandonato. I tribuni delle insurrezioni popolari possono anche essere in errore, ma i sentimenti dei loro elettori sono reali, e riflettono i problemi che i presunti esperti hanno ignorato o sottovalutato.

COSI’ ERA ALLORA…

Osservando tutti i profondi cambiamenti avvenuti nel corso dello scorso secolo, l’immagine geopolitica odierna ricorda quella degli anni ’70, o perfino quella degli anni ’20, ma con un’importante eccezione. Potere russo presente in Eurasia, seppur più contenuto? C’è. La Germania al centro di un’Europa forte ma inefficiente? C’è. Un gigante americano distratto, abbastanza potente da essere il leader ma indeciso sul farlo? C’è. Brasile e Sudafrica che dominano le rispettive regioni? C’è. A parte la presenza degli imperi indiani, ottomani e persiani, l’eccezione riguarda il fatto che oggi è la Cina, e non il Giappone, il principale attore politico dell’Asia.

La laboriosità della Cina è stata fenomenale, e si è certamente guadagnata la sua posizione. Ma non avrebbe mai potuto ottenerla, senza l’apertura economica e la sicurezza globale fornita dagli Stati Uniti, in quanto potenza liberale egemone. Dal tardo diciannovesimo secolo, e per tutto il ventesimo, gli USA -al contrario degli europei e dei giapponesi- hanno speso relativamente poche risorse nel cercare di colonizzare territori esteri; hanno, invece, scelto di fare avanzare i propri interessi attraverso alleanze volontarie, istituzioni multilaterali e libero mercato. Quella scelta fu guidata più dal proprio interesse che dall’altruismo, e fu sostenuta dalla dominazione militare globale. I vari corpi multinazionali e i processi del sistema postbellico vanno compresi non come la presunta chimera chiamata “ordine liberale internazionale”, ma come un meccanismo per organizzare ed estendere la sfera di influenza statunitense.

I paesi forti con delle proprie ideologie cercano di fare proselitismo per portare gli altri paesi dalla propria parte, quindi non dovrebbe sorprendere che la democrazia, il dominio della legge, e altri valori americani siano diventati globali durante gli anni postbellici, visto il potere dell’esempio americano (lasciando perdere il fatto che gli ideali statunitensi sono stati onorati più sulla carta che nella realtà). Ma oggi, mentre il potere relativo americano sta diminuendo e gli Stati Uniti stessi sono nei guai, è emersa la fragilità di un sistema dipendente dal mito, dalla competenza e dall’immagine dell’America.

Le due nuove superpotenze troveranno un modo per fronteggiarsi senza finire in una guerra? Se non ce la faranno, potrebbe essere a causa di Taiwan. La fiorente “tigre asiatica” è un altro tributo alle meraviglie della globalizzazione, essendo diventata ricca, forte e democratica come mai dalla sua nascita, settant’anni fa. Ma Pechino è determinata a reclamare tutti quei territori che considera suoi possedimenti storici, e il presidente cinese Xi Jinping ha più volte affermato che Taiwan sia un territorio cinese e “un interesse principale”. Dal canto suo, l’Esercito Popolare di Liberazione ha gradualmente ottenuto abbastanza capacità per riconquistare l’isola con la forza.

Una mossa tanto radicale sembra folle, visto quanto caos provocherebbe e quanto il successo della Cina dipenda anche dalla stabilità esterna, ma dai sondaggi emerge che il popolo taiwanese dimostra di possedere una propria identità separata; l’opposto di quanto Pechino si aspettava dall’integrazione economia (le élite occidentali non sono le uniche a nutrire illusioni). Dobbiamo aspettarci che una Pechino sempre più potente resti a guardare, mentre il suo tanto atteso premio si allontana sempre più?

…COSI’ E’ OGGI

Nell’ultimo decennio, la Russia ha confuso le aspettative, riuscendo a resistere sia i prezzi ondeggianti del petrolio, sia alle sanzioni occidentali. Il regime di Vladimir Putin può anche essere una cleptocrazia, ma non è solo quello. Anche i regimi autoritari corrotti possono mostrare ottime capacità di governance in certe aree chiave, e la Russia è rimasta in piedi grazie a una efficiente politica macroeconomica.

Anche la Cina è soggetta a un regime corrotto e autoritario, e anch’essa ha dimostrato capacità di adattamento migliori di quanto gli osservatori potessero mai immaginare. Le sue élite hanno gestito lo sviluppo di un paese grande quanto un continente ad una inaudita scala e velocità, al punto che molti si chiedono se la Cina possa giungere a dominare il mondo. Nel 1800, in tanti si aspettavano che la Cina avrebbe dominato un secolo dopo; invece, il potere cinese è collassato e quello americano è salito fino alle stelle. Quindi, le previsioni in linea retta sono rischiose. E se le previsioni di inizio diciannovesimo secolo non fossero state tanto errate, quanto premature?

L’autoritarismo è onnipotente ma fragile, mentre la democrazia è patetica ma resiliente. La Cina ha alle spalle un lungo periodo di successi stabili, ma le cose potrebbero cambiare rapidamente. Dopotutto, Mao Tse-Tung ha guidato lo stesso identico regime, ed era uno dei leader più barbarici ed autodistruttivi della storia. Proprio come un tempo nessuno si aspettava che la Cina potesse andare così lontano e così velocemente, ora in tanti si aspettano che la marcia della Cina sia inarrestabile – con pochi elementi a sostegno.

La decisione di Xi di centralizzare il potere ha molti aspetti, ma uno di questi è sicuramente l’apprezzamento per come la Cina abbia affrontato le proprie sfide in maniera formidabile. La risposte naturale di un regime autoritario alla crisi è quella di serrare i propri ranghi. Ciò permette di gestire meglio gli eventi nel breve periodo, e a volte di ottenere risultati a breve termine impressionanti, ma non è mai stata una buona ricetta per ottenere buoni successi nel lungo periodo.

Tuttavia, per adesso, la Cina, spinta dalla sua enorme economia, proietta il suo potere in tutte le direzioni: dai suoi mari orientali a quelli meridionali, dall’Oceano Indiano all’Asia centrale, e perfino dall’Africa all’America latina. La ricchezza e la consistenza si sono combinate per fornire alla Cina un soft-power sempre più impressionante, insieme all’hard-power, consentendo al paese di fare breccia nel terreno del suo avversario.

L’Australia, per esempio, è una democrazia liberale ricca e robusta, con un alto grado di solidarietà sociale, ed è uno dei pilastri fondamentali dell’ordine americano – e, al contempo, al centro del percorso di espansione della Cina. L’influenza di Pechino, e la sua interferenza, è cresciuta costantemente nell’ultima generazione, sia come conseguenza naturale dell’interdipendenza economica, sia grazie a una deliberata campagna a lungo termine, da parte della Cina, per attirare l’Australia verso una sorta di “finlandizzazione” del ventunesimo secolo. Simili processi accadono in tutta l’Asia e in Europa, in quanto la Cina punta a costruire una grande Eurasia con Pechino al centro, magari riuscendo ad allontanare l’Europa dall’Atlantico.

In questo momento, la svalutazione degli Stati Uniti sta dando una spinta alla Cina, ma, come Adam Smith aveva notato, in effetti esiste “una grande quantità di rovina in una nazione”, e gli Stati Uniti rimangono di gran lunga la potenza più forte del mondo. Oltretutto, questo non sarà un gioco puramente bilaterale. Si, l’Inghilterra ha permesso -due volte- alla Germania di risorgere e di sfidare la sua egemonia, ma ha anche permesso agli Stati Uniti di emergere e, quando giungono le sfide, è possibile, come aveva compreso Winston Churchill, che il nuovo mondo, con la sua potenza, venga in aiuto del vecchio.

Allo stesso modo, gli Stati Uniti hanno permesso alla Cina di emergere, ma hanno anche permesso la crescita di Europa, Giappone, India, Brasile e molti altri. E, per quanto questi attori possano continuare a sfidare gli aspetti della leadership americana, o a inseguire gli investimenti cinesi, preferirebbero la continuazione degli attuali equilibri piuttosto di essere costretti a inginocchiarsi a un nuovo regno.

Il problema odierno, dunque, sembra capire se la sfera di influenza cinese possa allargarsi senza ribaltare l’esistente ordine internazionale a guida statunitense. Ma il treno è già partito: la sfera della Cina si è espansa prodigiosamente, e continuerà a farlo. Allo stesso tempo, la sua espansione le ha dato il diritto di dettare le regole. Le vere questioni, dunque, sono se la Cina si scontrerà con gli altri paesi, perché può farlo, e se gli Stati Uniti condivideranno la leadership mondiale, perché saranno costretti a farlo.

Le due potenze egemoni sono co-dipendenti al punto che l’indebolimento di una comporta l’indebolimento dell’altra? Le alleanze e le garanzie in un unico posto si possono rilassare mentre quelle in un altro rimangono forti? In breve, il ridimensionamento è possibile, o anche un minimo accenno di ritirata significa essere costretti a correggere la rotta? Una transizione americana da iperattività egemone, a un impegno globale più selettivo, potrebbe essere benvenuta sia in patria che all’estero, anche se molti politici e esperti potrebbero strillare. Ma i casi di ridimensionamento pacifico di successo sono rari, e nessuno è partito da un tale apice.

La storia non ci dice nulla sul futuro, a parte che ci sorprenderà. La stampa 3D, l’intelligenza artificiale, le rivoluzioni digitali e genetiche potrebbero sconvolgere il commercio globale e destabilizzare radicalmente il mondo. Ma in geopolitica sono anche possibili buoni risultati: il realismo non è consigliere di malaugurio.

Per i gladiatori di oggi, per evitare di distruggersi a vicenda come faceva la maggior parte dei loro predecessori, tuttavia, saranno necessarie quattro cose. I politici occidentali devono trovare il modo affinché la grande maggioranza della popolazione benefici del mondo globalizzato. I politici cinesi devono continuare a fare crescere pacificamente il loro paese attraverso il compromesso, piuttosto che ricorrere alla coercizione all’estero. Gli Stati Uniti devono stabilire un giusto equilibrio tra forte deterrenza e forte rassicurazione nei confronti della Cina, e ristabilire l’ordine all’interno dei suoi confini. E, infine, ci vorrà un miracolo per risolvere la questione di Taiwan.

(da Foreign Affairs – traduzione di Federico Bezzi)