È solo l’ennesima (tanto per cambiare ingovernabile) Terza Repubblica

Qualcuno lo aveva detto già nel 2013, in considerazione della percentuale di neoparlamentari superiori al 60% (grazie soprattutto alla “new entry” rappresentata dai 5 stelle), ma nel 2018, con una percentuale simile, la storia si ripete con maggiore energia: è la “Terza Repubblica” italiana.

Questa curiosa apostrofazione di un sistema politico solo sulla base della classe dirigente che lo tiene in vita è una peculiarità che si è sviluppata con particolare energia in Italia. La si potrebbe definire apertamente una presa in giro accademica, giuridica e, ovviamente, anche culturale.

Per fare un confronto con i cugini francesi e le loro “cinque” repubbliche, in nessuna di queste (intervallate dal Primo e dal Secondo Impero) v’è un sistema istituzionale esattamente identico al precedente.

In altre parole non sembra esserci altro, dentro la continua ricerca di etichette alle inesauribili “repubbliche italiane”, se non la tendenza del tutto teorica a un cambiamento interpretato esclusivamente con i nomi degli attori protagonisti, laddove questi, per amore della verità, altro non sono se non il frutto di un sistema: pedagogico, scolastico e, ovviamente, anche politico.

Soffermandoci su quello italiano, esso ha la peculiarità di non cambiare mai ma di definirsi rinnovato in continuazione, anche se di fatto di mutamenti non v’è alcuna traccia, quasi a voler tenere calme le acque, prendere tempo.

A parte per le leggi elettorali, si intenda. Fosse per quelle, di repubbliche italiane se ne potrebbero contare cinque o addirittura sei, se includiamo la “doppietta” 1953-1954, quando un povero disgraziato di nome Alcide De Gasperi tentò disperatamente di far ragionare le opposizioni sul fatto che, dopo appena 5 anni di governo, la fantastica Costituzione democratica aveva già dimostrato di aver prodotto anzitutto una cosa: un Paese ingovernabile (la “doppietta” si riferisce al fatto, appunto, che nel 1954 si ritornò al precedente sistema proporzionale puro).

Se si fosse dato libero sfogo alla creatività degli ultimi decenni, probabilmente avremmo superato la decina di “repubbliche/leggi elettorali”. Ma il risultato è, come sempre, il caos. Ovviamente denigrando qualsiasi sistema vagamente utile a garantire stabilità (la Legge Calderoli, con tutti i suoi difetti, ma anche la prima versione dell’Italicum, messe in croce con le solite bieche tecniche mediatiche).

Le elezioni del 4 marzo scorso non sono altro che la summa di una stasi che in Italia, dal 1948, non ha mai avuto soluzione. Vi sono stati apportati dei correttivi, dei premi di maggioranza, certo, ma non si è mai arrivati a risolvere la radice del problema, ovvero l’onnipotenza del Parlamento. 5 Stelle e Centrodestra si trovano invischiati in un labirinto solo più esplicito di quelli già visti in passato.

La “caduta” di Renzi (o qualsiasi cosa sia) rende il quadro ancora più complicato, perché apre alla possibilità di un’alleanza tra PD e M5S che, tra redditi di cittadinanza, ossessioni fiscali e immigrazionismo più o meno palesato, navigherebbe in direzioni – tanto per cambiare – antinazionali. Per fortuna parliamo di ipotesi a mio modo di vedere remote: qualsiasi alleanza, visti i contenuti delle campagne elettorali, sarebbe un suicidio elettorale.

Non che a destra si stia troppo meglio, sia chiaro. I continui dietrofront di Salvini sulle questioni europee dimostrano che la coalizione (incredibilmente ancora dipendente da Berlusconi, nonostante il netto ridimensionamento rispetto al passato) non ha oggi gli strumenti per poter avviare almeno una minima parte dei discorsi con i quali ha infiammato cinque anni di campagna elettorale (perché è necessario ribadirlo, in Italia da questo punto di vista non esistono pause).

E la stessa candidatura dell’antieuropeista Alberto Bagnai tra le fila del carroccio si mostra per quello che è: una mossa per lo più elettorale, considerato che il colleggio in cui è stato chiamato a competere (lo stesso di Renzi) sarebbe stato difficilmente espugnabile.

(di Stelio Fergola)