I sorprendenti successi della “Putinomics”

«Putin osserva il collasso dell’economia russa e della sua figura», avvertì una testata del Time nel tardo 2014. Sono passati già più di tre anni dal crollo del prezzo del petrolio nel 2014, che ha dimezzato il valore di quel bene che un tempo sosteneva la metà del bilancio del governo russo. Quello stesso anno l’Occidente impose dure sanzioni alle banche, alle imprese energetiche e al settore della difesa della Federazione Russa, tagliando fuori le aziende dell’energia russe dai capitali del mercato internazionale e dalla possibilità di accedere all’alta tecnologia nel campo della trivellazione petrolifera. Molti analisti – tanto in Russia quanto all’estero – pensarono che la crisi economica potesse minacciare la forza politica di Vladimir Putin. Ora come ora, la situazione non è affatto questa.

Oggigiorno, l’economia russa si è stabilizzata, l’inflazione è ai minimi storici, il bilancio è in pareggio e Putin si avvia verso la rielezione il 18 di marzo al quarto mandato da Presidente. Putin ha recentemente superato Leonid Breznev come leader più longevo dopo Josif Stalin. La stabilità economica ha suggellato una percentuale di approvazione che si aggira intorno all’80%. La Putinomics ha reso possibile al Presidente russo la sopravvivenza attraverso diverse crisi politiche e finanziarie. Come ha fatto?

La Russia è sopravvissuta alla sfida congiunta del crollo dei prezzi del petrolio e delle sanzioni occidentali grazie ad una triplice strategia economica. In primo luogo, si è concentrata sulla stabilità macroeconomica, mantenendo bassi il livello del debito e l’inflazione, prima di ogni altra cosa. In secondo luogo, ha impedito il malcontento garantendo una bassa disoccupazione e pensioni stabili, anche a spese di salari più alti o della crescita economica. In terzo luogo, ha lasciato che il settore privato migliorasse la sua efficienza ma solo finché non entrasse in conflitto con gli obiettivi politici. Questa strategia non renderà ricca la Russia, ma ha mantenuto il paese stabile e ha preservato al potere l’élite dominante.

Detto questo, Putin ha davvero una strategia economica? Una spiegazione comune per la longevità di Putin è che è riuscito a sopravvivere perché le entrate petrolifere tengono a galla il paese; l’economia russa è conosciuta più per la sua corruzione che per la sua capacità di gestione economica. Ma il Cremlino avrebbe potuto adottare anche delle diverse politiche economiche – e alcune delle alternative avrebbero reso più difficile per Putin mantenersi al potere e avrebbero potuto persino peggiorare la condizione dei russi.

Pensate a come appariva la Russia nel 1999 quando Putin divenne Primo Ministro: un paese a reddito medio in cui le rendite petrolifere rappresentavano una quota considerevole del PIL. Un paese guidato da un giovane tenente colonnello impegnato ad usare i servizi segreti per rafforzare il suo potere. Un Presidente che ha rivendicato la legittimità democratica grazie alla sua capacità di costringere i grandi poteri economici e gli oligarchi a seguire le sue regole, a qualsiasi mezzo.

Questa descrizione potrebbe adattarsi benissimo a quella del Venezuela chavista, ancora dipendente dalle declinanti risorse petrolifere ed ancora incapace di costruire un’economia basata su regole piuttosto che sulla volontà politica. La differenza è che i chavisti hanno speso incautamente durante il boom dei prezzi del petrolio mentre assistevano ad un collasso della produzione di petrolio dovuta alla cattiva gestione, ed, ora, stanno vivendo una dolorosa penuria di beni di consumo dovuta ad un controllo dei prezzi mal concepito. Secondo le stime della Banca Mondiale, il Venezuela aveva una ricchezza pro capite più elevata di quella della Russia del 1999.

Sicuramente nessuno avrebbe potuto ragionevolmente aspettarsi che la Russia diventasse come il Venezuela odierno? Nel 1999 alcuni osservatori pensavano che il Venezuela fosse in una situazione migliorare per prosperare. A quel tempo le agenzie di rating ritenevano più sicuro concedere prestiti al Venezuela piuttosto che alla Russia. I problemi economici che attualmente associamo al Venezuela – penuria di beni di consumo, inflazione galoppante, requisizioni alimentari forzate – hanno fatto parte della storia russa del XX secolo, e c’erano poche ragioni, nel 1999, per non credere che questa infelice storia non sarebbe proseguita nel XXI secolo. Oggigiorno, tuttavia, poche persone confrontano la Russia col Venezuela. Questo perché i leader colonnelli dei due paesi avevano strategie diverse.

L’abilità del Cremlino di radunare e distribuire le risorse spiega perché l’élite russa si è mantenuta al potere per quasi due decenni e come ha diffuso tale potere all’estero con un certo successo. Molte dittature alimentate dal petrolio sprecano le loro risorse in Ferrari e in borse Fendi. Gli oligarchi russi hanno certamente accumulato la loro quota di squadre di calcio britanniche e di yacht da centinaia di milioni di dollari armati di sistemi di difesa missilistica.

Ma, a differenza degli scialacquatori degli anni ’90, la Russia degli anni ’00 ha conservato centinaia di miliardi di dollari durante gli anni di prosperità, stipando risorse in fondi di riserva da usare quando il prezzo del petrolio sarebbe sceso. Se la politica economica del Cremlino fosse stata così semplicistica come è sempre stata descritta – come una serie di furti ed errori coperti dalle ingenti entrate petrolifere – i suoi governanti non sarebbero ancora al potere nemmeno dopo aver mosso due guerre esterne.

L’obiettivo della politica economica del Cremlino non è quello di massimizzare il PIL o i redditi delle famiglie. Tali obiettivi avrebbero richiesto tutta una serie di diverse scelte politiche. Ma per gli obiettivi del Cremlino, mantenere il potere internamente e preservare una giusta flessibilità per dispiegarlo esternamente, la strategia in tre punti della Putinomics – stabilità macroeconomica, stabilità del mercato del lavoro, limitazione del controllo statale nei settori strategicamente importanti – ha funzionato.

Iniziamo con la stabilità macroeconomica. La Russia è una “cleptocrazia” relativamente rara, che ottiene un alto punteggio dall’FMI per la sua gestione economica. Perché? Fin dall’inizio del suo governo, Putin e l’élite russa hanno dato più generalmente la priorità al pagamento dei propri debiti, a mantenere bassi i deficit e a limitare l’inflazione. Essendo passati attraverso i devastanti crolli del 1991 e del 1998, i leader russi sanno che le crisi di bilancio e le inadempienze nel pagamento dei debiti possono distruggere la popolarità di un Presidente ed anche abbattere un regime, come hanno scoperto sia Mikhail Gorbaciov sia Boris Eltsin.

Quando Putin arrivò al potere per la prima volta, impiegò gran parte dei proventi del petrolio per pagare il debito estero del paese prima del previsto. Nell’attuale crisi, la Russia ha tagliato le spese per i servizi sociali per fare in modo in che il bilancio rimanesse vicino all’equilibrio. Nel 2014, i proventi del petrolio e del gas erano quasi metà del bilancio governativo russo. Oggigiorno, con il commercio petrolifero alla metà di quello del 2014, ma grazie agli ampi tagli nel bilancio, il deficit della Russia è circa l’1% del PIL – di gran lunga inferiore alla maggior parte dei deficit dell’Europa occidentale.

Putin ha sostenuto la Banca centrale russa quando ha aumentato i tassi d’interesse, il che ha limitato l’inflazione ma anche soffocato la crescita. La logica seguita dal Cremlino è quella secondo cui il popolo vuole la stabilità economica sopra ogni altra cosa. Le élite russe, nel frattempo, sanno di avere bisogno di stabilità per mantenersi al potere. Per assicurare la stabilità macroeconomica, il Cremlino ha dato il via ad un severo programma di austerità a partire dal 2014, ma ci sono state poche proteste.

Il secondo punto della strategia di Putin è stato quello di garantire lavoro e pensioni, anche a spese dei salari e dell’efficienza. Durante la crisi economica degli anni ’90, i salari e le pensioni spesso non venivano pagate, causando proteste e la caduta in popolarità del Presidente Eltsin. Quando si è verificata la recente crisi, perciò, il Cremlino ha optato per una strategia di taglio dei salari piuttosto che lasciare aumentare la disoccupazione.

Considerate ora la differenza con molti Stati dell’Europa occidentale. Dopo la crisi del 2008, la disoccupazione è aumentata negli Stati Uniti, ma le persone che non sono state licenziate non hanno subito bruschi tagli salariali. In Russia, al contrario, la disoccupazione è cresciuta a meno dell’1% – ma nel 2015 i salari sono diminuiti di quasi il 10%. I proprietari di imprese, che controllano le loro aziende solo con il consenso del Cremlino, hanno recepito il messaggio. I tagli salariali sono tollerati, ma la chiusura delle fabbriche o i licenziamenti no.

Tutto ciò è lontano da una politica di efficienza, dato che molti russi lavorano ancora in fabbriche dell’era sovietica in declino e senza speranza di venir riammodernate. In termini economici, sarebbe meglio spostare questi lavorati in aziende più produttive. Ma fare ciò è politicamente impossibile, visto che ci sarebbero dei licenziamenti. La maggior parte dei settori dell’economia russa ha di fronte a sé la pressione politica di dare un lavoro ai disoccupati, anche se non pagandoli troppo.

Tutto ciò rientra nel calcolo politico del Cremlino: i russi di solito non protestano per tagli salariali, ma licenziamenti di massa e chiusura delle fabbriche li porterebbero sicuramente a manifestare in strada. La politica sociale è governata dalla stessa logica. In passato, i pensionati russi hanno manifestato contro il taglio delle pensioni. E così il governo sottofinanzia la sanità e l’educazione ma mantiene costanti le pensioni – un segno che forse il Cremlino ritiene importante per la stabilità la solidità del sistema pensionistico.

Il terzo punto della Putinomics è lasciare che le imprese private operino liberamente solo quando non compromettano la strategia politica del Cremlino. L’importante ruolo che le imprese statali, dominate dagli oligarchi, svolgono in determinati settori chiave è giustificato in parte dalla loro volontà di sostenere il Cremlino nella gestione della popolazione, mantenendo bassa la disoccupazione, docili i mezzi d’informazione e marginali le opposizioni politiche.

L’industria energetica, per esempio, è cruciale per le finanze governative, quindi le imprese private sono state nazionalizzate o subordinate allo Stato. Le acciaierie sono meno importanti, ma, anch’esse, devono evitare licenziamenti di massa. Le imprese del settore dei servizi, come i supermercati, non hanno tale ruolo politico. I capi del settore energetico non possono permettersi di ignorare la politica. Ma, alla luce dei limiti politici, quale speranza ha il settore privato della Russia di migliorare l’efficienza o trainare la crescita economica? Un po’, ma non molta. Anche questo corrisponde alla logica del Cremlino. La crescita è bene, ma mantenere il potere meglio.

(da Foreign Affairs – Traduzione di Leonardo Olivetti)