Israele, giù la maschera della bontà

Israele: il nome di una nazione che sembra esser composto di filo spinato e vetro. Non è possibile “maneggiare” con le dita della critica e dell’accusa questo Paese, quasi fosse esente da alcuna remora o dalla persino lontana possibilità di essere criticato anche ferocemente per la sua politica interna ed estera.

La nostra politica è completamente genuflessa allo stato israeliano, tributando ultimamente grande interesse per il progetto di un grandioso gasdotto che partirà dal cosiddetto “Bacino levantino” (uno spazio di mare fra Israele e Cipro) e giungerà in Europa passando per Grecia e Italia. Si parla già di 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno; si tratta di una cifra colossale, che nei fatti già detta la politica estera: gli USA ci impongono di vedere nella Russia il “nemico”, “l’orso rabbioso e mostruoso” pronto a depredarci e massacraci? Dobbiamo persistere nelle sanzioni contro la Russia – che colpiscono in primo luogo proprio i nostri produttori -? Niente di meglio che avallare un gasdotto come questo: potremo così continuare a ringhiare, da idioti, contro la Russia e divenire dipendenti energeticamente da Israele.

Israele è stata più volte definita come “unica democrazia in Medio Oriente“: come al solito l’Occidente sceglie, in modo unilaterale, a chi affidare lo scettro lacero e opaco di “vera democrazia” a scapito di chiunque invece finisca nel cono d’ombra, subito additabile come “tirannia” o “dittatura”. Israele, forte di questo ruolo assurdo che l’Occidente le ha lasciato interpretare, non ha però fatto mai nulla per nascondere il suo vero volto che è ben rappresentato dall’establishment politico che lo governa. Vediamo di focalizzarci su alcuni fatti, di assoluta attualità, utili per lacerare il falso scenario teatrale della propaganda occidentale sullo Stato d’Israele “campione di democrazia”.

La notizia è del 15 febbraio: il Knesset, parlamento monocamerale israeliano, ha votato contro un progetto di legge che prevedeva il riconoscimento del massacro-genocidio del popolo armeno sotto l’Impero ottomano fra il 1915 e il 1916. Il Jerusalem Post ha riportato che l’autore della proposta fatta al parlamento israeliano è stato il partito centrista e laico “Yesh Atìd” (trad: C’è un futuro). Il leader del partito, il giornalista Yair Lapid, aveva dichiarato che Israele dovrebbe riconoscere questo massacro visto ciò che gli ebrei similarmente hanno patito: a quanto pare, però, il parlamento dello stato sionista non la pensa così e il genocidio armeno continuerà per ora, per Israele, a essere un non-evento.

Altro dato sicuramente rilevante, e mostruoso, è il numero di palestinesi uccisi da Israele. Concentrandoci su ciò che è maggiormente attuale, si rileva che il numero di palestinesi uccisi dal momento in cui Gerusalemme è stata considerata la capitale israeliana – per suprema volontà dell’Impero a stelle e strisce – è di 14. C’è purtroppo di più: il nome del primo palestinese ucciso nel 2018 è quello del diciassettenne Musab Firas al-Tamimi; un proiettile lo ha ucciso colpendolo al collo.

Dobbiamo inoltre ricordare che quando fu ucciso Abu Thurayeh, il palestinese paraplegico colpito a quanto parrebbe da un cecchino israeliano, un membro anziano delle Nazioni Unite – Zeid Ra’ad al-Hussein, alto commissario per i diritti umani – ha detto chiaramente che l’uccisione di Thurayeh era “incomprensibile”. Nella dichiarazione si legge inoltre che non c’era nulla che potesse portare a ritenere il paraplegico palestinese una minaccia e inoltre che “… vista la sua grave disabilità, assolutamente visibile da parte di chi gli ha sparato, la sua uccisione risulta inconcepibile, un atto scioccante e arbitrario”.

Ovviamente la versione delle forze armate israeliane è assolutamente contrastante, giacché non avendo aperto il fuoco è impossibile definire cosa abbia ucciso Abu Thurayeh. Al contempo, degli ufficiali medici di Gaza, dissero che le truppe israeliane avevano ucciso altre 3 persone e che altre 150 erano state ferite dal fuoco aperto durante la protesta.

Per dovere di cronaca e necessità di completezza, va ricordato che Thurayeh dichiarò di aver perduto entrambe le gambe durante un bombardamento israeliano di Gaza con missili nel 2008. Anche nel caso dell’arresto della giovanissima attivista palestinese Ahed Tamimi (16 anni), prelevata da soldati armati nel cuore della notte, interrogata da ufficiali di sicurezza israeliani senza la presenza di un avvocato e incarcerata nella prigione di Hasharon in Israele, c’è più di una grave violazione: innanzitutto quella della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta in qualsiasi caso e per qualsivoglia motivo la deportazione di persone dal proprio territorio occupato verso il territorio della nazione occupante.

A ciò va aggiunto ciò che Josè Guevara, Presidente del Gruppo di lavoro per le detenzioni illegali, ha detto, in un commento riportato da Russia Today, che “Ciò viola il fondamento legale della garanzia a poter avere, durante gli interrogatori, l’aiuto di un legale”. Questa panoramica su ciò che realmente è Israele vuole concludersi così: mercoledì 7 Febbraio, centinaia di immigrati africani hanno protestato dinanzi all’Ambasciata di Rwanda in Israele contro il piano israeliano di rimpatriarli forzatamente in Africa.

Le autorità israeliane avevano annunciato che gli immigrati avevano a disposizione 60 giorni per accettare di essere portati fuori da Israele verso una località africana non ben identificata (forse il Rwanda), con il volo pagato e un assegno di 3,500 dollari. Coloro che rifiuteranno questa “offerta che non si può rifiutare”, saranno incarcerati indefinitamente dal 1 Aprile.

(di Pietro Vinci)