Un italiano: Guglielmo Marconi e la sua radio

Oggi nel nostro Paese – ma anche nel mondo in generale – è sufficiente sintonizzarsi con una rete televisiva di news no stop per avere un quadro completo di tutti i principali avvenimenti giornalieri. Ma ci siamo mai chiesti come si è arrivati a questo? E soprattutto, grazie a chi? Fare una cronologia delle evoluzioni dei mass media è alquanto articolato, tuttavia è possibile collocare l’avvento di un sistema di comunicazione universale con la figura di un italiano, un uomo che oggi, nei banchi di scuola e delle università, ricordano bene in pochi se non per il suo nome riecheggiato nelle piazze e nei viali: Guglielmo Marconi.

La storia inizia con un paradosso: è sufficiente pensare che agli inizi del ‘900 e fino agli anni venti l’Italia era, quanto allo sviluppo di una rete radiofonica nazionale, sensibilmente indietro rispetto agli altri Paesi, malgrado la radio fosse, appunto, il prodotto dell’inventore italiano Marconi. Fin dal 1902, Marconi aveva tuttavia concesso gratuitamente per vent’anni l’uso dei suoi brevetti alla Regia Marina ed al Regio Esercito. Marconi aveva creato in Inghilterra una società: la Marconi Wireless Telegraph Co. con capitale inglese. L’idea era però complessa: Guglielmo Marconi sosteneva un’indipendenza dell’organizzazione radiotelegrafica italiana dal capitale estero, ma questo concetto trovò molti dissensi tra i ministri competenti che, sia prima che dopo la guerra, favorivano le compagnie franco-tedesche. Il concetto che stava alla base delle idee di Marconi era quello di costituire una società italiana, rappresentata da un ente nazionale, in grado di incoraggiare e difendere gli interessi italiani nei servizi radiotelegrafici, estromettendo i Paesi stranieri.

In un Italia scossa dalla conseguenze economiche e politiche della Grande Guerra, era davvero difficile la diffusione di un mezzo, di un’idea che avrebbe cambiato per sempre le sorti della società. Lo stesso Mussolini fu inizialmente scettico, inconscio che a pochi anni di distanza la radio sarebbe divenuta la voce del suo regime in tutta la penisola. A fare da cornice alle difficoltà di istituire uno strumento radiofonico nazionale, c’erano, anche allora, diverse società estere che avevano interesse sul territorio nazionale. In pieno regime fascista, nell’estate del 1923, venne stipulato un accordo con le società tedesche e francesi per l’avvento dell’Italo radio. Tale decisione pervenne a seguito di un rapporto stilato l’anno precedente da una commissione reale in base al quale non fu ritenuto opportuno affidare un servizio importante come quello radiofonico ad una sola società. Nonostante la notizia portava venti nefasti sul progetto di Marconi, egli non di diede per vinto fondando la Radiofono. La svolta si ebbe con il decreto legge del 24 aprile 1924 dove le amministrazioni delle Ferrovie, delle Poste e Telegrafi, dei Telefoni e della Marina Mercantile vennero unificati in unico Ministero delle Comunicazioni il cui portafoglio fu dato a Costanzo Ciano, precedentemente commissario alla Marina. Un affidamento, quello dato a Ciano, che fece comodo a Marconi.

Bisogna ricordare che Marconi era un ufficiale di marina e al tempo della Marcia su Roma, nonché durante il commissariamento di Ciano alla marina, aveva stipulato un’intesa con lo stesso neo-ministro. Il successivo consenso del ministro Ciano nei confronti dei ben speranti esperimenti marittimi della Radiofono fu tradotto in un preziosissimo tornaconto nel progetto di creazione del primo servizio radiofonico italiano. Seguì in brevissimo tempo un accordo fra le società che diede vita a Roma il 24 agosto 1924 all’URI Unione Radiofonica Italiana con il gruppo Marconi primo azionista. Fu l’inizio di un percorso, di un’ Italia che “ascoltava”, degli Italiani che contraevano abbonamenti annuali a un nuovo mezzo, di un’Italia di ieri tanto diversa da quella di oggi. In conclusione, possiamo affermare che l’intero sistema di comunicazione televisiva e telefonica di oggi non sarebbe mai esistito se uomini come il nostro Marconi non si fossero mai battuti per le proprie idee.

(di Rosario Lanzafame)