L’ipocrisia degli “umanitari” esportatori di democrazia

Tawergha è una cittadina che a molti non dirà nulla. Tuttavia rappresenta, al netto della propaganda occidentale, la prova provata della natura qaedista dei cosiddetti “insorti di Bengasi”, idoli di Medici Senza Frontiere. Nell’agosto del 2011, lì vi sterminarono gratuitamente 30.000 cittadini dopo averla depredata. “L’isola verde della Libia” – come viene definita in lingua berbera – si intrise di rosso sangue. La loro colpa? Essere libici neri, di origine subsahariana, ossia gli ultimi nella scala sociale che per migliorare la propria vita avevano scelto di indossare la divisa della Gran Jamāhīriyya Libica Popolare Socialista e servire orgogliosamente Mu’ammar Gheddafi. Di questa barbarie Gad Lerner, dal suo loft di Portofino, non si è mai scandalizzato.

E nemmeno coloro di rosso vestiti ieri. Il fine di mantenere inalterato il dominio e la supremazia messianica statunitense sulle altre Nazioni ha valso certamente “danni collaterali” di questo tipo. “L’instaurazione di un regime islamico qaedista? L’esodo di profughi a centinaia di migliaia? Tutte balle”, liquidarono così il contraddittorio su un editoriale de L’Espresso. Infatti, pochi giorni dopo, non si lasciarono sfuggire l’occasione di ripetere il copione contro Bashar al-Assad. Mentre i Fratelli Musulmani, a Latakia, sparavano contro cittadini inermi, uccidendo 10 persone, si udivano critiche a Damasco in compagnia di Haisam Sakhanh su La 7.

Siro-milanese, assieme ad alcuni miliziani di Jabhat al-Nusra prese parte all’esecuzione di sette soldati dell’esercito siriano. Un colpo alla testa, secco, che fa tornare i tempi bui che Aleppo Est ha dovuto subire in quattro anni e mezzo.

A questi campioni “umanitari” dei morti frega meno di zero. Sfoggiano ora la solidarietà a furor di telecamera unicamente per pulirsi la coscienza. In fondo gli schizzi del sangue del quale sono inzuppate le loro mani sulla maglietta rossa non si vedono.

(di Davide Pellegrino)