Iran Deal, l’obiettivo di Trump è il regime change

Come tutti si aspettavano, Donald Trump si è piegato al suo stesso ego, alla sua irritante invidia verso Barack Obama, ai suoi maggiori finanziatori, ai suoi nuovi falchi consiglieri, e soprattutto alla sua ignoranza, ritirandosi dal JCPOA, l’accordo internazionale che impediva all’Iran di acquisire armi nucleari. Assieme alla sua sciocca decisione di abbandonare il Trans-Pacific Partnership, questa sarà la scelta che avrà maggiori conseguenze sul piano della politica estera.

E’ importante capire che cosa sta succedendo. La decisione di Trump non è basata sul desiderio di impedire all’Iran di ottenere una bomba nucleare; se così fosse stato, avrebbe avuto più senso rimanere all’interno dell’accordo, ed eventualmente rinegoziarlo al fine di renderlo permanente. Dopotutto, sia l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (che controlla gli impianti iraniani) sia l’intelligence statunitense sono d’accordo nel dire che l’Iran ha rispettato il JCPOA da quando lo ha firmato. Sono stati gli USA, come fa notare Peter Neinart, a non avere rispettato i propri doveri.

Tantomeno, la decisione di Trump è stata motivata dall’idea di contrastare le attività dell’Iran nella regione, come il suo supporto per Bashar al-Assad in Siria per Hezbollah nel Libano. Se quello fosse stato il suo obiettivo, sarebbe stato più logico rimanere nell’accordo e spingere le altre nazioni a fare pressione sull’Iran. Ora che Trump ha dimostrato che gli Stati Uniti sono inaffidabili, non solo sarà per lui impossibile riformare una coalizione internazionale come quella che ha prodotto il JCPOA, ma l’Iran sarà ancora più riluttante a trattare con gli Stati Uniti.

Quindi, che cosa sta succedendo? E’ semplice: l’abbandono del JCPOA si basa sul desiderio di “tenere l’Iran in punizione”, e impedirgli di stabilire relazioni normali con il resto del mondo. Questo obiettivo unisce Israele, l’ala più dura della lobby israeliana (ad esempio American Israel Public Affairs Committee, Foundation for Defense of Democracies, United Against Nuclear Iran) e i falchi come il Consigliere alla Sicurezza Nazionale John Bolton, il Segretario di Stato Mike Pompeo, e molti altri.

La loro più grande paura è che gli Stati Uniti e i suoi alleati nel Medio Oriente siano costretti a riconoscere l’Iran come una legittima potenza regionale, e dunque a garantirgli un certo grado di influenza nella regione. Non “dominazione” regionale, attenzione; una cosa che l’Iran probabilmente non cerca, e che è comunque ad anni luce dall’ottenere; ma piuttosto la presa di coscienza del fatto che l’Iran possa avere interessi nella regione, e che le sue preferenze dovranno di lì in poi essere prese in considerazione, quando si dovranno risolvere dilemmi importanti in Medio Oriente. Questa è la nemesi, per i falchi americani, il cui obiettivo è quello di assicurarsi che l’Iran rimanga una realtà isolata per sempre.

Alla base di questo comportamento c’è la minaccia del regime change, che i falchi USA e altre forze anti-regime cercano di ottenere da decenni. Questo è l’obiettivo finale dei gruppi come Mujajedeen-e-Khalq (MEK), un gruppo iraniano in esilio che una volta era nella lista americana delle organizzazioni terroristiche. Il MEK è disprezzato all’interno dell’Iran, ma è difeso dai politici americani, sia democratici che repubblicani (incluso Bolton), e chiunque questo gruppo sia riusciti a corrompere. Chi ha detto che non si può comprare -o almeno affittare- un politico americano?

I falchi vedono due possibili strade da percorrere per ottenere il regime change in Iran. Il primo approccio è quello di fare pressione economica su Teheran, nella speranza che il malcontento popolare cresca e che il regime clericale crolli. La seconda opzione è quella di spingere l’Iran a fare ripartire il proprio programma nucleare, il che darebbe a Washington la scusa per lanciare una guerra preventiva.

Osserviamo meglio queste due opzioni.

Per quanto riguarda la prima, credere che fissare delle sanzioni ancora più stringenti porterà il regime al collasso è davvero molto ottimistico. L’embargo americano verso Cuba dura da 50 anni, e il regime di Castro è ancora il piedi (anche se Fidel ora è morto, e suo fratello Raúl ha fatto un passo indietro in favore del suo successore). Oltre sessant’anni di sanzioni non hanno portato al collasso il regime nordcoreano, e non gli hanno impedito di sviluppare arsenali nucleari. Ci hanno ripetuto per anni che l’Iran era sull’orlo del collasso, ma non è mai successo. Le sanzioni non hanno rovesciato né Saddam Hussein in Iraq, né Muhammar Gheddafi in Libia.

I falchi si sono eccitati, mesi fa, quando le dimostrazioni anti-governative hanno infiammato le strade di molte città iraniane, ma, seguendo la stessa logica, le proteste contro Trump avvenute in molte città americane avrebbero dovuto essere interpretate come un imminente cambio di regime. Non era così, in nessuno dei due casi. La pressione economica, a volte, può portare gli avversari a negoziare ed eventualmente cambiare le proprie politiche, e possono indebolire l’economia del nemico in tempo di guerra, ma lasciare il JCPOA non porterà l’Iran in ginocchio.

E se mi sbagliassi, e il regime clericale collassasse? Come abbiamo visto in altre occasioni, non c’è nessuna garanzia che, al suo posto, si instauri un regime stabile, ben funzionante e filoamericano. Il regime change americano in Iraq ha portato a una guerra civile sanguinolenta, e alla nascita dell’ISIS. Idem con il regime change in Libia. Gli USA sono intervenuti più volte in Somalia, Yemen, Afghanistan e Siria, e tutto ciò che hanno ottenuto è stata instabilità politica e la creazione di un terreno fertile per i terroristi.

E non dimentichiamoci che il primo regime change avvenuto in Iran per mano degli USA -la caduta del premier eletto democraticamente Mohammad Mossadeq e la restaurazione dello Shah Reza Pahlavi nel 1953- ha originato l’antiamericanismo con il quale gli Stati Uniti devono oggi fare i conti, fin dalla rivoluzione del 1979. Non dimentichiamoci neppure che molti importanti oppositori del regime -inclusi i leader del cosiddetto Movimento Verde- sono favorevoli al programma nucleare, e non hanno alcuna intenzione di diventare i lacché di Washington, anche se dovessero mai salire al potere.

Arrivando alla seconda opzione, cioè la guerra, la speranza dei falchi è che, se capitasse un’occasione per scatenare un conflitto, la combinazione di “shock and awe” avrà sia l’effetto di eliminare le infrastrutture nucleari iraniane, sia quello di ispirare le persone a combattere il regime e i suoi leader, i quali li hanno condotti in una situazione dispiacevole. Questo scenario è ridicolo: se l’America butterà bombe sugli iraniani, potete stare certi che la loro prima reazione non sarà quella di gratitudine. Una campagna bellica americana / israeliana non farà altro che incendiare il nazionalismo iraniano e stringere la popolazione attorno al suo governo.

Oltretutto, un attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele non impedirebbe all’Iran di ottenere la bomba nucleare; al massimo ritarderebbe i progetti di un anno, o due. Tutti, in Iran, si convincerebbero del fatto che l’unico modo per rimanere al sicuro sia quello di ottenere un deterrente, come la Corea del Nord, e state pur certi che l’Iran raddoppierebbe i suoi sforzi in siti nascosti e ben protetti. E una volta che gli USA obbligassero gli iraniani a sviluppare l’atomica, probabilmente altri stati della regione farebbero altrettanto. Se siete convinti che il mondo sarebbe un posto migliore, con diversi stati mediorientali armati di bombe nucleari, allora scegliete questa opzione.

E non cadete in equivoco: se si scatenerà una guerra, e il risultato saranno solo altri morti e altri soldi sprecati, e forse anche la nascita di un nuovo conflitto regionale, la colpa ricadrà tutta soltanto sull’uomo che attualmente occupa l’Ufficio Ovale.

In poche parole, si può dire che l’ultima mossa compiuta da Trump dimostri che lui non ha intenzione di offrire ai cittadini americani la politica estera che aveva promesso nel 2016, né di correggere i (moltissimi) errori dei suoi predecessori. Trump ci sta, invece, riportando alla politica estera naif, cieca, semplicistica e ultramilitarizzata del primo mandato di George W. Bush. La nomina di Bolton come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Pompeo come Segretario di Stato, l’ex torturatrice Gina Haspel alla CIA – stiamo tornando al Cheneyismo. Ricordate come ha funzionato bene?

Otto von Bismarck una volta disse che è buona cosa imparare dai propri errori, ma ancora meglio da quelli degli altri. Quest’ultimo episodio dimostra che gli Stati Uniti non imparano mai. E ci suggerisce che la frase di Winston Churchill, secondo il quale gli Stati Uniti facevano sempre la cosa giusta, va corretta. Sotto Trump, gli Stati Uniti faranno sempre la cosa sbagliata, ma solo dopo avere considerato -e respinto- tutte le alternative migliori.

(da Foreign Policy – traduzione di Federico Bezzi)