Emil Cioran, il cantore del caos

L’avventura nel pensiero consentitaci da un autore quale Emil Cioran, è data da una prestazione filosofica e di stile che non trova eguali. Sotto questo profilo, in continuità con altre personalità del secolo scorso, Cioran ha afferrato nella frammentarietà della propria scrittura il più alto coglimento di una realtà che versa nel disordine, nell’insensatezza, nella bestiale irrazionalità.

La struttura ossimorica del mondo converge con l’andamento ossimorico dello scrivere, poiché scrivere equivale allo scagliare pietre, ma con la grazia che caratterizza una movenza raffinata e singolare: «Si trascende la morte con la ricerca dell’indistruttibile attraverso il verbo, attraverso il simbolo stesso della caducità». Questo è il sommo dei paradossi!, la ricerca di una fissità in un mondo in cui nulla è destinato a permanere.
Cioran è la prova di una vita spesa a rinnovare la certezza della propria imperitura amarezza, di un malessere individuale che trascende ogni singolarità, convertendosi in malessere cosmogonico. Egli scrive di una realtà inguaribile dai propri mali, dove uomini e dèi sono potenti: gli uni nel fare, gli altri nel disfare. “L’inconveniente di essere nati” è la testimonianza tradotta in opera di una antiutopia agente, nel richiamo a raccogliere sé stessi nell’assoluto non-essere arrischiandosi fino a negare l’atto della nascita («Non essere nato: al solo pensarci, che felicità, che libertà, che spazio!»), accompagnando questo raccoglimento intorno all’operoso ufficio di distruggere tutto ciò che è.

Ma non serve un dissolvimento materiale per generare la distruzione, basta la radicalità di una contemplazione solitaria condotta alle estreme conseguenze. Una contemplazione abbeverata di un pessimismo che, come scrive Franco Volpi, «avvelena mortalmente tutti gli ideali, le speranze e gli slanci metafisici della filosofia, cioè tutti i tentativi di ancorare l’esistenza a un senso che la rassicuri di fronte all’abisso dell’assurdità che in ogni momento la minaccia».

È a tutti nota la narrazione dello scritto “Sulla Natura” di Parmenide, dove in apertura le giumente conducono l’uomo di fronte alle due vie fatidiche, l’una dell’essere e l’altra del non-essere; ebbene, per Cioran che tutto sia o tutto non sia è indifferente: la terza via – che in Parmenide segue dallo sviluppo della seconda, quella del “ciò che è e/o ciò che non è” – rappresenta per l’autore rumeno il rischioso percorso del tremebondo, dell’indeciso. Soltanto l’assoluto essere o l’assoluto nulla, infatti, forniscono vera requie.

In quanto uomini, veniamo da un Paradiso perduto e ne cerchiamo uno di eguale sulla terra, ma lo stato più acconcio alla nostra miseria sarebbe quello dell’immobilità. Ogni innocenza ci è sottratta con l’atto imperdonabile della nascita: anche la verità non è più possibile, e allora è bene minare ogni falsa certezza con furore iconoclasta. Nelle pagine cioraniane è presente un’ossessione tormentosa nei riguardi del Paradiso perduto e di una condizione di caduta veterotestamentaria e dal sapore gnostico:

«L’uomo è partito con il piede sbagliato. La disavventura in Paradiso ne fu il primo effetto. Il resto doveva venire di conseguenza».
La visione sub specie aeterni, quella di Dio, permette di vederci per ciò che intimamente siamo, nonché un fallimento. Ne “La caduta nel tempo” l’uomo è descritto come colui che, nutrendo interesse verso il nuovo, si è allontanato dal Creatore abbracciando la morte e comportando un processo di caduta nella Storia. Nelle pagine conclusive dello scritto si annuncia un ulteriore pericolo, una fuga capace di obnubilare definitivamente l’idea di eternità, una caduta dal tempo:

«Ma ecco che lo minaccia un’altra caduta, di cui è ancora difficile valutare l’entità. Questa volta non si tratterà per lui di cadere dall’eternità, ma dal tempo; e cadere dal tempo significa cadere dalla storia; significa, una volta sospeso il divenire, arenarsi nell’inerzia e nel languore, nell’assoluto della stagnazione, dove il verbo stesso si arena, non potendo sollevarsi fino alla bestemmia o all’implorazione. Imminente o no, questa caduta è possibile, anzi inevitabile. Quando toccherà in sorte all’uomo, egli cesserà di essere un animale storico. Allora, avendo perduto finanche il ricordo della vera eternità, della sua prima felicità, egli volgerà lo sguardo altrove, verso l’universo temporale, verso quel secondo paradiso da cui sarà stato bandito».

L’umanità è comunemente avvolta nella medesima oscurità, nox est perpetua una dormienda, e il suo destino è quello di essere chiamata a decadere ad uno stato ancora inferiore.

Per quanto ad un lettore facilmente impressionabile le schegge di Cioran sembrino delle esagerazioni, il campionario di immagini tetre che egli ci offre realizzano lo scopo di far discendere l’umano dal suo piedistallo e consegnarlo all’inferiorità che gli spetta. È inoltre curioso far valere il forte sentimento di religiosità che anima i suoi scritti, senza tuttavia un avvicinamento fideistico a nessuna religione, specie di fronte al capovolimento del detto di Talete secondo cui tutto sarebbe pieno di dèi: per rispetto all’evidenza, dice Cioran, tutto è vuoto di dèi.

Ad ogni modo, frequenti sono i richiami a Cristo, Buddha, la Bhagavadgita, i Vangeli, oltreché i giudizi trancianti verso San Paolo e quelli meno astiosi rivolti a Lutero, i luoghi letterari rilevanti della mistica tra cui Angela da Foligno, Margareta Ebner, Meister Eckhart, Pietro d’Alcantara, Terese d’Àvila, Giovanni della Croce, fino ad evocare in diversi passi la religiosità ellenica e la tradizione cabbalistica. Insomma, la speculazione di uno «spirito religioso senza religione» che non risparmia a nessuno il proprio pungiglione. Unicuique suum.

È significativo che, dall’ospedale di Broca in cui era ricoverato Cioran, la moglie Simone si diresse all’ospedale di Necker, dove il drammaturgo Eugène Ionesco era già in fin di vita, per comunicargli un messaggio di conforto da parte dello stesso Cioran: «Digli che ci ha reso la vita sopportabile». Proprio lui rivolgeva quelle parole; lui che con i suoi scritti apre ancora gli occhi intorno a ciò che avvelena l’esistenza. Ed è inevitabile che la lettura dei suoi libri faccia sorgere la consolazione che sta nel sentirsi capiti in modo sbalorditivo, poiché il peso della suo incubo vitale è così vasto da comprendere anche tutti i nostri.

«Le mie infermità mi hanno rovinato l’esistenza, ma solo grazie ad esse esisto – immagino di esistere».

(di Enrico Ildebrando Nadai)