L’immigrazione di massa e le strategie per governarla

È opinione diffusa che le azioni incidano nella storia, ma a loro volta queste sono decise dalla cultura. È questo il grande gioco in atto in Europa circa il fenomeno migratorio. Un blocco navale, un muro o un corridoio istituzionalizzato sono eventi che possono essere facilmente ricondotti a una matrice ideologica di base, ma che da soli e senza una prospettiva strategica non possono portare da alcuna parte.

​Proprio per questo l’Europa si ritrova imbrigliata nelle due grandi utopie che propongono da una parte il blocco totale delle migrazioni in entrata e dall’altra l’accoglienza smodata, perdendo di vista il nucleo del problema che ruota attorno ad un perno centrale, cioè come gestire chi entra, e come abbracciarne la diversità in modo tale da permetterne la convivenza con i cittadini che accolgono. In parole povere: come deve comportarsi lo Stato in presenza di culture allogene che possono portare in nuce ideologie opposte allo Stato?

​La risposta a questa domanda è stata fino ad ora cercata nei due grandi insiemi ideologici dominanti: quello dell’assimilazione e quello del multiculturalismo. Intento di questo articolo è metterne in luce gli aspetti essenziali e le conseguenze che hanno provocato. Inoltre, ve n’è un terzo, di cui parleremo alla fine dell’analisi.

​Il modello dell’assimilazione, figlio dell’impero coloniale francese, parte dall’idea di superiorità civile dello Stato accogliente, il quale per benevolenza verso l’immigrato deve accoglierlo ed educarlo, cancellandone il più possibile le radici affinché vi sia totale aderenza ai valori civili. Esso passa attraverso il giuramento, l’imposizione della religione laica, l’amore patriottico e di certo non è privo di attriti. Gli U.S.A. ne sono un folgorante esempio: nonostante siano uno Stato multietnico, non si configurano come uno Stato multiculturale.

L’obiettivo di questo modello è l’accrescimento della potenza demografica del Paese, che ripone speranze nelle nuove generazioni per lanciarsi in una politica estera espansiva, per allargare la propria sfera d’influenza. Cerca di ricalcare l’ideale imperiale romano, ed è messo in atto soprattutto in quelle Nazioni dove l’età media della popolazione è bassa. È anche il caso ad esempio della Repubblica Islamica dell’Iran, dove l’obbedienza all’Ayatollah è la base per l’accoglienza; o della Turchia, dove vivono componenti arabe e bulgare ormai turchizzate.

​Di contro, il modello multiculturalista, che invece trova origine nella mentalità imperiale inglese, rispecchia in qualche modo la pigrizia dei Paesi più vecchi, dediti all’accrescimento economico e alla tranquillità più che alla ricerca del potere. Consiste nell’estremo tentativo di un’integrazione che accetta e che tollera sistemi culturali (e dunque anche giurisprudenziali) differenti dallo Stato accogliente. Il filo rosso che collega gli allogeni ai Paesi d’origine non viene reciso (pensiamo ai turchi che abitano in Germania, fedeli per il 50% ad Erdogan), e l’aderenza ai valori civili di chi accoglie non è decisiva per la permanenza.

Il movimento di base è conservativo e provoca la nascita sul territorio nazionale di enclave non tanto etniche, quanto culturali estranee anche a distanza di generazioni. Asservita a questa mentalità è praticamente la totalità dell’Europa, compresa la Francia, patria ideologica dell’assimilazione da cui tuttavia ha ormai divorziato. Non a caso sono le città europee quelle che vedono la nascita di interi quartieri-enclave, definiti anche no-go zones a causa del fatto che spesso e volentieri a vigere come sistema normativo è la Shari’a.

​Comunque, in entrambi i casi l’origine storica e culturale è quella coloniale ed imperialista europea. I due modelli emanano odore di razzismo, anche se vogliono ipocritamente nasconderlo. Nel caso anglosassone, la “madrepatria” dominante accoglie e ghettizza i nuovi arrivati, nascondendosi dietro il dito dell’accoglienza e dei diritti umani. I danni che questa ideologia provoca sono sotto gli occhi di tutti: quartieri-ghetto dove l’assenza dello Stato permette la penetrazione di ideologie salafite.

Per quanto riguarda invece il modello dell’assimilazione, la maschera che cela la superiorità di chi accoglie un po’ cade, in quanto l’attore ricevente si reputa educante, dunque superiore civilmente. Insomma, entrambi i metodi risultano essere anacronistici e per nulla confacenti alle esigenze strategiche di un’Europa chiamata ad affrontare un fenomeno storico epocale, che non sembra minimamente intenzionato a diminuire nei decenni a seguire.

​In ogni caso, abbiamo prima accennato ad un terzo modello, che è quello più comico e, paradossalmente, più efficiente sul piano integrativo: quello italiano. Questo è radicato nella totale mancanza di una strategia, giusta o sbagliata che sia. Il lassismo legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario hanno permesso l’interazione fra le diverse culture, spingendole a una sorta di convivenza e alleanza anti-Stato.

Evasione fiscale, commercio abusivo, spaccio e traffici illeciti penetrano fra le crepe culturali esistenti tra accoglienti ed accolti e genera un’integrazione fondata sull’interesse. Il problema è che questa è parallela e celata allo Stato, rendendosi permeabile alla penetrazione della malavita nostrana e non e dei semi della jihad, anche se Camorra e ‘ndrangheta controllano il territorio, impedendo l’installazione di cellule terroristiche, almeno nel Meridione. Dovremmo vantarcene? Ovviamente no.

​La domanda che allora sorge spontanea è: quale può essere una corretta gestione dei flussi migratori? Ecco, la risposta può risiedere nell’alchimia (ahinoi del tutto ignorata a favore dei modelli ideologici sopra esposti) fra legalità, sovranità dello Stato, analisi, cultura e dignità della persona. La sinergia fra azione e cultura, fra bontà d’analisi e de-ideologizzazione, nonché l’eliminazione di ogni ipocrisia dettata da interessi personali e politici può dar luogo a una vera strategia, ovvero una tattica spalmata cronologicamente.

Un esempio può essere la semplice multipolarità d’azione italiana: accordi bilaterali con i Paesi d’origine dei migranti e presenza in loco di strutture italiane e autoctone di gestione dei fenomeni che provocano la spinta ad emigrare (polizia, addestramento delle forze dell’ordine alleate, aiuti infrastrutturali per lo sviluppo sul lungo termine dell’economia); il controllo delle rotte; i rilevamenti demografici e fiscali sul territorio italiano di chi arriva (tramite centri slegati dalle cooperative e dalle ong che sappiamo bene essere legate a precisi interessi economici, anche con le mafie locali, pensiamo alla Cupola Romana); sistema di espulsione efficiente; Stato sociale solido in grado di assorbire chi può effettivamente rimanere.

Insomma, la soluzione sembra essere l’applicazione di una realpolitik, che sarà sicuramente cruda ed essenziale e che anzi potrebbe addirittura essere additata come “animalesca” e senza scrupoli morali, ma dopotutto l’uomo non è un animale politico?

(di Alessandro Carrocci)