Ma il centrodestra vuole davvero sfidare Bruxelles?

La messa in discussione delle strutture comunitarie, dei vincoli che da esse si propagano e dei legacci con i quali attraverso un estenuante controllo queste hanno finora deciso gli equilibri di molti Stati dell’Unione ha trovato, in seguito ai risultati emersi dalla giornata del 4 Marzo, una decisiva collocazione anche in Italia.

Non che prima di allora nel Bel Paese mancasse una forte voce di dissenso nei confronti di Bruxelles, tanto politica quanto prettamente popolare, diciamo così, incarnata dall’uomo della strada, ma la propaganda europeista che ha tenuto banco negli ultimi anni in ogni anfratto mediatico disponibile sembrava non temere alcun pericolo di essere scalfita.

L’Italia, è bene ricordarlo, ricoprire un ruolo di assoluto prestigio all’interno dell’Unione Europea, ne è uno dei membri fondatori, ed in più, nonostante tutto, continua stabilmente ad attestarsi come una delle prime economie continentali.

La partecipazione dello Stivale ad una qualsivoglia configurazione politica di portata sovranazionale che dovesse mai prendere vita appare insomma come un dato quasi scontato, insito nel DNA di entrambe le parti. Gli esecutivi susseguitisi dopo il Berlusconi IV hanno però in una certa misura incrinato la predisposizione degli italiani nei confronti delle istituzioni europee, grazie anche alla famigerata lettera indirizzata nell’Agosto del 2011 al Governo italiano da parte della Banca Centrale.

Tutti e quattro sono stati infatti caratterizzati da un forte sapore tecnocratico, essendo entrati in carica proprio tramite l’investitura più o meno riconoscibile della Commissione Europea. L’eredità elargita al Paese da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni è facilmente individuabile, e certificarne la negativa incidenza dovrebbe essere un obbligo per ogni analista che si rispetti.

Aumento della disoccupazione, maggiore diffusione della povertà, impossibilità di sviluppare una politica autonoma per rispondere alla crisi dei migranti, mancato incremento del già miserevole tasso demografico, crescita della sensazione di insicurezza e della sfiducia nella classe politica da parte dei cittadini.

In conseguenza di ciò hanno avuto gioco fin troppo facile nel tentativo di accaparrarsi nuovi consensi tutti gli appartenenti alla categoria del cosiddetto euroscetticismo, in particolare, il Movimento 5 Stelle ed alcune componenti del centro-destra.

Proprio in relazione al rapporto tra le diverse forze presenti nella coalizione che è riuscita ad avvicinare quota 40% oltremodo significativo risulta l’incontro tenutosi lo scorso 28 Febbraio a Budapest tra Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, e Viktor Orbán, Primo Ministro della Repubblica ungherese, forse il più eminente rappresentante del gruppo di Visegrád e noto ai più per la sua intransigente condotta nei confronti delle ingerenze di Bruxelles in questioni da lui ritenute di esclusiva competenza nazionale.

Agli occhi della Meloni il merito dell’Alleanza che racchiude Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia starebbe nel fatto che quelle appena enumerate siano “[..] Le nazioni che in questo momento stanno, dal nostro punto di vista, maggiormente difendendo l’identità europea contro l’immigrazione incontrollata, contro la deriva della [..] speculazione finanziaria”. “[..] Crediamo che l’Italia debba guardare più verso Visegrád che verso [..] Bruxelles”, asserisce l’ex aennina dopo avere tessuto le lodi delle politiche familiari ungheresi.

Non mancheranno poi i richiami alle radici cristiane dell’Europa, al pericolo legato ad una possibile islamizzazione della stessa ed alla necessità di difesa dei confini che tutti i Paesi dell’Unione dovrebbero poter esercitare.

Pane per i denti del fronte sovranista, non c’è che dire. Da parte sua il Segretario Federale della Lega Matteo Salvini, l’uomo forte della coalizione, a ragion veduta definito nuovo capo del centro-destra, non ha esitato un attimo a fugare i dubbi di quanti ipotizzavano uno smussamento delle posizioni più spigolose del suo partito una volta acquisita la legittimità istituzionale per tenere le redini del nuovo Governo.

Mattarella non si è ancora espresso, ma Salvini non ha perso tempo. L’avere inserito nelle fila dei propri candidati i Professori Claudio Borghi Aquilini ed Alberto Bagnai, il primo eletto alla Camera ed il secondo al Senato, forse i più noti avversatori della moneta unica in Italia, è equivalso ad avere lanciato un messaggio difficilmente equivocabile.

Dopodiché, una volta attestatosi pubblicamente come l’esponente di punta della coalizione uscita vincente dalle elezioni, il titolare di via Bellerio fin dalle prime battute che hanno fatto seguito al voto ha dimostrato di non volere indietreggiare neanche di un centimetro. Il 13 Marzo, a Strasburgo, durante il suo ultimo intervento da Deputato al Parlamento europeo in compagnia di alcuni colleghi dell’EFN (Harald Vilimsky, Nicolas Bay, e Marcel de Graaff), ha dato vita ad un vero e proprio show, declinando per l’ennesima volta e con la solita affabilità tutte quelle argomentazioni che hanno rappresentato il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale: lotta alle politiche sull’immigrazione, ridiscussione dei trattati europei, minaccia di rigetto del 3%.

L’unico alfiere della bandiera a 12 stelle ancora presente nella formazione sembra insomma essere Silvio Berlusconi. Ironia della sorte, fu proprio il Cavaliere che nel fatidico 2011 diede vita a delle trattative per traghettare l’Italia fuori dall’eurozona, come rivelato da Lorenzo Bini Smaghi, all’epoca pezzo grosso della BCE, ed Hans Werner Sinn, influente economista tedesco.

Una mossa che molto probabilmente risultò decisiva per scatenare quel marasma di eventi che di fatto portarono alla defenestrazione del quattro volte Presidente del Consiglio. Forse per questo negli ultimi tempi il nostro ha avuto modo di riscoprirsi, per usare le sue stesse parole, “Il più europeista di tutti”.

Ora, alla luce di quanto emerso dalle urne ancora calde alle quali gli italiani sono stati chiamati solo una ventina di giorni fa, si profila una inevitabile ridiscussione della relazione tra Roma e Bruxelles, la quale, se avrà come risultato quello di allargare la distanza tra il Governo che verrà e la burocrazia dell’Unione, non potrà che far traballare la costruzione europea nella sua interezza.

Così come la Lega anche l’altro grande trionfatore delle politiche, il Movimento 5 Stelle, è come si sa ben noto per le posizioni non esattamente filo-comunitarie che lo contraddistinguono, e queste sono le due forze che rischiano di vedersi affidato dal Presidente della Repubblica il compito di modellare il nuovo Esecutivo.

Mentre però Salvini come abbiamo visto non sembra tradire alcun cedimento in merito, Di Maio e soci hanno mostrato troppe volte di non avere le idee sufficientemente chiare. Altro elemento da tenere in considerazione: l’arbitro della partita, Sergio Mattarella, potrebbe ritenere necessario far valere le proprie prerogative al fine di scongiurare il pericoloso avvento dell’”ondata populista”.

Una cosa è certa. Per quanto possa oggi valere, nel momento in cui sono stati chiamati ad esprimersi gli italiani hanno chiaramente palesato la generalizzata volontà di lasciarsi definitivamente alle spalle il dogma del “Ce lo chiede l’Europa”. Chi di dovere, a Roma come a Bruxelles, non potrà non tenerne conto, soprattutto alla luce delle nuove dinamiche innescatesi all’interno di quella che è divenuta la principale coalizione politica in Italia.

(di Giovanni Rita)