Preve e il Marx “idealista”

Ciò che più scandalizza il lettore marxista nell’approccio all’opera di Costanzo Preve non è questa o quella tesi sulle prospettive del presente – nemmeno le famigerate dichiarazioni “rossobrune” di sostegno al FN francese o l’amicizia con Alain de Benoist – bensì l’interpretazione generale di Marx come filosofo idealista, che si pone in consapevole e provocatoria antitesi con tutte le convinzioni più solide e radicate in quegli ambienti e dunque rischia di gettare una pesante ipoteca sull’intero lascito del pensatore torinese, di scoraggiarne lo studio e di rinfocolare i pregiudizi caratteristici di quella “cultura dei dossier” che talora giunge ad insozzare persino il fronte filosofico.

D’altra parte i tentativi di risolvere la contraddizione trovando un linguaggio comune si rivelano vani, se non altro perché Preve e i suoi critici marxisti intendono la differenza tra idealismo e materialismo in modo alquanto diverso, privilegiando rispettivamente gli aspetti ontologici e quelli gnoseologici del problema. Quella che segue è una mia ipotesi personale sull’origine della controversia e insieme un abbozzo di possibile soluzione.

Una delle maggiori conquiste della ricerca previana consiste nella deduzione sociale delle categorie – compito assegnato alla filosofia marxista già da Lenin, ma spesso eseguito con la zavorra del riduzionismo economico, – in contrasto con la dossografia di stampo neokantiano e soprattutto con la mania tipicamente anglosassone di riscrivere la storia della filosofia alla luce della sola teoria della conoscenza:

«In queste storie Ockham diventa un cretino perditempo che “taglia” con il suo rasoio i ragionamenti superflui, e che sostiene che l’universale non esiste, ed esiste solo il singolare. Insomma, non c’è l’Uomo, ma solo Giovanni, Tommaso ed Annibale. Perbacco! Una vera scoperta! Che cos’è la penicillina al confronto? Il grande nominalismo medioevale, che fa da fondamento filosofico-ideologico alla protesta sociale contro la corruzione della chiesa, la degenerazione dell’ordo franciscanus e la cannibalesca brama di denaro dei mercanti e dei banchieri (destinata a vincere “alla grande” con le signorie, i principati e le compagnie di ventura quattrocenteschi), e fa da coperta ideale alla chiesa invisibile degli individui singoli che praticano veramente la paupertas e la simplicitas diventa occasione di chiacchiere insulse di perditempo che si chiedono stupidamente se esista l’universale o se esista solo il singolare! Ci sarebbe appunto da ridere, se ogni tanto la destoricizzazione e la desocializzazione del sapere filosofico non creassero “mostri”, per dirla con Goya!» (Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite Plaisance, 2013, p. 175).

Preve critica con grande acume i travisamenti accademici del pensiero di Ockham e di altri autori classici, ma incorre nei medesimi errori durante la sua lettura della Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, opera a suo avviso “mediocrissima” in cui Marx sembra davvero affermare che non esiste la frutta come tale ma solo mele, pere, ciliegie, ecc., di contro al famigerato “fruttivendolo idealista” della Sacra famiglia. Il nostro avrebbe assolutamente ragione se questi echi della critica aristotelica della dottrina delle idee di Platone fossero il tema dominante della Kritik del 1843 – un tema puramente gnoseologico in effetti, poiché si tratta solo di adeguare il concetto all’oggetto, sbarazzandosi dei falsi universali – senonché mi pare sfugga alla sua attenzione uno dei peraltro più celebri passi del testo marxiano: «Non è da biasimare Hegel perché descrive l’essere dello Stato moderno tale qual è, ma perché spaccia ciò che è come l’essenza dello Stato». Qui la critica di Marx non si appunta su eventuali errori nella descrizione empirica dell’ordinamento giuridico, errori riconducibili all’uso di concetti astratti per inquadrare fenomeni concreti, ma sulla sua collocazione complessiva in sede di filosofia della storia.

Lo Stato è un monumento alla potenza dell’ideale, che mediante il diritto piega le tendenze centrifughe individuali con una forza vincolante pari se non superiore alle leggi della natura. Hegel ha il torto di estendere la portata normativa dell’idealità anche alle dimensioni eterogenee rispetto ad essa, col risultato che la storia – escluse le determinanti cause economiche e materiali che fungono da condizioni di esistenza dello spirito stesso – deve giocoforza apparirgli come l’esito di un processo logico in sé conchiuso, dell’auto-movimento dell’idea attraverso le sue molteplici contraddizioni interne; di qui le frasi fatue sulle leggi dello spirito universale e consimili. L’idealismo – almeno l’“idealismo intelligente”, secondo l’espressione di Lenin – non è quindi un’assurdità da manicomio, ma molto più sobriamente costituisce l’esagerazione di un lato reale, importantissimo ancorché non esclusivo, del processo di conoscenza, l’assolutizzazione dell’attività logico-sociale dell’uomo.

Con ogni probabilità, Preve ha perso di vista questo messaggio più profondo dello scritto giovanile di Marx e il suo legame con le opere della maturità proprio nella foga della polemica contro siffatte banalizzazioni manicomiali dell’idealismo, proprie da chi si contenta delle esposizioni divulgative dei manuali e non ha minimamente riflettuto sul problema dell’ideale elaborato in dettaglio da autori come Eval’d Il’enkov e l’ultimo Lukács. La sua tesi su Marx come filosofo idealista nasce soltanto da questa circostanza, a modesto parere di chi scrive, sebbene il nostro abbia poi cercato di avvalorarla con i noti argomenti sulla valenza metaforica del materialismo in Marx. Un discorso analogo va svolto a proposito della lettura previana, sostanzialmente incomprensiva, di Materialismo ed empiriocriticismo: Lenin non stava (solo) rammentando a Bogdanov e compagni che l’uomo pensa col cervello, ma anche e soprattutto respingeva l’idea che l’esperienza socialmente organizzata esaurisse gli orizzonti della prassi umana.

Superato questo scoglio iniziale, vera pietra dello scandalo per la residua comunità dei marxisti, diviene possibile accingersi più serenamente allo studio dell’opera di Costanzo Preve che, al di là delle etichette autoreferenziali cui egli stesso attribuiva ben scarsa rilevanza, rappresenta una miniera ricchissima di spunti geniali sia nell’interpretazione della filosofia del passato che nell’analisi dei problemi del nostro tempo.

Che cos’è infatti la deduzione sociale delle categorie filosofiche di cui sopra, se non un materialismo storico articolato e complesso dove, forzando un po’ la terminologia maoista, l’idea assolve il ruolo principale e la materia detiene la posizione fondamentale? La proposta del comunitarismo quale rimedio ai danni dell’antropologia rousseauiana che ha traviato la sinistra occidentale specie dal ’68 a questa parte ricorda dappresso il movimento teorico eseguito da Kim Jong Il che, pur saldamente ancorato al terreno del materialismo dialettico, imboccò una via altrettanto “eretica”, compiendo un decisivo passo in avanti rispetto a Marx e Lenin, aprendo una nuova pagina nella storia della logica che ancora dev’essere scritta, o meglio tradotta nel linguaggio della filosofia occidentale. Sarò io il traduttore? Chissà.

(di Francesco Alarico della Scala)