Hugo Chávez, a cinque anni dalla morte

Sono trascorsi cinque anni dalla morte dalla morte di Hugo Chávez, l’uomo che più di ogni altro ha generato una rivoluzione nel continente latinoamericano. La scossa data dalla sua prima elezione al tramonto del XX secolo ha prodotto, tramite la nascita di movimenti affini nelle singole nazioni sudamericane, una ripresa delle istanze sociali tese alla riappropriazione della sovranità nazionale e dell’identità indigena di quelle terre.

Hugo Chávez ha rappresentato il leader tra i leader del socialismo del XXI secolo segnando, con i Kirchner in Argentina, Lula in Brasile, Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador, il rigetto della dottrina Monroe in politica estera e del libero commercio in campo economico. L’indole militare del comandante si fuse definitivamente con quella civica in occasione del golpe fallito dai suoi oppositori nel 2002 quando fu proprio il popolo venezuelano ad imporne il reintegro a Palazzo Miraflores.

I quasi quindici anni al governo del Venezuela hanno reso l’ex militare un simbolo stesso della nazione al pari di Simon Bolivar, il patriota ottocentesco di cui lo stesso Chávez ha ripreso idee ed azioni politiche. Impegnato da subito nella lotta alla disuguaglianza Chávez ha avuto il merito di coniugare sempre pensiero ed azione andando incontro a risultati senza eguali nell’intero continente sconfiggendo fame, povertà e analfabetismo, riducendo la disoccupazione e gli squilibri interni al Paese senza mai cedere alla feroce logica dell’odio, sia esso etnico o di classe.

Chávez, per sua stessa ammissione, non è stato un marxista ma l’ideatore di una nuova idea politica attuata ancor prima di teorizzarla: il socialismo del XXI secolo. Un grande oratore capace di coinvolgere capi di Stato apparentemente lontani l’un dall’altro in progetti internazionali come l’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) o rafforzando quelli già esistenti (l’OPEC su tutti). Come tutti i politici e tutte le forze di governo anche la presidenza Chávez ha incontrato difficoltà nella completa realizzazione del proprio programma e la prematura scomparsa del leader di riferimento ha lasciato il Venezuela dinnanzi a problemi troppo a lungo rimandati.

Su tutti la mancata diversificazione della produzione, attuata, invece, dai discepoli in Ecuador e Bolivia, si è ritorta contro la maggioranza socialista appena il prezzo del greggio (sul quale si basa il 95% della produzione nazionale) si è drasticamente ridotto. E’ proprio partendo da questo punto che i suoi principali detrattori, dai neoliberisti di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ai governi “democratici” che vorrebbero intervenire militarmente per sovvertire il volere del popolo venezuelano, si aggrappano per riscriverne la storia.

Sempre più spesso, a partire da qualche anno, il Venezuela viene dipinto come uno Stato fallito già sotto la presidenza di Chávez nell’ottica di una precisa volontà di isolare e impedire il ripetersi di quel tipo di politiche fortemente osteggiate da chi sogna un mondo senza barriere, senza cittadinanze, senza nazioni e senza Stati. Lo stesso nemico che combatte le istanze sovraniste e identitarie del populismo europeo o i pochi capi di Stato che non si assoggettano al poliziotto mondiale statunitense.

D’altro canto, però, resterebbe poco o nulla del lavoro di Chávez incensandolo, come ha fatto nella prima parte della sua presidenza Nicolas Maduro, senza attualizzarne, giorno per giorno, insegnamenti, scritti, idee e prassi politica. Chávez vive nell’idea di uno Stato che riconosce tutti i suoi cittadini senza escluderne alcuno per motivi di censo, etnia o lingua, Chávez vive nella politica sociale (che i più anglofili chiamano welfare) di uno Stato che si prenda cura di tutti dalla sanità all’istruzione fino a garantire un lavoro e una retribuzione adeguata.

E se nel corso della “decade dorada” il socialismo non potette fare a meno dell’industria estrattiva per finanziare i suoi progetti sociali (le missioni bolivariane) oggi quell’idea vive anche nella salvaguardia dell’ambiente messa perennemente a repentaglio. Il compito di chi lo ha affiancato nella lotta per poi prenderne il testimone non risiede nella banalità di un ricordo fine a se stesso ma nella prosecuzione dell’attuazione di quell’idea rivoluzionaria che scosse le fondamenta del mondo.

(di Luca Lezzi)