Paolo Mieli, come l’allievo di De Felice è diventato un Saviano qualsiasi

“Ho forti, fortissimi dubbi sull’autenticità dei filmati  e sull’utilizzo di bombe chimiche. Ma so che Assad di queste incursioni chimiche ne ha fatte parecchie, ne hanno fatte anche altri soggetti. Penso che una volta bisognava essere conseguenti e penso che il presidente Trump abbia fatto bene ad attaccare”.

Se si dovesse indovinare l’autore di questo pensiero, la maggior parte di noi penserebbe a un Fabio Volo, o al massimo una Luciana Litizzetto. Se proprio dovessimo curarci di prenderla con ironia, forse qualche giovane ed emergente cabarettista. E invece no.

Queste parole sono uscite dalla bocca nientemeno che di Paolo Mieli, ovvero uno degli studiosi e giornalisti più noti nel panorama italiano. Potremmo aggiungere un tempo anche “rinomati”, ma quell’epoca, ormai, è passata da un pezzo.

A questo punto una breve precisazione. Non è facile per me scrivere questo articolo, e per un motivo molto semplice: nonostante le differenze ideologiche, sono sempre stato un grande estimatore di  Mieli.

Lo sono sempre stato perché, al netto di un’origine politica tutt’altro che vicina ai miei ideali (stiamo parlando della sinistra sessantottina e di Potere Operaio, per intenderci, una versione estrema perversa di un estremismo già di per sé in via di decomposizione), il suo percorso professionale è stata a lungo la prova che, con lo studio, si superano anche barriere insormontabili, e una di queste è la faziosità.

Lo sono sempre stato perché nonostante il suo antifascismo genetico, la sua capacità di parlare del ventennio come di tanti altri argomenti in maniera seria ha indubbiamente sconvolto il panorama televisivo.

Mieli, come è noto, si laurea in storia moderna e contemporanea con Renzo De Felice e Rosario Romero, non proprio i primi due nomi che passa il convento, e dai loro insegnamenti sviluppa il metodo scientifico nell’analisi storica.

Sebbene la sua carriera non si concentrerà troppo sulle cattedre ma ben più sulle scrivanie redazionali (L’Espresso, La Stampa, Corriere della Sera), è indubbio che l’esperienza della laurea abbia profondamente mutato il suo approccio giovanile facinoroso e sostanzialmente anti-analitico.

Esiste una sostanziale differenza tra le prime opere di Mieli (Storia e Politica: Risorgimento, Fascismo e Comunismo 2001) e quelle degli ultimi anni (da I conti con la Storia del 2013 fino al recente L’arma della memoria: contro la reinvenzione del passato, 2015). Pur utilizzando sempre il metodo delle fonti, negli ultimi anni egli si lascia andare a considerazioni sempre meno analitiche e sempre più ideologiche.

Un passaggio al quale abbiamo assistito anche nei suoi interventi televisivi: fino al 2012 quello che poteva essere chiamato il “professor” Paolo Mieli riusciva a riflettere con lucidità sul fascismo e sulla Marcia su Roma senza lasciarsi andare a considerazioni demonizzatrici di principio (Porta a Porta, in quell’anno, dedicò una puntata all’evento e lo ospitò: la sua analisi, per livello qualitativo, dimostrava una capacità di storicizzare che in televisione non possiede quasi nessuno).

Negli ultimi 3 o 4 anni l’ormai ex-professore si accoda alle ultime teorie “a caccia di esempi di corruzione” degli anni del regime, tutte concentrate in un esempio solo, per di più durante la guerra e per di più nemmeno coinvolgente lo stesso Mussolini, in occasione della sua presenza al programma di Tommaso Cerno D-Day, i giorni decisivi (2015).

Si lascia andare alle solite teorie pauperistiche e demonizzatrici sulla Prima Guerra Mondiale nuovamente durante la trasmissione Porta a Porta, e in generale la qualità dei suoi interventi cala in modo sensibile.

La frase che abbiamo riportato sopra, in sé, da sola, significa poco o nulla. La si potrebbe considerare quasi una barzelletta. Fa molto più male osservare il tono generale dell’intervista a Che tempo che fa, in cui l’ex-professore non disdegna l’analisi della realtà ma sostanzialmente la “vende” al dominio filoatlantico: “Avete ragione ma avete torto”, sembra essere la contorta conclusione. Gli insulti che molti sui social gli hanno proferito spiegano bene quanto, probabilmente, si sia ormai toccato il fondo.

Ma credo che pochi, però, abbiano realmente inteso il dramma professionale in cui si trova Mieli, accademico che da un punto di vista tecnico ho addirittura sempre considerato un maestro. Sistemico fino all’osso, dipendente dai suoi cardini principali, eppure un tempo raffinato studioso, capacissimo di guardare alla realtà e non alle fesserie.

La sua frase è frutto dell’impossibilità di conciliare il suo percorso di studi con un regime propagandistico ormai totalmente fuori controllo, ma allo stesso tempo della necessità di continuare ad avere la proverbiale pagnotta.

Così muore quell’approccio scientifico che era stato fortuna e croce del suo maestro. Seguendo i ragli dei media mainstream, perché quello impone il sistema, continuare ad accusare Assad senza prove, partorendo teorie ai limiti del ridicolo (non si capisce che vantaggio trarrebbe il presidente siriano da avvelenare con il gas il suo stesso popolo a guerra civile praticamente vinta) peraltro ormai smentite dagli stessi accusatori, addirittura riconoscere tutte le controversie ma poi “ritenere giusto l’attacco” beh, non ha bisogno di ulteriori commenti. Si spiega da sé.

Dispiace, perché le sue analisi offrivano una profondità che nei media televisivi sono sempre stati un miraggio. Sulla storia come sull’attualità.

Oggi, ma per essere più onesti già da qualche anno, diciamo addio a un grande accademico. Un ex grande accademico che ha deciso in coscienza di smettere di esserlo. Probabilmente per sopravvivere ancora, o forse semplicemente per cupidigia: non lo sapremo mai.

Quel che è certo è che la sua attuale condizione vale quanto un Saviano o un Friedman qualsiasi: quella di un pappagallo del sistema occidentale senza ormai un briciolo della lucidità analitica che l’aveva reso grande.

E questo, in tutta onestà, dispiace tantissimo.

(di Stelio Fergola)