Meister Eckhart, eretico e mistico

Se qualcuno vuol voltare le spalle al mondo attuale, come da suggerimento daviliano, legga le opere di Meister Eckhart. Egli già dispose le sue forze contro il proprio tempo, ma non per capriccio o per il vano piacere di remare controcorrente, piuttosto perché – come scriveva uno dei suoi discepoli – Eckhart parlava dal punto di vista dell’eterno, pur venendo inteso dal punto di vista del tempo.

E, si sa, chi si colloca su una vetta esageratamente elevata non avrà mai buoni uditori. Proprio per questo nel 1326 l’inquisizione aprì il processo contro di lui a Colonia (una città che all’epoca doveva disporre di un paesaggio gremito di case abbastanza basse e chiese con annesse torri svettanti), condannando ventisei sue proposizioni poiché la mistica, che nell’ambiente tedesco aveva coinvolto pure molte donne, destava ampiamente sospetti.

Libertà interiore, concentrazione, contemplazione ed estasi sono un veleno per i poteri di ogni epoca e latitudine: il loro mancato insediamento nell’uomo odierno suggerisce un fatto sconfortante, ovvero che non esistono più i mistici. E allora domiciliare tra le pagine di Eckhart è un’esperienza ancor più valida e purificatoria.

Tuttavia, come vedremo di seguito, l’insegnamento predicato dal maestro domenicano invita all’unità con ciò che sovrasta ogni potere, conoscenza o contemplazione determinati, e lo fa a partire dalla netta distinzione tra le due nature di cui l’uomo dispone: quella dell’uomo esteriore e quella dell’uomo interiore.

Il primo, spiega Eckhart, è una creatura terrestre di vili ambizioni, asservita alla carne da cui è avvolta, legata alla realtà caduca attraverso tutte le membra che ad essa la connettono: dagli occhi, alle orecchie, dalla lingua, alle mani. Il secondo – l’uomo interiore – è giovane (in senso spirituale) e nobile: «l’uomo nobile» – scrive il Maestro – «prende e attinge tutto il suo essere, la sua vita e la sua beatitudine unicamente da Dio, vicino a Dio e in Dio, non dalla conoscenza, dalla contemplazione e dall’amore di Dio o altre cose simili».

Il percorso dell’uomo interiore mira all’unione con Dio in un «unico uno», che segue dal dissolvimento dell’Io psicologico. Cogliere la grandezza dell’Assoluto non significa cessare d’essere parte della realtà, bensì fondersi con l’Essere vero e proprio, diventando identici all’atto generativo che da esso scaturisce. Soltanto nel distacco (abegescheidenheit) da sé stessi, dalle proprie volontà e dalla vanità del particolare è possibile divenire uno nell’Uno, spirito nello spirito, approdando all’universalità del divino.

Per Eckhart «il vero distacco in null’altro consiste se non nel fatto che lo spirito permane insensibile a tutte le vicissitudini della gioia e della sofferenza, dell’onore, del danno e del disprezzo, quanto una montagna di piombo è insensibile a un vento leggero. Questo distacco immutabile conduce l’uomo alla più grande uguaglianza con Dio». Potrebbe sembrare pressappoco uno di quegli estratti acerbi del “Manuale” di Epitteto, se non fosse che, il Neoplatonismo eckhartiano, ci conduce in prossimità di ben altri filosofi a lui affini, tra cui Plotino o Nicola Cusano, uno degli ultimi a leggere e commentare i testi del maestro prima che cadessero nell’oblio fino al termine dell’Ottocento.

Sono sconvolgenti le parole contenute nel Sermone Beati pauperes spiritus, laddove la rinuncia ascetica converge con un radicale abbandono di qualsivoglia tipo di volontà, perfino affrancandosi dalla volontà che si compia il volere stesso di Dio. In altre parole, perché Dio possa operare in noi, non solo dobbiamo liberarci dal volere gratificazioni, ricompense, consolazioni ed ogni altro genere di opera, ma anche vuotarci completamente da Dio. Liberarsi da Dio per Dio! Svuotare l’anima a tal punto che Dio possa operarvi secondo la sua volontà.

La teologia negativa di Eckhart insegna che non si possono aggiungere attributi o “perché” a Dio senza rendersi blasfemi e dar vita ad immagini inadeguate. Non gli si può attribuire «né questo né quello», in quanto Egli sfugge alle identificazioni ed è «al di sopra dell’essere e di ogni lode»: non lo si può conoscere o concepire e, per la verità, sarebbe assurdo anche parlarne. Per ciò stesso, il maestro domenicano è costretto a chiamare Dio «nulla» (nihil), affinché si dia ragione della sua differenza assoluta che è poi la realtà suprema, la realtà superessenziale. L’Abgrund, il fondamento dell’Uno che è Dio, è un abisso assolutamente libero, dotato della cosiddetta «libertà originaria» (eigen vriheit); Dio, infatti, non è causato da nessuno – precisa Eckhart – ma è sempre la causa prima che precede ogni ente oltreché l’essere stesso.

Se nel “Commento a San Giovanni”, il maestro domenicano afferma che Mosé, Gesù e Aristotele hanno detto la stessa verità, è interessante notare come i rami della Verità si estendano anche fuori dall’ambiente greco-cristiano, tra le parole di un altro teologo e poeta mistico, questa volta islamico, Gialal al-Din Rumi, il quale, pur vivendo circa un secolo prima di Eckhart, si trova ad una indiretta convergenza di vedute, laddove si arma contro la prevenzione dal pericolo di essere esuli della prima patria, nonché la patria di Dio; «Dio è in noi in casa propria, ma noi siamo in un paese straniero», scrive il mistico cristiano.

E in un dialogo immaginario, il mistico islamico risponderebbe: «Ciascuno se ne torna alla prima dimora». Segno che le strade verso Dio sono cammini di ritorno alla propria autentica residenza.

(di Enrico Ildebrando Nadai)