Dai gessetti colorati alle magliette rosse: il vademecum del buon semicolto

Che il dibattito politico sia scaduto tra banalità e tifo è un dato oggettivo sotto gli occhi di tutti. La discussione, il confronto, l’approfondimento, sono stati sostituiti dagli allarmi isterici lanciati da persone che rifiutano di analizzare la complessità dei fatti. Guardiamo la situazione italiana, qual è l’opposizione, politica e culturale, al recente governo? Richiami ad un antifascismo in assenza di fascismo, all’ignoranza degli elettori, al distinguo tra buoni e cattivi e, soprattutto, ci si giustifica con frasi fatte per giungere a facili semplificazioni. Su quest’ultima caratteristica, oggi, vogliamo soffermarci.

Quante volte, per bocca di personalità politiche o “intellettuali”, abbiamo sentito frasi fatte sia per avvallare atti imposti o condannare posizioni prese? Tante, troppe. Guardiamo nello specifico qual è il dizionario del semi-colto medio. Iniziamo con un classico, spesso utilizzato dai recenti governi per giustificare manovre impopolari o rivelatesi, a lungo termine, fallimentari: “ce lo chiede l’Europa”. Secondo una parte dell’opinione pubblica, i rapporti con l’Unione Europea si limitano ad eseguire ordini imposti dall’alto, far valere la propria sovranità nazionale è fantascienza, ma la cosa (tragi)comica è quando l’Europa viene messa in mezzo a sproposito e di esempi ce ne sono a bizzeffe, dalla gestione dei flussi migratori alle manovre economiche liberiste, in questo caso l’Unione, “lo spauracchio usato dai populisti”, viene usata come difesa proprio da chi i populisti dice di volerli combattere. “Non possiamo fare i rimpatri, ce lo chiede l’Europa!”

Peccato che i rimpatri, con determinati stati, siano di competenza nazionale e che l’UE non possa in alcun modo intralciare accordi rigidi e preesistenti. Rimanendo sul tema caldo dell’immigrazione, ogni volta che qualcuno propone soluzioni al fenomeno, salta dal nulla il grillo parlante che ci ricorda che “anche noi siamo stati migranti”. Questo che segue è un concetto talmente banale che non andrebbe neanche spiegato ma, di questi tempi, non si sa mai: chi si oppone all’immigrazione clandestina, non va contro l’immigrato come individuo o persona. Sembra davvero stupido ribadire quest’affermazione ma per i geni dell’”anche noi siamo stati migranti” sembra essere un pensiero troppo difficile da capire, altrettanto inutile è affermare che l’emigrazione italiana del fine ottocento e l’attuale esodo sono diversi e non paragonabili.

Dispiace per i sedicenti filantropi che urlano al razzismo diffuso ma di razzista non c’è assolutamente niente, le cooperative e le ONG che lucrano su una manodopera a basso costo relegando lo straniero allo status di schiavo, lavoro non retribuito e in condizioni umane misere, sono criminali senza nessuna scusante. Alla luce dei fatti, chi assume certe posizioni non fa che fregarsene dei diritti umani che afferma di voler difendere, vuoi per ignoranza o in assoluta malafede. Un altro magico slogan che nasce da questo ambiente è “restiamo umani”, in risposta alle ultime iniziative del nuovo ministro degli interni Matteo Salvini.

A sentirli parlare, sembra che il leader leghista abbia iniziato a sparare sui barconi, far annegare volontariamente donne e bambini, edificare prigioni e altre orrende barbarie, dunque che fare se non “restare umani”? La spettacolarizzazione dell’opposizione politica è la nuova arma degli “intellettuali umanitari”, nomi validi e competenti che vanno da Chef Rubio a Rolling Stone, ma che forse ignorano come le recenti iniziative di Salvini sono, in parte, un semplice prosieguo del lavoro dell’ex ministro degli interni Marco Minniti che con il suo decreto sull’immigrazione ha iniziato a indurire i modi verso il traffico di essere umani (metodi opinabili o meno, non li commenteremo qui).

Marco Minniti, però, se timidamente criticato (forse da qualche frangia dell’estrema sinistra) non ha mai assistito ad una sollevazione popolare o manifesti contro la sua persona, perché? Forse il suo partito ha sfamato per così tanto tempo i nostri radical chic che qualsiasi posizione minimamente coerente sarebbe costata troppo. In conclusione, il frasario dei nostri accesi pasionari si arricchisce di giorno in giorno, l’ultima sparata è l’”emorragia di umanità”, così come diminuisce la loro rilevanza, e quando il distacco tra loro ed il popolo sarà evidente (specialmente a chi si rifiuta di accettarlo) non ci saranno slogan capaci di garantirne la sopravvivenza.

(di Antonio Pellegrino)