Il suicidio della sinistra

C’erano una volta le masse proletarie, la lotta di classe, il Partito Comunista e quello Socialista. Questi elementi, fino alla caduta del Muro di Berlino, sembravano in un certo senso un’unica cosa. Da quel fatidico novembre del 1989 la situazione non potrebbe però essere più diversa. La sinistra, dopo aver sedotto per decenni il cuore – e il voto – dei lavoratori, lì ha abbandonati al loro destino, scegliendo di indirizzare le proprie lotte verso lidi più sempre più progressisti, e lontani dalla pancia reale della popolazione. Se infatti una volta quando si parlava di roccaforti rosse si pensava a posti come Sesto San Giovanni, cuore pulsante dell’industria milanese, alle zone industriali o alle periferia in generale, ora le loro enclavi si chiamano: Brera, Parioli e in generale tutto ciò che sia lontano dal mondo reale lavorativo, e vicino ai centri culturali sponsor della globalizzazione.

Esempio cardine di questo spostamento dei voti delle classi inferiori è la recente mappa elettorale di Milano. Nell’immagine si può infatti vedere la netta distinzione del voto tra centro e periferia. Dove all’interno della metropoli tutti i collegi sono andati al centrosinistra, con il PD che oscilla sul 30% e +Europa tra il 9 e il 10%, seguito dal centrodestra, tra il 35 e il 37%, con però Forza Italia sempre avanti alla Lega salviniana e i pentastellati stabili a circa il 15%. L’inverso è accaduto nelle periferie e nelle zone popolari, dove a vincere è stata ovunque la coalizione di centrodestra, con percentuali introno al 39% con sempre la Lega avanti ai berlusconiani, i grillini costantemente oltre il 20% e la sinistra che naviga su percentuali del 25%.

La domanda da porsi ora è: perché i lavoratori e quello che rimane della classe media si allontanano sempre più dalla sinistra? Spostandosi per lo più verso i partiti populisti?. La risposta è più semplice di quanto si possa sperare; la sinistra ha deliberatamente deciso di abbandonare le classi lavoratrici per dirigersi verso le minoranze e gli immigrati. Emblematico è il dossier “Gauche: qualle majorité électorale pour 2012?” pubblicato dal think tank francese Terra Nova vicino al Partito Socialista (e riportato parzialmente in italiano nel libro L’Identità Sacra del giornalista Adriano Scianca), dove si afferma: ”non è possibile oggi per la sinistra cercare di restaurare la sua collocazione storica di classe: la classe operaia non è più il cuore del voto a sinistra , non è più in fase con l’insieme dei suoi valori, non può più essere, come è stato in passato, il motore che traina la costituzione della maggioranza elettorale della sinistra”, per continuare poi, “la Francia di domani, più giovane, più diversa, più femminile, più diplomata, urbana e meno cattolica. Un elettorato progressista sul piano culturale”.

Si possono quindi capire senza troppi sforzi le motivazioni di questo spostamento dell’elettorato, con l’aggiunta che i partiti progressisti non sono stati in grado di vedere il lato oscuro della globalizzazione, chiaro invece a molti partiti sovranisti e/o populisti, che ha visto sempre più imprese delocalizzare la produzione, ridurre i salari, abrogare diritti sindacali sull’altare del profitto e del libero mercato; e ad aggravare la situazione dei lavoratori, già in fase di declino, c’è stata anche un’immigrazione sregolata, importatrice di un marxiano “esercito industriale di riserva”, disposto a fare la concorrenza al ribasso ai lavoratori autoctoni. Per questo motivo lo spostamento del voto della classe lavoratrice verso movimenti lontani dai discendenti dei vecchi partiti comunisti e socialisti, e vicini alle idee sovraniste, populiste e antiglobaliste non deve sorprendere.

(di Pietro Ciapponi)