Andrea Emo, pensatore solitario

Di fronte ai “Quaderni” di Andrea Emo si ha l’impressione che egli abbia saputo fornire risposte a domande essenziali, asserendo tutto quello che era possibile sui temi da lui affrontati, lasciando però posto a quella cavità che in ogni conoscenza indica un varco verso l’ignoto.

E quell’ignoto diventa tanto più misterioso quanto più fa i conti con una conoscenza, quella filosofica, che vorrebbe afferrare il significato ultimo di ogni parola, ma si trova nell’impossibilità di realizzare questo suo intento. Emo sapeva bene quanto la battaglia per ghermire la Verità conducesse ad un assurdo, ad un senso di senilità per chi credesse d’averla colta, e come ogni pensiero dovesse fare i conti con la propria contingenza, destinato a depositarsi nel foglio prima di dover essere ripensato daccapo.

La conoscenza, dovesse attuarsi abolendo ogni mistero, distruggerebbe il suo oggetto, e la scrittura, attività solo esiguamente mediata dal pensiero, non fa che vestire a festa le momentanee certezze speculative che debbono poi continuamente venir ridefinite. Il pensare sta nell’atteggiamento di chi si ponga su di un piano inclinato alla ricerca di un equilibrio che viene ripetutamente compromesso: si tratta di una radicale rinuncia all’azione, poiché «pensare è più difficile che agire».

La filosofia, allora, nello suo annunziarsi in qualità di attività risolutrice dei dubbi riguardanti il mondo, l’uomo, Dio, eccetera, diventa in realtà una enorme creazione artistica che non riesce a sfociare oltre la spiegazione di sé stessa. Non c’è cosa importante da conoscere che possa darsi decisivamente come conosciuta. Scrive Emo:

La via filosofica è la via che conduce alla spaventosa sensazione dell’assoluto fallimento; della incapacità di pervenire ad alcunché: di sapere o fondare alcunché. – alla sensazione che sotto lo sforzo del pensiero nulla resista o sussista tutto si vanifichi nell’infinito nulla, e la vita si risolva in una vacuità senza redenzione possibile.”

Così come la filosofia raggiunge un punto elevato nella dimostrazione dell’impossibilità di render ragione di ogni cosa, in altre parole, nello sforzo di un indispensabile fallimento, anche la scienza – per l’Autore – ha raggiunto un progresso notevole nel confessare la sua ignoranza, trascurando l’insistenza nel voler conoscere un mondo che muta sempre significato ed essenza.

Se dunque il pensiero emiano può dirsi sistematico, come insiste Massimo Cacciari, si tratta di un sistema aperto all’infinita vastità del pensabile. Il ritornare ossessivamente sugli stessi problemi da parte di Emo è il tracciarne di volta in volta la loro insolvibilità. Poiché la Verità è viva, non può sottrarsi alle leggi del mutamento, che escludono essa si renda possibile prima che un atto del pensiero prenda coscienza della sua impossibilità; e il filosofo, nella sua ricerca, «è il conservatore, talvolta il creatore del mistero, mai il suo distruttore».

“L’ufficio della filosofia sembra essere quello di tenere in vita il punto interrogativo sempre minacciato da una risposta. – è solo in apparenza che la filosofia cerca una risposta definitiva; la risposta definitiva e obiettiva è il suo grande pericolo.- è contro di essa che la filosofia conduce la sua drammatica lotta; per la salvezza e la immortalità della interrogazione, del mistero, dell’impossibile: – Se vi fosse una risposta per le interrogazioni del pensiero, che sembrano esigerla, il pensiero ne morirebbe.”

Il ritratto realizzato da Alberto Arbasino (in “Ritratti italiani”) è quello di un Emo appartato, nobile, distaccato, taciturno e meditativo; il giusto rinvio dello stesso autore ad “Andrea o i Ricongiunti” di Hugo von Hofmannsthal, si accompagna a quello che, chi vi scrive, terrebbe ad associare al “Monsieur Teste” di Paul Valéry, dando forse vigore ad una visione di un Emo ‘personaggio’ quasi stereotipata, tuttavia imprescindibile dall’innegabile auto-condanna del filosofo alla felix culpa di un pensiero estremamente solitario, quasi ascetico. Lui stesso si sentiva vocato a quell’unica, vana, solipsistica attività – la sola che gli permettesse di tracciare una via alternativa alla propria incapacità di vivere – che era la scrittura.

Lo scrittore, in particolare se moderno, è impegnato nel rendere pubblica l’anima individuale, ossia ciò che di irriducibilmente privato ci contraddistingue; una tale violazione dell’intimità conduce il filosofo patavino a giudicare la privatizzazione di un libro migliore della sua pubblicazione. Con il laconico aforisma «scrivere è leggere se stessi» Emo sembra seguitare le riflessioni di Proust ne “Il tempo ritrovato”, dove la scrittura e la lettura concludono quasi con una reciproca identificazione: la scrittura è descritta come la traduzione di un libro interiore, e la lettura come una nuova traduzione in un altro libro interiore.

Scrivere avendo come fine quello di pubblicare equivale a tradire la ricerca della verità: la scrittura è un’attività che traduce in maniera impura e approssimativa, servendosi di un linguaggio comune, il misterium del linguaggio con cui pensiamo: «Essa è l’indicibile che mi detta il dicibile». Eppure un simile esercizio, che procede come una dettatura originatasi nella soggettività trascendentale, può trasformarsi in autentica prigionia. Andrea Emo fu, dunque, prigioniero della vanità del suo operare, tanto da annotare, non senza un grado di oscurità eracliteggiante, che l’insieme dei suoi scritti darà un po’ di luce soltanto una volta che questi saranno bruciati.

(di Enrico Ildebrando Nadai)