È l’antifascismo il vero “ur-fascismo”

L’antifascismo, oggi, assume la forma del famoso “ur-fascismo” teorizzato a sproposito da Umberto Eco. Parla la “neolingua”, le cui forme non sono solo negli slogan sessantottini, dal lessico povero e la sintassi elementare per limitare gli strumenti per un ragionamento complesso e critico in termini storiografici, ma anche nelle dichiarazioni di esponenti politici.

Secondo questi il pestaggio di una persona immobilizzata o la bomba a chiodi a Torino non sono un crimine, bensì una concreta azione di difesa popolare contro un inesistente revanscismo fascista. A Roma e Milano, ne abbiamo avuto l’ennesima tragicomica rappresentazione.

Una imbarazzante piéce teatrale con comparse, attori ed apologhi di Karl Popper con il suo “Paradosso della Tolleranza”, dove la sicumera superiorità morale, più che con idee e valori, si riduce ad un’etichetta da apporsi in fronte per poter dire “Io sono di…”, sono vivo, esisto e sono antifascista, tu sei feccia e devi sparire.

Diversamente nessuno si accorgerebbe della loro esistenza. Attraverso l’odio atavico e i fantasmi del passato, che strumentalmente tiene in vita agitandoli come feticci per terrorizzare i facilmente impressionabili, il clero antifascista non solo annulla il dissenso verso qualunque tematica di carattere globalista, ma tenta anche disperatamente di avere una identità per continuare a sopravvivere.

(di Davide Pellegrino)