Alle origini della questione curda – seconda parte

I Curdi iraniani, a seguito dell’occupazione del paese da parte delle truppe alleate durante il Secondo Conflitto Mondiale, avviarono i tentativi per raggiungere l’indipendenza all’interno del paese. A tal proposito si ricorda la breve esperienza della repubblica di Bahamad, tra il 1945 ed il 1946.

L’esperienza politica della repubblica di Bahamad poté realizzarsi solo grazie all’aiuto dei sovietici, il disimpegno sovietico dal paese consegnò il nuovo stato alla reazione militare degli Iraniani, che distrussero la repubblica e impiccarono il leader Qazi Muhammad. Nel periodo successivo alla fine del Secondo Conflitto Mondiale vi furono una serie di rivolte tra in Turchia, Iran ed Iraq, ma proprio in Iraq, il colpo di stato del 1958 di Abd al-Karim Qasim, suscitò le maggiori speranze per i Curdi. La bandiera di stato irachena incorporava al suo centro il simbolo curdo del disco di sole (un disco giallo circondato da sette raggi rossi) dimostrando la volontà di farsi portavoce di un sentimento di riconoscimento della minoranza curda all’interno del paese.

L’arrivo al potere del partito Baath in Iraq rimosse il disco solare curdo dalla bandiera nazionale ma contribuì a trovare un accordo con la minoranza curda nelle province settentrionali. Nel 1970 il non ancora presidente Saddam Hussein si fece portavoce di un accordo con i Curdi iracheni, in particolare con il generale Mullah Mustafa Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan iracheno.

L’accordo dichiarava espressamente che il popolo iracheno era composto da due nazioni, quella curda e quella araba, la comunità curda avrebbe visto riconosciuta la propria lingua al rango di seconda lingua nazionale del paese, l’accordo prevedeva inoltre l’istituzione di una regione autonoma curda entro quattro anni dalla firma del trattato. La vita dell’accordo fu di breve durata, sospetti reciproci e un tentativo di assassinio di Barzani aumentarono i sospetti tra i Curdi ed il governo centrale, lo stesso Barzani ripudiò l’accordo nel corso del 1973.

Dall’altra parte della frontiera, precisamente in Iran, i curdi, che ricordiamo per la maggior parte di fede sunnita, si trovarono a scontrarsi con la rivoluzione islamica del 1979, che riproponeva con forza lo sciismo all’interno del paese. Gli sconvolgimenti causati nel paese a seguito della rivoluzione del 1979 causarono il riemergere dello scontro con i curdi iraniani, che rappresentati dal Partito democratico curdo dell’Iran e dal partito Komala si impegnarono per assicurarsi un’area per l’autonomia e la successiva indipendenza del Kurdistan iraniano. Quando il governo di Teheran riprese il controllo della situazione politica interna poté affrontare la sfida autonomista dei curdi iraniani e riprendere il controllo sulle aree del Kurdistan iraniano.

Il conflitto tra Iraq ed Iran avviato nel 1980 ed il sostegno del Partito Democratico Curdo dell’Iraq (KDP) all’Iran, causò una ulteriore frattura col governo centrale di Baghdad. Fintanto che il conflitto con l’Iran sembrava profilare un esito positivo per Baghdad, il governo centrale prestò poche attenzioni alle attività del KDP ma quando gli iraniani cominciarono ad avanzare in territorio iracheno Baghdad decise di sedersi al tavolo delle trattative con i curdi, cercando di recuperare il sostegno curdo, a patto di concedere l’autonomia alla regione del Kurdistan iracheno.

L’inatteso intervento della Turchia nelle trattative, preoccupata dalle richieste dei curdi che avrebbero potuto provocare nuovi disordini in Turchia, bloccò l’esito delle trattative, lasciando nuovamente i curdi con un pugno di mosche in mano. I combattimenti tra le truppe irachene ed i curdi ripresero, il governo di Baghdad non si limitò all’utilizzo di armi chimiche sui militari ma si macchiò di orribili crudeltà anche nei confronti nei civili, come testimonia il bombardamento col gas del villaggio di Halabja.

A partire dagli anni ottanta in Turchia si ebbe un aumento delle attività dei curdi, che si sono espresse sia attraverso la forma parlamentare, come dimostra il caso del Partito della democrazia del popolo o attraverso le attività di informazione promosse dal cosiddetto Parlamento curdo in esilio, ma soprattutto attraverso le attività del PKK.

Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), nato durante gli anni Settanta, si è orientato in senso rivoluzionario, boicottando il dialogo con il governo di Ankara. Le attività di guerriglia del PKK si sono estese anche nel Kurdistan iracheno, provocando una dura lotta con le forze militari fedeli ad Ankara. Nel 2002 la decisione di revocare lo stato di emergenza all’interno delle province curde, a causa delle attività del PKK, fu una delle condizioni necessarie per l’ingresso della Turchia nella Unione Europea.

La fine del regime di Saddam Hussein nel 2003, a seguito dell’invasione americana del paese, ha rappresentato una nuova grande opportunità per i curdi iracheni di raggiungere i propri obbiettivi politici. I territori del Kurdistan iracheno, grazie alla nuova costituzione del 2006, hanno potuto ottenere un’ampia forma di autonomia. Il nuovo governo regionale del Kurdistan in Iraq, guidato dal 2005 da Massoud Barzani, ha però incrinato il rapporto fiduciario con Baghdad, indicendo un referendum per l’autonomia del Kurdistan iracheno nel settembre 2017. In assenza di un forte appoggio internazionale Barzani ha cercato una riconciliazione con Baghdad prima di dimettersi dalla propria carica.

Nonostante i recenti tentativi di ottenere un proprio stato nazionale o un maggiore grado di autonomia all’interno degli stati che li ospitano, come dimostrano i recenti avvenimenti del referendum in Iraq del settembre 2017 e l’affermazione del Rojava nel nord della Siria, i Curdi hanno sperimentato negli ultimi decenni un forte grado di separazione e frammentazione. Con l’avvento degli stati moderni e con l’istituzione di confini ben delimitati e presidiati, la circolazione di persone, merci ed idee tra le varie parti del Kurdistan è diventata assai complicata.

Le aree strategiche che occupano i curdi in Medio Oriente hanno attirato l’interesse delle potenze straniere sulla causa curda, in particolar modo per quanto riguarda la Siria e gli eventi legati alla cosiddetta guerra civile siriana iniziata nel 2011. Rivelatisi fallimentari i tentativi di rimuovere dalla guida della Siria il presidente Bashar al Assad, servendosi delle formazioni jihadiste vicine allo Stato Islamico e dei tanto decantati ribelli moderati, il sostegno alle formazioni curde ha rappresentato un nuovo grimaldello per colpire la Siria ed indebolire le posizioni del governo di Damasco.

Come hanno sottolineato molti analisti politici nel corso delle recenti fasi del conflitto in Siria, i combattenti curdi hanno collaborato con gli Stati Uniti nel tentativo di imporre una divisione della Siria, in cui la popolazione curda controlli una significativa estensione della Siria settentrionale, comprese zone a maggioranza araba. Le ambizioni dei curdi siriani sono quindi state debitamente sostenute dagli statunitensi, che vedevano l’occasione di recuperare la propria influenza in Siria.

La sopravvivenza del Rojava nel Nord della Siria è quindi dipesa da una situazione di precario equilibrio tra il sostegno americano e la non belligeranza delle truppe di Damasco, cementata dalla comune opposizione allo Stato Islamico. Non sono certamente mancate critiche alle azioni statunitensi in Siria da parte della Russia, attore di primo piano nel conflitto a partire dal 2015. I russi, nella figura del funzionario della Difesa russo Alexander Venediktov, hanno recentemente accusato gli Stati Uniti di aver creato una ventina di basi militari nel Kurdistan siriano, mettendo a rischio la pace e la stabilità della Siria.

La creazione di uno stato curdo in Medio Oriente rimane un obbiettivo che molti curdi intendono tutt’ora perseguire, anche se al momento rimane complesso fare previsioni su quello che potrebbe accadere in futuro. La creazione di uno stato curdo potrebbe soddisfare i desideri di indipendenza ed autonomia politica della comunità curda ma rischierebbe tuttavia di aumentare l’instabilità mediorientale, mettendo sullo scacchiere del Vicino Oriente una nuova entità statale, che non avrebbe, come si può facilmente intuire, dei rapporti di buon vicinato con gli stati circostanti.

(di Alessio Brunini)