Il New York Times assume una razzista e il mondo liberal la difende

Non più tardi di due mesi fa, la celebre conduttrice Roseanne Barr si è vista sbarrate le porte della sua carriera a causa di un tweet nel quale insultava l’ex consigliera del presidente Obama, Valerie Jarrett, paragonandola a una scimmia “nata dall’incrocio tra Il Pianeta delle Scimmie e i Fratelli Musulmani” (la Jarrett è nata in Iran). Nonostante le immediate scuse, il suo programma è stato subito chiuso dalla rete ABC.

Se, nel caso di Roseanne Barr, il New York Times ha elogiato la scelta dell’emittente (“Complimenti alla ABC”), la celebre testata non sembra provare troppo imbarazzo per le opinioni forti della propria neoassunta Sarah Jeong, giornalista sudcoreana naturalizzata statunitense e specializzata in diritto informatico e nuove tecnologie.

Nell’arco di due anni, dal 2013 al 2015 -quindi in tempi molto lontani dall’assunzione – la Jeong ha espresso pensieri difficilmente non etichettabili come razzisti: “Gli schifosi fottuti bianchi marcano internet come i cani che pisciano sugli idranti” “#CancelWhitePeople“, “Oddio è incredibile quanto mi piaccia essere crudele verso le vecchie donne bianche”.

Oppure, rimarcando il pregiudizio secondo il quale i bianchi avrebbero solo rubato le culture degli altri, “provo ad immaginare cosa voglia dire svegliarsi bianco ogni mattino con il terribile dubbio esistenziale di non avere una cultura”. In altri tweet, emerge una retorica di hate speech allarmante: “I bianchi hanno smesso di riprodursi. Sarete presto estinti. Questo era il mio piano per tutto il tempo”, e ancora: “Se i bianchi sono geneticamente predisposti a bruciarsi col sole, allora devono andare a vivere sottoterra come dei goblin striscianti”. I maschi? “Tutti spazzatura”. I poliziotti? “Cops fucking suck”, fanno schifo.

Questi, e altri tweet di contenuto simile (se ne contano centinaia) non hanno impedito alla redazione del New York Times non solo di assumerla, ma anche di difenderla. In un comunicato stampa, la testata dichiara che: “abbiamo assunto Sarah Jeoung per il suo lavoro eccezionale. […] Il suo giornalismo, e il fatto di essere una giovane asiatica, l’hanno resa oggetto di molte molestie online. Per un periodo di tempo, ha risposto alle molestie imitando la retorica dei suoi molestatori. Ora si è resa conto che questo approccio è servito soltanto ad alimentare l’odio che vediamo spesso sui social media. Se ne è pentita, e il Times non lo perdona”.

La teoria secondo la quale la neoassunta del NYT si stesse soltanto difendendo dai troll (tesi che questo articolo del NYMag smonta come “the purest of bullshit”, una stronzata totale) è abbracciata anche da un’altra testata della galassia liberal, l’Huffington Post: in questo primo articolo, si sostiene che il NYT non avrebbe dovuto offrire alcuna giustificazione al comportamento della Jeong, perché “la loro risposta contribuirà solo ad alimentare la campagna di falsa indignazione che i troll stanno portando avanti”, mentre in quest’altro si agita una difesa a tutto tondo della giovane asiatica: “La Jeong ha subìto molta violenza, ha tutto il diritto di essere arrabbiata”, e definisce lo scandalo “una campagna della destra”.

Un’aria di complotto non nuova, o forse il vero messaggio è il classico “non-avete-capito”: alcuni commentatori si spingono oltre, spiegando come non esista il razzismo verso i bianchi.

Spiega bene Andrew Sullivan sul NYMag: “La sinistra politica crede che la Jeong non possa essere razzista, perché è sia una donna, sia appartenente ad una minoranza etnica. Il razzismo contro i bianchi, in questa visione neomarxista, non esiste, perché il razzismo non ha niente a che fare con il semplice pregiudizio sul colore della pelle delle persone, o la generalizzazione verso un certo gruppo di persone; invece, il razzismo sarebbe una condizione istituzionale e sistemica, un esercizio di potere, e dunque solo chi detiene il potere può essere razzista – maschi e bianchi, nello specifico. Per una donna non bianca, come Sarah Jeong, è impossibile. Nella religione del costruzionismo sociale, lei, essendo donna e asiatica, appartiene alla schiera degli eletti, incapace di peccare di razzismo”.

Curioso notare come il NYT, nell’aprile di quest’anno, dopo soli due mesi di collaborazione, abbia licenziato la giornalista Quinn Norton per alcuni commenti forti verso la comunità LGBT, e per la sua amicizia con Andrew Auernheimer, hacker legato agli ambienti del suprematismo bianco e sua ex fonte. Forse, per capire la gravità delle parole della Jeong, dovrebbero leggere il tweet dell’opinionista (afroamericana) Candace Owens: “I neri dovrebbero vivere nelle caverne. Hanno smesso di riprodursi e si estingueranno presto. Mi piace essere crudele verso le donne nere. Quanto scritto sopra è l’opinione dell’editor del NYT Sarah Jeong. Ho solo sostituito la parola bianchi con neri”.

Ironia della sorte, la Jeong tempo addietro pare non avesse particolare stima neppure dei suoi attuali datori di lavoro: “Dopo una brutta giornata, alcune persone arrivano a casa e danno calci ai mobili. Io vado su internet e mi faccio beffe del New York Times”. Sarà anche un mostro nel suo campo -l’opinione ricorrente è che sia, difatti, una grande esperta di tecnologia – ma, visto che per altre persone la professionalità non è stata sufficiente a salvarle dall’oblio, forse è il caso di non dare adito a sospetti di doppio standard. Intanto, l’opinionista di Fox News Stephen Miller ironizza: “Se Sarah Jeong pensa che i bianchi facciano schifo, aspettate che incontri i suoi nuovi colleghi”.

(di Federico Bezzi)