Ecco cosa c’è da sapere sul probabile incontro tra Trump e Kim

«La Corea del Nord ha appena dichiarato di esser giunta alle fasi finali dello sviluppo di un’arma nucleare in grado di raggiungere parti degli Stati Uniti. Non accadrà!», twittava il 2 gennaio 2017 un Donald Trump ancora fresco d’insediamento. Rimpiangerà di averlo scritto: lo scorso 28 novembre veniva collaudato con successo il missile balistico intercontinentale Hwasong-15, e come d’incanto il suolo americano perdeva quell’aura di invulnerabilità che lo circondava da oltre un secolo. Dopo alcuni mesi il vulcanico inquilino della Casa Bianca ha dovuto scendere a patti con l’avversario, accogliendo perfino la prospettiva di un incontro faccia a faccia con il “piccolo pazzo” che l’ha palesemente gabbato in diretta mondiale.

Di rado l’enigmatica partita a sacchi che si gioca attorno alla penisola coreana presenta uno svolgimento così lineare. Eppure anche questa volta la stampa mainstream cerca d’intorbidire le acque con gesti goffi e inconsulti, narrando i fatti in maniera tendenziosa e parziale o anche solo coprendo di epiteti ingiuriosi i protagonisti della vicenda, per annegare i seri tentativi di studio della realtà in un mare di luoghi comuni ripetuti fino alla nausea. Tipica in proposito la Repubblica che all’inizio dell’anno, commentando le proposte di dialogo avanzate da Pyongyang, titolava: “I capricci di Kim Jong Un e le paure di Giappone e sudcoreani”.

Per non parlare di chi dalle battute sulle dimensioni dei due “pulsanti nucleari”, che spopolavano nei medesimi giorni, ha estrapolato una dilettantesca analisi sociologica che additava la causa del pericolo di guerra nucleare… nel retroterra culturale machista che anima le parole e gli atteggiamenti di Trump e Kim Jong Un. Non a caso quest’ultimo ride dei castelli di carte costruiti intorno alla sua persona dai commentatori stranieri, secondo quanto riferito dai membri della delegazione sudcoreana che ha avuto l’onore di pranzare in sua compagnia.

Se lo straordinario ammodernamento delle forze missilistiche strategiche della Corea del Nord non è altro che il capriccio di un bambino viziato e l’escalation militare con gli Stati Uniti si riduce a una gara a chi ce l’ha più lungo fra i rispettivi leader, il lettore medio che si trova bombardato – è proprio il caso di dirlo – da messaggi di questo tenore difficilmente riesce a seguire il filo degli avvenimenti e a scorgere i nessi di causa ed effetto. A complicare il quadro si aggiungono le dichiarazioni dello stesso presidente americano che, quotidianamente bersagliato dalla stampa di tutto il mondo, fa di tutto per portare acqua al suo mulino, per veicolare l’immagine di una leadership forte e all’altezza delle sfide globali.

In particolare Trump intende arrogarsi il merito di “aver fatto ragionare Rocketman” – questo il nomignolo affibbiato al rivale – grazie alle successive tornate di sanzioni economiche strangolatrici. In realtà, come osserva lo studioso B.K. Silberstein, in Corea del Nord non si registra alcuna significativa oscillazione nei prezzi e nei tassi di cambio, l’afflusso di valuta straniera e la disponibilità di generi alimentari rimangono stabili, benché i settori legati al commercio estero risultino ovviamente penalizzati dall’embargo.

Nemmeno la famigerata “carta cinese”, vero asso nella manica più volte agitato dal nostro, sembra funzionare: Pechino sempre votato a favore di tutte le sanzioni dell’Onu e dall’anno scorso pare applicarle con maggior solerzia, ma non è affatto interessata a un cambio di regime, foriero d’instabilità a ridosso delle sue frontiere, e nell’economia coreana i prodotti locali hanno ormai decisamente soppiantato quelli cinesi.

Con i riflettori internazionali perennemente puntati su di sé, Trump si destreggia come può e tenta di salvare la faccia ad ogni costo – e quindi il suo atteggiamento è in parte giustificato, a differenza di quelli dei giornalisti di cui sopra – ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: l’apertura di un canale diplomatico diretto con gli Stati Uniti, preludio alla firma di un trattato di pace che ponga formalmente fine alla guerra scoppiata negli anni ’50 e alla presenza militare yankee sul suolo coreano, è sempre stato uno degli obiettivi di fondo della politica nordcoreana.

Anche il programma nucleare serviva a questo: costringere al dialogo chi si ostinava a bollare la Corea del Nord come uno “Stato canaglia”, da considerare alla stregua di un’organizzazione terroristica, portandosi su un piano di minima parità strategica. E in effetti le trattative odierne sarebbero inconcepibili senza gli inauditi progressi tecnologici registrati dagli arsenali deterrenti di Pyongyang negli ultimi due anni, senza un efficace contrappeso alla sovrastante potenza bellica che in passato consentiva agli USA di snobbare qualunque proposta dell’avversario.

E adesso? La Corea del Nord è davvero disposta a denuclearizzarsi in cambio della pace? Prima di rispondere a questo interrogativo conviene fare un breve excursus storico.
Per quanto possa apparire strano e incredibile agli occhi di un’opinione pubblica abituata a conoscere le vicende coreane attraverso fonti di seconda e terza mano, la corsa agli armamenti sulla penisola di Koryo non fu provocata dai capricci di un dittatore megalomane bensì dalla politica bellicosa degli Stati Uniti, che a partire dal 1958 dislocarono centinaia di testate nucleari in Corea del Sud.

Pyongyang invece eseguì il suo primo test nucleare molto più tardi, nel 2006, dopo essersi definitivamente ritirata dal Trattato di non-proliferazione nucleare (cui aveva aderito nel 1985) in seguito all’inadempimento delle clausole dell’Accordo Quadro da parte di Washington, che nel 1994 si era impegnata a fornire al paese due reattori ad acqua leggera mai giunti a destinazione, e ai minacciosi discorsi di Bush contro l’“Asse del Male”.

Come altri paesi socialisti coinvolti nella guerra fredda, la Corea del Nord aveva sempre svolto ricerche sull’energia nucleare con l’assistenza sovietica, ma lo sviluppo di vere e proprie armi – testate e vettori – è un fenomeno piuttosto recente, legato all’accresciuta percezione della minaccia militare statunitense. E non si tratta di “paranoia” infondata: nel corso degli ultimi vent’anni la leadership nordcoreana ha avuto modo di assistere alla sorte riservata alla ex Jugoslavia, all’Iraq, alla Libia e ad altri paesi messi a ferro e fuoco dalla superpotenza rivale, e ha fatto i suoi calcoli, maturando la convinzione che l’unica garanzia di pace risieda nella deterrenza nucleare, nella possibilità di scatenare una rappresaglia sul territorio del nemico e dei suoi alleati strategici.

Convinzione sovente ribadita nelle massime assise del Partito del lavoro di Corea: «Finché persisteranno le minacce nucleari e il dispotismo degli imperialisti, – diceva il Maresciallo Kim Jong Un all’ultimo congresso, – potenzieremo costantemente la nostra forza nucleare d’autodifesa sul piano qualitativo e quantitativo attenendoci sempre alla linea strategica di sviluppo parallelo dell’economia e delle forze armate nucleari.

La nostra Repubblica, paese nuclearizzato responsabile, non userà per prima l’arma nucleare, come ha già dichiarato, finché le forze ostili aggressive non attenteranno alla sua sovranità con quell’arma. Essa lavorerà per assolvere lealmente l’impegno di non-proliferazione delle armi nucleari che si è assunta dinanzi alla comunità internazionale e per denuclearizzare il mondo».

La Corea del Nord si è sempre pronunciata a favore dell’interdizione globale delle armi di distruzione di massa, sicché nessuno Stato possa adoperarle come strumento di ricatto contro gli altri paesi, e non accetterà mai la prospettiva del disarmo unilaterale, memore di quanto accadde a Gheddafi, che acconsentì a smantellare il programma nucleare libico in cambio di formali garanzie di pace e venne infine barbaramente trucidato.

Non vanno escluse le temporanee concessioni diplomatiche, in uso anche negli anni dei colloqui a sei, ma non si verificherà alcun cedimento su queste posizioni di principio, comunque vada l’incontro con Trump – sempreché abbia effettivamente luogo, perché ad oggi manca una conferma ufficiale da parte nordcoreana. Ora come ora possiamo solo fantasticare su cosa potrebbero mai dirsi il “vecchio bacucco americano duro d’orecchi” e il “pazzo che se ne infischia di affamare e uccidere il suo stesso popolo”, come delicatamente si apostrofavano l’un l’altro solo pochi mesi addietro.

(di Francesco Alarico della Scala)